Questo sito contribuisce all'audience di

La Corte di Cassazione consolida il proprio orientamento nel delineare gli elementi di distinzione tra agente e procacciatore d’affari

di Barbara Grandi

Nota a sentenza Cass.n.9686/2009
La sentenza dello scorso 23 aprile 2009, n. 9686, ha consolidato l’orientamento della Corte sul tema di quali siano gli elementi caratterizzanti il rapporto di agenzia ai sensi dell’art. 1742 c.c. al confronto con il diverso e atipico procacciamento di affari.
La massima recita: “Il contratto di agenzia si connota per la continuità e la stabilità dell’agente di promuovere la conclusione di contratti per conto del proponente nell’ambito di una determinata sfera territoriale, mentre il rapporto di procacciamento di affari si concreta nell’attività più limitata di chi senza vincolo di stabilità ed in via del tutto occasionale ed episodica, raccoglie le ordinazioni dei clienti, trasmettendole al committente da cui ha ricevuto l’incarico di procurare tali commissioni”. (cfr. conformi: Cass. 5322/89, Cass. 5569/98, Cass. 1078/99).
Si può precisare che l’attività di raccolta degli ordini e la relativa trasmissione al committente può ben sovrapporsi all’attività di promozione degli affari, tipica del rapporto agenziale, potendo di essa costituire il concreto risultato finale.
Si deve altresì rilevare che secondo una confermata giurisprudenza della Corte di legittimità, in linea con il diritto comunitario, la pre-determinazione di una zona di riferimento deve intendersi in modo relativo, potendo comunque supplire un accordo, espresso o tacito, di operare per la promozione di affari verso un gruppo di potenziali clienti diversamente individuabile (cfr. Cass. 1916/93, nonché Dir. CEE n. 653 del 1986 attuata con Dlgs n. 303 del 1991).
Ne segue che secondo quanto rileva e trova conferma nella giurisprudenza in oggetto due sono gli elementi di indagine utili per la sussunzione del caso nella fattispecie di cui all’art. 1742 c.c. rispetto al contratto atipico del procacciamento: l’operare in un regime di stabilità, e la caratteristica della continuità del rapporto.
Analogamente a quanto si verifica per l’elemento della subordinazione ai fini della sussunzione di un rapporto nella fattispecie di cui all’art. 2094 c.c. rispetto al contratto di lavoro autonomo ex art. 2222 c.c., che né la stabilità né la continuità sono elementi atti a richiamare, in sé stessi, dei fatti precisi e determinati, mentre è rilasciato all’interpretazione del Giudice individuare quali siano le circostanze di fatto che fanno emergere un rapporto realizzatosi con questi caratteri.
Per quanto attiene, infatti, al concetto di stabilità, esso richiama la presenza di un’ obbligo perdurante tra le parti, qui inteso come obbligo perdurante alla promozione di affari e contratti per conto del preponente. Viceversa, nel procacciamento di affari, la promozione degli affari è occasionale e rimessa alla libera iniziativa del procacciatore. Si tratta di un carattere del rapporto che afferisce, quindi, alle intenzioni delle parti, che possono scegliere se obbligarsi reciprocamente in tal senso oppure no.
Per quanto attiene al concetto, sensibilmente diverso, della continuità, essa consiste nell’aver svolto l’attività di promozione degli affari in modo continuato per un dato lasso temporale (un lasso temporale la cui durata rilevante rimane per altro imprecisata). Si tratta pertanto di un elemento che rileva anche esternamente alla volontà delle parti, poiché emerge solo ex post da una attività effettivamente svoltasi in modo appunto continuato. Salvo un accordo scritto che abbia a priori formalizzato l’obbligo reciproco, la stabilità può sempre essere negata dalle parti – spesso interessate a una diversa qualificazione del rapporto a fini elusivi – mentre la continuità, legandosi ad elementi fattuali precisi – come l’effettiva promozione degli affari per un dato lasso temporale – non può essere confutabile se non da un fatto contrario – cioè dal mancato svolgimento dell’attività, che renderebbe il rapporto tutt’al più occasionale.
Ricordato così il significato dei due elementi in questione, rimane un interrogativo aperto: quali fatti li integrano? Quali fatti indicano la stabilità e quali la continuità? E’ su questo punto che i Tribunali di merito si trovano a discutere. 
Ai fini della verifica della stabilità è di rilievo la presenza di un contratto scritto, atto a vincolare le parti per il futuro. La sentenza in oggetto si è occupata in particolare delle lettere di incarico, che nel caso specifico erano riferite come di procacciamento; quelle lettere non erano però formulate con riferimento ad un affare determinato (cfr. conformi Cass.n.3043/77 nonché Cass. n.5736/82), né tanto meno a un tempo determinato. Pertanto la Corte ha giustamente valutato che da esse potesse trarsi la presenza di una obbligazione perdurante invece che istantanea e/o limitata nel tempo. 
Soprattutto quando la vertenza si fondi sull’inadempimento di obblighi di carattere inderogabile derivanti dal contratto di agenzia – come gli obblighi previdenziali – gli elementi formali atti a negare l’esistenza di un rapporto di agenzia, come la mancanza di un accordo formalizzato, devono essere valutati cum grano salis. Essi infatti possonocostituire facili modalità per eludere le norme inderogabili, e celare la realtà di una preordinazione e di una obbligazione perdurante che rimane nell’accordo “implicito” dei soggetti (sulla necessità della forma scritta per il contratto di agenzia, tutt’al più ad probationem, ma certo non anche ad substantiam,  si veda Cass. 11220/90)
Sulla continuità, abbiamo detto, i dati sono meno controvertibili. Ai fini di questa verifica, come rilevato dalle sentenze di merito, sono considerati ragionevolmente indicativi il numero, la regolarità (cfr. Trib. Roma del 8.10.2008 sent. n.15442/08) e la periodicità delle fatture emesse dall’agente/procacciatore, oltre che i loro importi (cfr. Trib. Roma del 21.7.2008 sent. n.13527/08), nonché le eventuali dichiarazioni dei redditi. Il flusso economico per il preponente e l’agente/procacciatore è quello che, complessivamente, può far emergere la natura del rapporto instauratosi. A tal proposito, mancando nell’ordinamento italiano una definizione di rapporto discontinuo - occasionale, un parametro utile può essere rinvenuto nella norma di cui all’art. 61 co.2 del Dlgs 276/2003 concernente appunto il lavoro occasionale, che viene definito come quella attività che fornisca al soggetto compensi inferiori a 5 mila euro nell’anno solare.
In secondo luogo, la continuità è legata alla durata effettiva del rapporto, in tal misura che un rapporto durato un anno ha più possibilità di essere considerato come di agenzia rispetto a un rapporto durato un mese. Anche in questo senso torna utile il riferimento al rapporto occasionale di cui al richiamato art. 61, che definisce il lavoro occasionale entro i margini dei 30 giorni lavorati nell’arco annuale.

Pubblicato il  23/12/2009


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata