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Diritto di critica del lavoratore e obbligo di fedeltà: un equilibrio delicato

di Giovanna Martire*

Diritto di critica del lavoratore e obbligo di fedeltà:
un equilibrio delicato 
Corte di cassazione – sezione lavoro
10 dicembre 2008, n. 29008 – pres. Ianniruberto  
Lavoro subordinato (rapporto di) - Diritti e doveri delle parti - Obbligo di fedeltà - Diritto di critica nei confronti del datore - Modalità - Rispetto della verità oggettiva - Necessità - Idoneità a ledere il decoro dell'impresa datoriale - Obbligo di fedeltà - Violazione - Sussistenza - Licenziamento per giusta causa - Legittimità - Fattispecie
 
L’esercizio da parte del lavoratore del diritto di critica nei confronti del datore di lavoro, con modalità tali che, superando i limiti del rispetto della verità oggettiva, si traducono in una condotta lesiva del decoro dell’impresa datoriale, suscettibile di provocare con la caduta della sua immagine anche un danno economico in termini di perdita di commesse e di occasioni di lavoro, è comportamento idoneo a ledere definitivamente la fiducia che sta alla base del rapporto dei lavoro, integrando violazione del dovere scaturente dall’art. 2105 c.c., e può costituire giusta causa di licenziamento. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva riconosciuto la legittimità del licenziamento irrogato ad un proprio dipendente da una impresa che svolgeva servizio di smaltimento rifiuti, per aver costui reso affermazioni - come privato cittadino, in tre distinte assemblee pubbliche, con successiva ampia eco sulla stampa locale – ritenute gravemente lesive dell’immagine e del prestigio dell’azienda datrice di lavoro, in quanto si assumeva che questa non avesse inviato del materiale derivante dalla raccolta differenziata al recupero, al riciclaggio e allo smaltimento differenziato, ma l’avesse destinato all’inceneritore).
 
La pronuncia in commento si iscrive in quell’orientamento della Suprema Corte, in via di consolidamento, teso a circoscrivere i limiti del diritto di critica del lavoratore superati i quali si «rischia» di violare l’art. 2105 c.c. con conseguente possibilità di licenziamento per giusta causa.
La nostra Costituzione, all’art. 21, riconosce ad ogni cittadino il diritto di «manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Tale diritto è ribadito a favore dei lavoratori dall’art. 1 dello Statuto dei lavoratori (l. n. 300/1970) che pone un’esigenza di contemperamento, condizionando la libertà stessa al «rispetto dei principi della Costituzione» e delle «norme» dello Statuto medesimo[1]. La critica – che può essere concettualmente definita come la censura o qualunque manifestazione di pensiero che sottopone a verifica l’oggetto da criticare per coglierne aspetti eventualmente negativi[2] - costituisce una peculiare forma di manifestazione del pensiero, che non può essere però esplicata incondizionatamente. Infatti la tutela della manifestazione del pensiero in generale, e dell’esercizio del diritto di critica in particolare, cessa laddove ad essere lesi siano altri diritti elevati a rango costituzionale, tra i quali va annoverata, senza dubbio, l’iniziativa economica privata (art. 41 Cost.). Da qui, la ricostruzione sistematica degli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali, ha permesso di individuare le categorie di limiti alle quali oggi il diritto di critica soggiace, distinguendo tra i limiti esterni – costituiti dal bilanciamento tra contrapposti interessi costituzionalmente garantiti a cui si è fatto ora riferimento – e limiti interni al diritto di critica il cui rispetto è «calibrato» sull’osservanza del principio di «continenza sostanziale» da un lato, e del principio di «continenza formale» dall’altro. Per far sì che l’espressione di un pensiero non violi il primo di tali principi, è necessario che i fatti narrati suscettibili (come nel caso de quo), di arrecare danno alla reputazione ed all’immagine dell’azienda, corrispondano a verità, cioè a fondamentali criteri di veridicità ed obiettività[3]. Il metro di valutazione adottato dalla giurisprudenza per verificare la sussistenza di tali requisiti nell’esercizio del diritto di critica, è fondato sul «riscontro» delle affermazioni, ossia sulla possibilità del lavoratore di dimostrare quanto affermato. In proposito è stato notato[4] come l’orientamento della giurisprudenza sia improntato ad assoluto rigore, non ammettendo né la verità putativa di un fatto, «né la verosimiglianza o la seria attendibilità delle notizie divulgate». Il mancato rispetto di un siffatto limite, nel caso di specie, è stato evidenziato dalla Corte come particolarmente rilevante, stante il fatto che le affermazioni «gravi se reali» sono provenute da «un soggetto che aveva tutte le possibilità di documentarsi sulla veridicità o meno delle proprie accuse prima di lanciarle in pubblico». La Corte ribadisce poi la gravità del comportamento tenuto dal lavoratore, che ha posto in essere «una condotta caratterizzata dalla aperta accusa, con la consapevolezza – o quanto meno con la possibilità di sapere – della falsità delle accuse». Ma la legittimità della critica del lavoratore soggiace altresì al principio di «continenza formale» che impone il ricorso alla formulazione di opinioni ed espressioni che, anche se apertamente polemiche, siano rapportate ai parametri di correttezza e civiltà desumibili dalle fondamentali regole del vivere civile[5]. La critica «scorretta», espressa, cioè, non in forma moderata, ma con modalità lesive dell’immagine e del decoro del datore di lavoro, viene, pertanto, considerata illecita. Anche in questo senso nella sentenza in commento la Corte sottolinea come, nonostante i ripetuti interventi di un amministratore locale diretti a chiarire l’infondatezza dei fatti riferiti, il soggetto lavoratore-accusatore non ha desistito dal suo intento «diffamatorio». A segnare il superamento del limite della legittimità della critica è altresì il suo ambito di diffusione. E’ infatti necessario distinguere tra la critica «riservata» che resta nell’ambito interprivato dei soggetti coinvolti, dalla critica «pubblica» o comunque resa tale. E’ quest’ultimo il caso della sentenza in commento. Infatti, si evidenzia come le critiche sollevate dal lavoratore nei confronti dell’impresa datoriale, siano state tali da tradursi in un danno economico e commerciale per la società anche, ed in particolar modo, per il contesto nel quale le affermazioni venivano rese, ossia in tre diverse assemblee pubbliche, con relativa «vasta eco sulla stampa locale». Tale diffusione, insieme al superamento accertato dei limiti sostanziali e formali del diritto di critica del lavoratore, nel caso de quo, ha fornito hai giudici gli elementi sufficienti a configurare una lesione dei principi di collaborazione, correttezza, fedeltà e fiducia fra le parti del rapporto di lavoro, fino a giustificare il licenziamento del lavoratore. In particolare, l’orientamento giurisprudenziale maggioritario riconduce il superamento dei limiti del diritto di critica del lavoratore alla violazione dell’obbligo di fedeltà previsto all’art. 2105 c.c.[6]. Nonostante il tenore della rubrica di questa norma – che richiama tracce di memoria corporativistica ormai superate - è pacifico che l’obbligo di fedeltà (come quello di diligenza) non costituisce un vero e proprio obbligo del lavoratore – nel senso di posizione giuridica autonoma – ma configura a carico del lavoratore, un obbligo a comportamenti omissivi, integrativi della prestazione di lavoro subordinato[7]. In effetti l’obbligo di fedeltà, secondo l’insegnamento della Suprema Corte, va collegato ed «integrato» con le clausole generali di correttezza e buona fede (art. 1175 e 1325 c.c.) ed impone al lavoratore di tenere un comportamento leale verso il datore di lavoro e di astenersi da qualsiasi atto idoneo a nuocergli anche potenzialmente[8]. Si deduce quindi come a determinare la legittimità del recesso datoriale sia il nesso di causalità intercorrente tra condotta «sleale» del lavoratore e rottura del vincolo di fiducia fondante il rapporto di lavoro. Nel caso in esame la Corte ribadisce come l’estrema ratio del licenziamento è giustificata nel momento in cui «la forma della critica» posta in essere dal lavoratore «non è civile» «quando non è improntata a leale chiarezza; ciò si riscontra allorquando si ricorra al ‘sottinteso sapiente’, agli accostamenti suggestionati, al tono sproporzionalmente scandalizzato e sdegnato, specie nei titoli di articoli o pubblicazioni, quindi, in genere, nelle manifestazioni pubbliche, o comunque all’artificiosa e sistematica drammatizzazione con cui si riferiscono notizie neutre, nonché alle vere e proprie insinuazioni»[9].


[1] Bettini, M.N., Il diritto di critica del lavoratore nella giurisprudenza, in Diritto e libertà, studi in memoria di Matteo Dell’Olio, Torino, 2008, 141 ss.
[2] Veca, Osservazioni in merito al diritto di critica del dipendente e rapporto di lavoro subordinato, nota a Cass. 14 giugno 2004, n. 11220, in Resp. civ. prev. 2005, 453 e ss.
[3] Cass. 22 agosto 1997, n. 7884.
[4] Franza, G., Sul diritto di critica del lavoratore, in Mass. giur. lav., 11, 2007, 785 e ss.
[5] Cfr. Cass., 14 giugno 2004, n. 11220; Cass., 22 ottobre 1998, n. 10511, in RIDL, 1999, II, 654; In dottrina, così Failla, Diritto di critica e rapporto di lavoro: una importante presa di posizione della Corte di Cassazione, in Mass. giur. lav., 1998, p. 666.
[6] Cfr. ex plurimis, Cass. 9 novembre 1995, n. 11220, in Mass. Giur. lav., 2004, p. 813, con nota di Nuzzo, Diritto di critica del dipendente e presunta violazione del vincolo di fiducia; Cass. 5 dicembre 1990, n. 11657, in Riv. it. dir. lav., 1991, II, p. 828, con nota di Proia, Doveri preparatori della prestazione ed obbligo positivo di fedeltà; Cass. 25 febbraio 1986, n. 1173, in Foro it., 1986, 1877, con nota di Mazzotta, Diritto di critica e contratto di lavoro.
[7] Cfr. Galantino, Diritto del lavoro, Torino, 1996, 414. ss; Carinci,-De Luca Tamajo,-Tosi- Treu, Diritto del lavoro, II, Il rapporto di lavoro subordinato, 6° ed.
[8] Cfr. cass. 20 gennaio 1987, n. 495, in Giust, civ. mass., I.
[9] Cfr, al riguardo Cass. 16 maggio 1998, n. 4952, in Giust. civ. Mass. 1998, 1060,  Mass. giur. lav. 1998, 663 con nota di Failla;  Orient. giur. lav. 1998, I, 323,  Notiziario giur. lav. 1998, 547.
 
 
* Ricercatrice di diritto del lavoro
Università di Roma «Tor Vergata»

 
Pubblicato il 3/08/2009


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