Tutela del lavoro e emergenza da COVID-19

Interventi del Governo sul SSN nell’emergenza da COVID-19

Circa cento anni fa, dall’autunno del 1918 al 1920 c’è stata una grave epidemia “simil-influenzale” devastante: l’epidemia cd. spagnola. Si dice che la chiamarono spagnola perché la Spagna era una nazione non belligerante, mentre l’infezione probabilmente si diffuse innanzitutto nelle truppe statunitensi che poi la diffusero in Europa. Morirono nel mondo milioni di persone e solo in Italia forse i decessi raggiunsero il milione.
Le condizioni erano molto diverse da quelle odierne e sicuramente non fu emanato alcun decreto simile a quello, o a quelli che il Governo ha assunto in questi giorni. Le cronache parlano di divieti di assembramenti e nasceva il saluto neo-romano che doveva sostituire quella che Mussolini chiamò “la sudicia abitudine” di stringere le mani. Oggi sembra che si stia diffondendo la curiosa abitudine di toccarsi i gomiti, alternativa a quello dello stringersi le mani e meno carica di significati ideologici.
La società di allora usciva stremata da una guerra mondiale e aveva conoscenze medico-igieniche molto approssimative nonostante i grandi progressi di fine ottocento con la scoperta delle pratiche vaccinali. Una società, molto diversa da quella odierna, priva di tecnologia elettronica, dove non c’erano ancora le trasmissioni radio iniziate nel 1924 e dove, contrariamente ad oggi, non era possibile comunicare tra tutti. Una società dove non esisteva un sistema sanitario nazionale universalistico nato solo sessant’anni dopo con la l. 23.12.1978, n. 833. Una società priva di interconnessioni globali, dove la produzione di molti prodotti di carattere sanitario non veniva, come è stato in questi anni, spostata in altri Paesi dove il costo del lavoro è più basso. Tuttavia, nonostante le evidenti differenze tra la società di allora e quella di oggi, non si può non rilevare che per combattere la pandemia anche oggi, il Governo interviene nel porre misure di restrizioni di libertà personali con la la decretazione d’urgenza.
Il d.l.17.3.2020, n.18 di cui ci accingiamo ad analizzare, viene adottato in seguito al d.l. 9.3.2020, n. 14 che già si era occupato pochi giorni prima di potenziare il sistema sanitario, le reti assistenziali e di incentivare la produzione e l’acquisto di dispositivi sanitari nonché di derogare ad alcune disposizioni relative alla riservatezza dei dati sanitari.
Il d.l. n. 18/2020 si occupa di sanità nei primi diciotto articoli. Le misure economiche ed organizzative introdotte assumono carattere eccezionale e rischiano però di essere un “cerotto” che viene messo un po’ tardi con il pericolo che la ferita non sia più sterile.
Il sistema sanitario nazionale è stato eccezionalmente resiliente in questi anni nonostante l’opera continua di logoramento perpetuata attraverso: la riduzione della quota di finanziamento, il blocco del personale, il degrado e il depotenziamento delle strutture e delle attrezzature.
Per tanti anni nel nostro Paese si è insistito a dichiarare che “la spesa sanitaria fosse fuori controllo” e che l’invecchiamento della popolazione avrebbe impedito la sostenibilità del sistema sanitario universalistico. Per troppi anni si è pensato che la sanità pubblica non fosse più cruciale e che magari si potesse incrementare il ruolo dei soggetti privati accreditati al servizio sanitario per poter diminuire il peso di uno dei maggiori capitoli della spesa pubblica.
Il COVID-19 ha dato dei potenti “ceffoni” a questa posizione. In questi giorni, ci siano svegliati da un torpore che per troppo lungo tempo ha accompagnato la discussione sul ruolo del pubblico nella sanità. Questa epidemia, ha paradossalmente riportato in primo piano la politica sanitaria. La speranza è di non essere costretti a tornare a parlare di tagli alla sanità e alla ricerca quando l’emergenza sanitaria sarà finita.
Nel merito, l’art. 1 del d.l. n. 18/2020, prevede un incremento del finanziamento necessario per incentivare il personale sanitario, pagare gli straordinari e incrementare i fondi contrattuali. L’art. 2, apre alla possibilità di assumere nuovo personale al Ministero della Salute: 40 medici, 18 veterinari, 29 tecnici della prevenzione da assumere a tempo determinato con durata inferiore ai tre anni. Pur confermando che il d.l. n. 18/2020 è finalizzato a fronteggiare l’emergenza che stiamo vivendo, è auspicabile, quando la crisi da COVID-19 sarà alle nostre spalle, un intervento strutturale per far fronte alla carenza di personale che caratterizza il Servizio Sanitario Nazionale (d’ora in poi SSN) dopo anni di blocco delle assunzioni.
L’art. 3 autorizza una spesa di 400 milioni da ripartire tra le regioni con le quote del finanziamento 2019 per acquistare prestazioni sanitarie oltre i “tetti” di spesa esistenti, per incrementare i posti letto di terapia intensiva, anche rivolgendosi a strutture sanitarie private senza convenzione con il SSN.
I tetti posti alle prestazioni acquistate dai privati sono stati una delle cause di maggior disagio degli utenti del SSN che verso gli ultimi mesi dell’anno si sono visti rifiutare l’accesso alle prestazioni perché si era appunto raggiunto il tetto. Le necessità dettate dalla situazione epidemica rendono evidente la illogicità di questi tetti basati solo su limiti di bilancio e non sul reale bisogno delle persone.
Oltre a permettere l’acquisto di prestazioni dai privati il decreto consente anche (art. 4), in deroga ai requisiti di accreditamento, di attivare aree sanitarie anche temporanee sia in ambito ospedaliero che territoriale.
L’art. 6 del decreto, che potremmo definire “da tempo di guerra”, prevede poi la possibilità di fare delle requisizioni, in uso o in proprietà di presidi sanitari o di beni mobili. La sensazione è che questo articolo raffredderà l’idea della privatizzazione dei presidi sanitari che ultimamente era stata in diverse occasioni incentivata come soluzione maggiormente efficiente.
Il decreto interviene anche con riguardo alla necessità di incentivare la produzione e la fornitura di dispositivi medici affidando al Commissario straordinario la possibilità di erogare contributi a fondo perduto o in conto gestione, specificando che i dispositivi di protezione individuale (mascherine e altro) devono essere prioritariamente fornite agli operatori sanitari e socio sanitari.
Il problema delle mascherine che, nonostante questo decreto, non sembra sbloccarsi evidenzia i rischi di una globalizzazione che rende conveniente dislocare alcune produzioni all’estero. In Italia, ormai, nessuno più aveva convenienza a produrre mascherine e quindi tutte, o quasi, venivano prodotte in Cina ed ora ci accorgiamo della difficoltà a far ripartire una produzione che certamente avrà dei costi e quindi dei prezzi elevati.
Ci sono poi cinque articoli (artt. 7-11) che si occupano di potenziare sia la sanità militare, oggi scarsamente integrata nel SSN, sia di dare maggiore personale sanitario all’Inail ed all’ISS (Istituto Superiore di Sanità), dove abbondavano i precari nonostante le nuove assunzioni.
Sorprende, invece, il fatto che nel decreto non ci sia una previsione volta ad incrementare il personale con competenze epidemiologiche e statistico-informatiche non necessariamente sanitario.
Inoltre, sono del tutto assenti nel decreto indicazioni che riguardino l’Agenas, un altro ente del SSN al quale si sarebbero potuti affidare importanti ruoli di analisi sistemica e di controllo programmatorio ed esecutivo.
Infine, gli artt. 12 e 13 del d.l. n. 18/2020 ci portano a ripensare alle disposizioni del pubblico impiego che, in seguito alla riforma Madia, impedisce di utilizzare nelle strutture pubbliche personale in pensione, creando talvolta dei vuoti di attività e soprattutto di esperienza.
Anche a epidemia terminata ci si dovrà chiedere se sia sempre opportuno vietare la collaborazione nei presidi pubblici di medici che abbiano superato i limiti di età, ovvero, se il loro utilizzo, magari “fuori quota”, non possa in molti casi dare un grosso contributo di esperienza all’attività assistenziale e di ricerca.
Passando ad una valutazione del d.l. n. 18/2020 si può affermare che non è certo il primo e neanche l’ultimo decreto che vedremo in questa situazione di emergenza creata. Certamente si nota l’esigenza del Legislatore di tamponare alcune specifiche criticità e non quello di ridisegnare un quadro complessivo dell’organizzazione sanitaria necessaria per affrontare la situazione epidemica. Probabilmente non saranno neppure sufficienti gli incrementi di finanziamento che il decreto prevede e che prima dell’avvento del COVID-19 sarebbe stati giudicati eccezionali.
Il governo in carica, nato in strane situazioni di emergenza finanziaria con l’obbligo di congelare gli aumenti dell’IVA, si trova, per la prima volta nella storia della Repubblica, a fronteggiare una crisi economica sanitaria di questa portata, e nonostante tutto dobbiamo essere contenti degli sforzi e dei risultati, seppur lenti, che l’Italia sta costruendo nella lotta contro il Covid-19, tenuto conto anche di quello che sta accadendo negli altri Paesi vicini.
Quando tutto sarà finito, e speriamo che sia presto, potremo meglio giudicare le positività e le negatività dell’operato del Governo, ma adesso, come accade nei momenti di crisi bellica, sarebbe oltremodo disgregante enfatizzare le critiche, mentre giustamente chi può farlo deve far pervenire gli opportuni suggerimenti migliorativi.
Se la morsa del dilagare dei contagi si ridurrà, sarà allora importante far tesoro di quanto successo e convincersi che non si può pensare che la nostra società possa passare da una crisi all’altra sempre in condizioni di emergenza. Purtroppo, troppe volte abbiamo dovuto constatare quanto corta sia la memoria delle istituzioni e quanto sia poi necessario risolvere i problemi con la decretazione d’urgenza. C’è bisogno di riprendere in mano la programmazione sanitaria e la valutazione delle modifiche necessarie all’attuale organizzazione.
Una “novità” sembra però acquisita, la necessità di valorizzare le competenze sanitarie in ogni decisione di politica sanitaria come successe nel 1888 con la legge Crispi che fu fatta proprio sull’onda di importanti epidemie di colera e di vaiolo. Troppe volte negli ultimi tempi è sembrato esserci un distacco tra la politica sanitaria e il mondo della scienza e della professione medica, e troppe volte il mondo della scienza e della professione medica hanno maggiormente difeso i propri interessi corporativi invece che preoccuparsi di contribuire a migliorare i provvedimenti di politica sanitaria.
Ed ancora, ci sembra, che sia acquisita l’importanza di poter disporre di un servizio sanitario con carattere universalistico a cui tutti contribuiscono attraverso la fiscalità generale e a cui tutti possono accedere senza ulteriori oneri se non dei modesti ticket per alcune prestazioni e per l’acquisto di farmaci.
Ci dobbiamo chiedere che cosa sarebbe successo se la popolazione non avesse questa protezione, se le decine di migliaia di malati non avessero potuto accedere al ricovero ospedaliero.
Quando si è sani e si ha bisogno solo di un’assistenza per leggeri malesseri, si ha la sensazione che sarebbe più gradito poter acquistare direttamente i servizi di cui si ha necessità magari attraverso la protezione di una assicurazione privata. Con ciò non si vuole affermare che i privati non possano avere un ruolo utile nella produzione di servizi, anzi, quest’ultimi possono avere un ruolo, ma devono necessariamente essere inseriti nel sistema sanitario pubblico.
Un altro tema che dovrà essere affrontato, a epidemia risolta, riguarderà il rapporto tra Stato e regioni. Occorrerà interrogarsi se sia meglio un sistema a governo regionale ovvero centralizzato. A mio avviso, osservando i fatti di quest’ultimo mese, le regioni hanno dimostrato di poter dare risposte più adeguate e tempestive, anche se talvolta disarticolate tra di loro. Tuttavia, pur mantenendo la regionalizzazione del servizio sanitario, è necessario un rafforzamento del ruolo di coordinamento da parte del Governo nazionale.
La speranza è che l’emergenza da COVID-19 ci abbia insegnato come affrontare eventi simili in futuro, investendo e costruendo un Sistema Sanitario Nazionale solido che sia in grado di garantire realmente i livelli essenziali di assistenza, evitando ai prossimi Governi l’onere di mettere dei “cerotti” magari ancora con la decretazione d’urgenza.

 

 

 
Pubblicato il 1/04/2020

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