Il caso Provenzano contro Italia

di Giovanni Ardito

Il 25 ottobre 2018 la Corte europea dei diritti umani ha reso la sentenza sul caso Provenzano c. Italia. Il ricorrente ha rivolto alla Corte due doglianze relative all’incompatibilità della detenzione con il suo stato di salute e alla protrazione del regime di carcere duro, ritenendo che vi sia stata una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU).  

 

Il contesto

Il contesto in cui si inserisce la pronuncia della Corte europea dei diritti umani si dipana in un arco temporale piuttosto ampio, che inizia nel 2012 e si conclude nel 2016, con il decesso di Bernardo Provenzano.

A seguito del suo arresto nell’aprile del 2006, il Ministero della giustizia, competente in materia, emetteva un decreto con il quale il ricorrente era sottoposto ad un regime detentivo speciale, comunemente noto come 41 bis. Tale decreto, più volte rinnovabile, prevedeva restrizioni delle visite da parte dei familiari, divieto di utilizzare il telefono e limitazioni nel numero di ore giornaliere da trascorrere all’aperto con altri detenuti.

Nel 2012, durante la reclusione presso la struttura penitenziaria di Parma, il medico di turno disponeva il trasferimento del sig. Provenzano in ospedale, a seguito di una caduta che, tuttavia, non aveva causato conseguenze. Pochi giorni dopo la dimissione, il ricorrente veniva nuovamente trasferito al pronto soccorso e sottoposto ad un intervento chirurgico per la rimozione di un edema subdurale.

A partire, poi, dall’aprile 2014, e fino al suo decesso, il ricorrente era ricoverato presso l’ospedale San Paolo di Milano, viste le sue complesse condizioni di salute. Due periti, nominati dal Tribunale di Milano, presentavano poco dopo una relazione in cui rilevavano sia un decadimento cognitivo del paziente, che era incapace di provvedere alle funzioni elementari della vita quotidiana, sia l’assoluta adeguatezza della struttura ospedaliera milanese.

Il 9 luglio 2016 il ricorrente è dichiarato in fase pre-terminale e decede quattro giorni dopo nello stesso luogo.

In questo arco temporale, in considerazione del continuo declino dello stato di salute del sig. Provenzano, il figlio, suo tutore, chiedeva ripetutamente la sospensione della pena ai sensi degli articoli 146 e 147 del Codice penale. Secondo il primo, è possibile ottenere il differimento della pena qualora appaia evidente che il detenuto si trovi in una condizione così grave da non rispondere più alle cure disponibili. Ai sensi dell’articolo 147, invece, si prevede il differimento della pena nei confronti dei soggetti che si trovino in una grave infermità fisica, a patto che non sussistano ragioni di pericolo di commissione di delitti. Tali specifiche condizioni, secondo il Tribunale di Bologna che si occupava del ricorso, non erano soddisfatte nel caso di specie e, dunque, esso ne rigettava la richiesta. Il ricorrente si appellava poi alla Corte di cassazione, che confermava il rifiuto. Nel 2013, allora, il tutore si rivolgeva direttamente al Ministero della giustizia, che rigettava la doglianza. Un anno dopo, il medesimo dicastero emetteva un decreto di proroga, per due anni, dell’applicazione del carcere duro, tenuto conto della particolare e concreta pericolosità del signor Provenzano.

Uguali motivazioni erano addotte il 23 marzo 2016, allorchè il Ministero della giustizia rinnovava l’applicazione del regime detentivo speciale. Tuttavia, quando il tutore adiva il Tribunale di Roma, esso archiviava il caso per decesso del ricorrente.

 

 

 

 

La dedotta violazione dell’articolo 3 della CEDU

La Corte si sofferma sulla prima doglianza, secondo cui il ricorrente non sarebbe stato sottoposto alle necessarie cure mediche dopo la caduta nella struttura detentiva di Parma e, più in generale, non avrebbe goduto di un trattamento restrittivo più mite in ragione delle sue precarie condizioni di salute. Non curante della dignità del ricorrente, a dire del sig. Provenzano, il Governo sarebbe incorso in una violazione dell’articolo 3 della CEDU, sul divieto di tortura e di pene o trattamenti inumani e degradanti.

Nonostante tale divieto abbia carattere assoluto, una sua eventuale violazione, secondo una giurisprudenza consolidata della Corte, deve essere valutata sulla scorta del raggiungimento di una soglia minima di gravità.

Nel caso di specie, alla Corte è richiesto di valutare l’adeguatezza delle cure mediche prestate al signor Provenzano. Il giudice di Strasburgo sottolinea che la semplice predisposizione di un piano terapeutico non è ragione sufficiente per escludere con certezza l’esistenza di un trattamento inumano o degradante. Ciononostante, esso riconosce che il signor Provenzano è stato detenuto in una struttura dotata di un centro clinico penitenziario e che non vi sia ragione di credere, dai fatti riportati e dai diari medici, che il personale sanitario abbia agito in maniera negligente nei confronti del ricorrente. Nello specifico, rigetta l’ipotesi secondo la quale la negligenza del personale lo avrebbe costretto ad un intervento chirurgico per rimuovere l’edema, a seguito della caduta nella Casa di reclusione di Parma.

In definitiva, la Corte sostiene che nulla induca a ritenere che la detenzione cui Bernardo Provenzano è stato sottoposto sia di per sé incompatibile con la sua condizione di salute o che, addirittura, essa non sia stata adeguatamente salvaguardata. L’Italia, in tale contesto, non ha quindi violato l’articolo 3 della CEDU.

Le argomentazioni della Corte sul punto sono certamente più articolate. A ben vedere, essa non discute che il regime del 41 bis sia conforme all’articolo 3 della CEDU, come già più volte ribadito (si vedano i casi Enea, Campisi e Paloncello). La sua attenzione si sofferma, piuttosto, su un’eventuale violazione che avrebbe avuto luogo in occasione dell’ultima proroga del regime detentivo speciale nel 2016. Considerando lo stato cognitivo irreversibilmente compromesso del ricorrente, il giudice di Strasburgo solleva incertezze circa la perdurante pericolosità di un soggetto che era incapace di comunicare compiutamente con il mondo esterno.

La Corte, dunque, ritiene necessario verificare che le autorità competenti, e dunque il Ministero della giustizia, abbiano proceduto ad un effettivo ed autentico riesame clinico al momento della conferma del decreto. Detto riesame avrebbe dovuto, quanto meno, riconoscere che il deficit cognitivo del signor Provenzano fosse incompatibile con le misure del carcere duro.

Tuttavia, fatta eccezione per un rinvio a due rapporti della Direzione nazionale antimafia e della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, il decreto non menziona alcuna altra analisi approfondita sulla condizione del signor Provenzano, da realizzarsi per il tramite di periti all’uopo nominati.

La Corte conclude che il dicastero non ha proceduto ad una rivalutazione della situazione del ricorrente e lo ha sottoposto a trattamenti contrari alla dignità umana e, dunque, all’articolo 3 della CEDU, per il periodo compreso tra il 23 marzo 2016 ed il 13 luglio 2016.

 

 

Conclusioni

Il caso Provenzano c. Italia è certamente tra i più controversi e dibattuti dall’opinione pubblica. Al netto delle valutazioni avanzate da molti, la Corte, lungi dal condannare l’Italia per un difetto di assistenza sanitaria prestata a Provenzano, non contesta nemmeno la compatibilità del regime ex 41 bis con i diritti tutelati dalla CEDU. Essa, piuttosto, riconosce una violazione dell’articolo 3 con solo riguardo all’ultimo rinnovo del decreto ministeriale, realizzato senza aver condotto un’aggiornata perizia medica sullo stato di salute del detenuto.  

In assenza di norme specifiche contenute all’articolo 3 CEDU sul trattamento dei detenuti, notoriamente, la Corte si è avvalsa della sua giurisprudenza per la valutazione dei casi di specie. Il caso Provenzano, dunque, sembra pienamente rientrare nel solco della sua giurisprudenza che, sin dal noto caso Soering c. Regno Unito ha definito l’articolo 3 un principio fondamentale delle società democratiche. Fedele al principio della soglia di gravità e attraverso una dettagliata analisi delle documentazioni mediche sottoposte, il giudice di Strasburgo ha confermato l’ampiezza della nozione di trattamento inumano o degradante, pur salvaguardando il sistema del carcere duro.

La Corte si è, dunque, pienamente confermata ad alcuni suoi noti precedenti, ed in particolare la sentenza Mouisei c. Francia del 2003, in cui ha ribadito il diritto dei detenuti a godere di condizioni compatibili con il proprio stato di salute e con la dignità umana. Se nel caso più risalente degna di nota era la mancata attenzione del personale sanitario al continuo peggioramento delle condizioni di salute del ricorrente, nel caso del sig. Provenzano, la Corte ha richiamato gli organi competenti ad una analisi più puntuale delle condizioni di salute del detenuto, che tenga in debito conto la necessità della pena e i caratteri di umanità e dignità contemplati dall’articolo 3.

 

 
Pubblicato il 19/12/2018

 

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