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L’accesso ad Internet: un nuovo diritto fondamentale?

di Roberta Pisa *

Tra gli strumenti che hanno contribuito all’evoluzione della nostra società, Internet è stato uno dei principali: ha rivoluzionato le modalità di comunicazione e ha influenzato l’economia, la politica ed il diritto. E’ considerato come un open network, sempre aggiornato, privo di mediazioni e di ostacoli spaziali o temporali, e, soprattutto, non soggetto a forme di proprietà. Ogni utente è dunque libero di fornire il proprio contributo nello spazio virtuale, partecipando al suo ampliamento e intensificando così lo scambio di conoscenze ed informazioni.
Per queste caratteristiche la rete viene inserita nella categoria dei global common goods, sottoposti al regime di res communis omnium, che presuppone l’inappropriabilità del bene e la sua libertà d’uso. L’accesso al web potrebbe quindi essere qualificato come servizio universale, che le istituzioni nazionali devono garantire ai propri cittadini gratuitamente o a costi sostenibili. Rilevante il tentativo intrapreso a tal fine dall’Unione europea, prima con il Summit di Lisbona del 2000, e, più di recente, con la Conferenza ministeriale di Riga del 2006, che ha posto l’obiettivo di dimezzare entro il 2010 la differenza percentuale, esistente nell’uso di Internet, tra gli utenti medi e le categorie svantaggiate.
Dal punto di vista giuridico, si discute se l’accesso ad Internet sia da considerare come un diritto umano fondamentale di ultima generazione. In un articolo pubblicato il 13 aprile 2009 nel New York Times, Eric Pfanner si domanda se sia più opportuno parlare di un diritto umano fondamentale, o di un privilegio che porta con sé il dovere di un uso responsabile. La questione verte infatti sulla duplice tendenza dei policy makers che, mentre tentano di diffondere l’accesso ad Internet, sono allo stesso tempo impegnati a combattere i fenomeni criminali in rete. E’ quest’ultimo uno degli elementi che maggiormente si oppongono alla tesi che riconosce l’accesso al web come diritto fondamentale dell’individuo al quale dovrebbe corrispondere un correlativo obbligo degli Stati.
Inoltre, nei trattati sui diritti umani manca l’enunciazione espressa del diritto di accesso ad Internet. Si può quindi al massimo argomentare che, dal punto di vista del diritto internazionale,  l’accesso al web è preso in considerazione come situazione strumentale che agevola il godimento di altri diritti, quale il diritto alla libertà di espressione.
Si tratta peraltro di una situazione in evoluzione. Se gli strumenti giuridici internazionali non consacrano ancora tale diritto, ciò è dovuto soprattutto alla circostanza che sono in gran parte antecedenti alla diffusione delle ICT a livello globale.
Vi sono tuttavia elementi che sembrano militare a favore di un progressivo consolidamento dell’accesso ad Internet come diritto umano. Anzitutto, va considerato che, a livello nazionale, sono state adottate importanti pronunce giurisprudenziali secondo le quali il libero uso di Internet va tutelato in primis a garanzia della fondamentale libertà di espressione.
       Nel 1997, la Corte Suprema statunitense ha giudicato incostituzionale il titolo V del Telecommunications Act del 1996, il quale prevedeva sanzioni per gli utenti che immettevano in rete contenuti considerati moralmente sconvenienti. Nella sentenza, la Corte sostiene che il libero utilizzo del web è tutelato dal Primo Emendamento, relativo alla libertà di culto, parola e stampa, e che l’interesse a stimolare la libertà di espressione in una società democratica è superiore a qualunque preteso, non dimostrato, beneficio della censura. L’accesso alla rete è stato così collegato all’esercizio delle libertà fondamentali.
Il legame tra l’accesso al web e i diritti umani è stato inoltre sviluppato nella decisione n. 580/2009 del Consiglio costituzionale francese sulla legittimità della Legge n. 2009-669 del 12 giugno 2009, detta Legge HADOPI, relativa alla diffusione e protezione delle creazioni in Internet. Tale decisione offre notevoli spunti di riflessione, in quanto il Consiglio ha ritenuto l’accesso ad Internet alla stregua del principio di libertà di espressione, sancito all’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e all’art. 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, tuttora in vigore nell’ordinamento francese. Secondo il Consiglio, la sanzione di disconnessione alla rete per atti di pirateria informatica non può essere comminata con un’ordinanza amministrativa, ma è necessaria una decisione giudiziaria, come avviene per la limitazione delle altre libertà personali.
Del resto, la formulazione originaria del testo della Legge HADOPI sarebbe stata in contrasto con la posizione del Parlamento europeo, che nella raccomandazione Lambridis sul rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet, approvata il 26 marzo 2009, invita gli Stati ad escludere misure preventive e generalizzate dirette a limitare i diritti dei cittadini in rete, inclusa la disconnessione da Internet.
In conformità alla raccomandazione Lambridis, nel maggio 2009 il Parlamento europeo ha proposto l’adozione dell’emendamento n. 138/46, concernente il pacchetto delle cinque direttive sulla riforma del settore europeo delle telecomunicazioni (denominato Telecom Package), al fine di riconoscere l’accesso ad Internet come un diritto fondamentale degli utenti finali. Se nei prossimi mesi il pacchetto Telecom venisse approvato insieme all’emendamento, si giungerebbe al riconoscimento nell’ordinamento dell’Unione europea del diritto fondamentale di accesso al web.
In Italia, la Legge Stanca del 9 gennaio 2004, relativa alle disposizioni per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici, riconosce e tutela il diritto di ogni persona ad accedere a tutte le fonti di informazione ed ai relativi servizi, compresi quelli che si articolano attraverso gli strumenti informatici e telematici. L’art. 1 della Legge fonda il diritto di accesso ad Internet sul principio di eguaglianza ex art. 3 della Costituzione, qualificandolo come uno strumento di realizzazione dell’eguaglianza sostanziale dei cittadini.
C’è da chiedersi se questa tendenza a riconoscere il diritto ad Internet a livello statale si accompagni anche ad un’analoga evoluzione a livello universale. Al riguardo, occorre considerare il dato secondo il quale solo 1/6 della popolazione mondiale è attualmente in grado di accedere ad Internet. Esiste infatti un rilevante divario digitale non solo nell’ambito di una stessa comunità, e in tal caso si parla per lo più di divario di conoscenze e di genere, ma anche tra i Paesi più sviluppati e i Paesi in via di sviluppo, a causa delle condizioni materiali e delle azioni di censura da parte di regimi non democratici.
Il mancato accesso alla rete di molti individui escluderebbe l’affermazione dell’accesso ad Internetcome dirittouniversale, sembrando piuttosto una libertà negativa, intesa come possibilità di utilizzare il mezzo informatico senza interferenze esterne.
L’attività delle Nazioni Unite, delle altre organizzazioni internazionali e delle organizzazioni non governative è tuttavia diretta a garantire ad ogni individuo la possibilità di connettersi. In particolare, in occasione del World Summit on Information Society del 2003 a Ginevra è stato istituito un Fondo di solidarietà digitale, volto a sostenere l’evoluzione tecnologica nei Paesi in via di sviluppo, e nel 2001 è stata creata, nell’ambito delle Nazioni Unite, la UN ICT Task Force, struttura operativa diretta a colmare il gap tecnologico esistente tra gli Stati.
Alla luce di tali iniziative internazionali, l’accesso al web sembra allora configurarsi, più che in senso negativo, come libertà  che richiede l’intervento delle istituzioni a favore del suo esercizio, rimanendo comunque soggetta alle legittime restrizioni di un sistema democratico, che devono essere previste per legge e che sono volte alla protezione dei diritti altrui e alla salvaguardia della sicurezza nazionale, dell’ordine pubblico, della sanità o della morale pubbliche.
Del resto, le motivazioni alla base di tali misure risiedono nell’utilizzo che di Internet viene fatto. Grazie alla libertà di accesso ed alla possibilità di agire in anonimato, la rete ha costituito terreno fertile per l’affermarsi di fattispecie penali on line, quali la pedopornografia, il terrorismo, la pirateria informatica, la violazione della privacy. Non a caso il Consiglio d’Europa ha adottato la Convenzione sul cybercrime, entrata in vigore nel 2004, che individua i diversi reati informatici e impone agli Stati la previsione di sanzioni effettive, proporzionate, dissuasive e comprendenti anche pene detentive.
La preoccupazione di un uso illecito di Internet non legittima comunque restrizioni al godimento dei suoi importanti benefici. In questo contesto, la maggiore sfida del diritto è quella di bilanciare, da un lato, la protezione degli utenti in rete e, dall’altro lato, il rispetto della libertà conquistata con questo mezzo di comunicazione, senza ricorrere a misure di tutela eccessive e sproporzionate.
Negare l’accesso alla rete significherebbe infatti ledere diritti umani fondamentali, quali la libertà di espressione, il diritto all’informazione, all’istruzione, allo sviluppo e all’eguaglianza. Non a caso, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, adottata il 13 dicembre 2006 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevede la promozione dell’accesso da parte dei disabili alle nuove tecnologie ed ai sistemi di informazione e comunicazione, compreso Internet, invitando gli enti privati ed i mass media, che operano attraverso questi mezzi, a renderli quanto più accessibili. Anche nella Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite, approvata il 13 settembre 2007, è previsto il diritto di queste popolazioni ad avere accesso a tutte le forme mediatiche non indigene senza discriminazione. Da tali atti internazionali si deduce che la possibilità di usufruire di questi nuovi mezzi tecnologici da parte di minoranze e categorie di individui svantaggiati costituisce uno strumento per garantirne la non discriminazione e lo sviluppo.
L’accesso ad Internet può quindi essere qualificato come un diritto strumentale, funzionale all’esercizio di altri diritti fondamentali in quanto ne potenzia le facoltà di godimento. Sebbene non rientri dunque nella categoria dei diritti primari, esso è tuttavia da collocare nella categoria dei cosiddetti diritti di quarta generazione, in via di formulazione ed affermazione.
 
* Collaboratore dell’Istituto di Studi Giuridici Internazionali (ISGI)-CNR, Roma.
 
Pubblicato il  07/01/2010

 


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