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Intervento risolutivo delle sezioni unite sulla nozione di “pendenza del processo in grado di appello”. Spunti critici e riflessioni

di Valentina Mazzotta

Sezioni Unite – C.c. 29 ottobre 2009 (dep. 10 dicembre 2009), n. 47008 – Pres. Torquato Gemelli – Rel. Giuliana Ferrua – P.m. Ciani – D’A.O.
 
La nozione di pendenza del processo in grado di appello non può che avere un contenuto univoco, indipendente dalla tipologia di provvedimento emesso in primo grado. Attraverso un ragionamento fondato sulla verifica delle soluzioni adottate in casi analoghi è possibile ritenere che la pendenza in grado di appello si verificherà con la trasmissione degli atti al giudice di secondo grado. Ciò evita le distorsioni legate alla ritenuta scindibilità della nozione stessa ed al particolare atteggiarsi della norma nei processi plurisoggettivi.
 
Nell’ambito del processo penale contrassegnato dal n. 27392/08 R.G.N.R.-P.M. la terza sezione penale della Corte di cassazione veniva investita di un ricorso in relazione al quale chiamava a pronunciarsi le Sezioni Unite.
Il quesito posto all’attenzione del supremo consesso era quello di stabilire se in seguito alla sentenza di condanna emessa in primo grado potesse ritenersi verificata la pendenza in appello del processo, prevista dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 10, comma 3, al fine di escludere l’applicabilità delle disposizioni sopravvenute e più favorevoli in tema di prescrizione.
Con la pronuncia n. 47008 del 29 ottobre 2009 (deposito del 10 dicembre 2009) viene risolto il quesito per il tramite di una rigida conformazione alle statuizioni espresse dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 393 2006 e ribadite nella pronuncia n. 72 del 2008. 
Al fine di comprendere le ragioni che hanno condotto i Giudici di Piazza Cavour ad individuare nella lettura del dispositivo della sentenza di condanna il dies a quo ai fini della pendenza del giudizio in grado di appello occorre necessariamente ripercorrere l’iter logico argomentativo che ha portato la Corte costituzionale a dichiarare la parziale illegittimità dell’art. 10, comma 3, della legge 251 del 5 dicembre 2005, entrata in vigore il 7 dicembre 2005.
La dichiarazione di illegittimità ha comportato l’espunzione, dalla disposizione normativa, delle parole “dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché”.
Molteplici ed imprescindibili, al fine di leggere in chiave critica le motivazioni della pronuncia, sono le argomentazioni poste alla base della sentenza n. 393 del 2006.
Il giudice rimettente aveva sollevato la questione relativa all’illegittimità dell’art. 10, terzo comma, della legge 251 del 2005 per violazione dell’art. 3 Cost., laddove subordinava l’applicazione delle norme contenute nell’art. 6 della medesima legge ai soli procedimenti penali in cui non fosse stata ancora dichiarata l’apertura del dibattimento.
La Consulta riteneva fondata la questione sulla base dell’assunto che la disposizione derogava in modo assolutamente ingiustificato all’art. 2, quarto comma, del codice penale. Tale disposizione - già all’epoca della pronuncia - era stata dalla giurisprudenza costituzionale pressoché costantemente interpretata nel senso che nel novero delle “…leggi posteriori…” debbano essere incluse tutte le norme che intervengano in melius sulla fattispecie criminosa e che riguardino tutti gli aspetti, compreso quello relativo alla prescrizione del reato.
Il principio, poi, è stato successivamente accreditato da quel convincimento della Suprema corte in relazione al quale il decorso del tempo non si limita ad estinguere l’azione penale, ma elimina la punibilità in sé e per sé nel senso che costituisce una causa di rinuncia totale dello Stato alla potestà punitiva.
Conseguenza logica di tanto era, e lo è stato poi nelle argomentazioni delle sentenze successive, la circostanza che eventuali deroghe al principio di retroattività della legge mitior possono essere disposte dalla legge ordinaria solo quando ricorre una sufficiente ragione giustificativa chiedendosi, pertanto, se nel caso posto alla sua attenzione effettivamente vi fosse. Per giungere ad una decisione sul punto il giudice delle leggi effettuava una ricognizione sul piano dei principi in tema di successione di leggi penali nel tempo sia a livello internazionale sia a livello comunitario non potendosi riconoscere all’art. 2, quarto comma, c.p., la tutela costituzionale di cui all’art. 25, comma 2, Cost..
La regola nel diritto comunitario e internazionale è l’applicazione retroattiva della legge mitior, derogabile solo ed esclusivamente in presenza di esigenze tali da prevalere su un principio il cui rilievo non si fonda solo su una norma sia pur generale del codice penale1.
La deroga a tale principio è, dunque, ammissibile solo nei confronti di norme che riducano la durata della prescrizione del reato purché sia non solo coerente con la funzione che l’ordinamento riserva all’istituto ma anche diretta a tutelare interessi di non minore importanza.
Nel dictum della Corte non erano tali le argomentazioni poste alla base della disciplina del regime transitorio della ex Cirielli; da qui la dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale del terzo comma dell’art. 10 che subordinava l’applicabilità dell’art. 6 ai soli processi in cui non fosse stata ancora dichiarata l’apertura del dibattimento. La disposizione transitoria ne usciva, così, ampliata, consentendo una applicazione della legge più favorevole anche a processi nei quali si era già aperto il dibattimento. Sopravviveva, in definitiva, soltanto il limite temporale della “pendenza in grado di appello”. 
Se da una parte la pronuncia della Consulta ha fatto chiarezza sulla necessità di applicare i termini più favorevoli a tutti i processi pendenti in primo grado, indipendentemente dal loro stato, dall’altro non si è spinta sino al punto da dare indicazioni precise sul momento in cui si sarebbe verificata la pendenza in grado di appello, con ciò facilitando il proliferare di autonome interpretazioni date dalle sezioni semplici della Corte nomoflattica, spesso in disaccordo tra loro e divise tra una visione “estensiva” – sotto il profilo delle ricadute processuali – ed una restrittiva (tesa, cioè, a limitare al minimo l’operatività della lex mitior ai processi nei quali era stata già pronunciata la sentenza di primo grado).
Esse hanno assunto, considerando prospettive differenti, posizioni marcatamente divergenti nel tentativo di definire la nozione di “pendenza in grado di appello” proprio perché, avendo spostato la Corte costituzionale in avanti il baricentro operativo del limite di discrimine all’operatività della norma transitoria, essa aveva creato problematiche interpretative legate alla necessità di individuare un dies a quo certo.
Nella pronuncia in commento, le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno aderito ad uno dei tre orientamenti, per l’appunto a quello maggioritario, arrivando a statuire che il passaggio da un grado all’altro si realizza con la lettura del dispositivo della sentenza di condanna in primo grado.
Appare necessario in questa sede esaminare sinteticamente gli orientamenti giurisprudenziali formatisi prima dell’interessamento delle Sezioni Unite.
In taluni precedenti è stato affermato che l’incipit del grado di appello, al quale consegue la non retroattività delle norme sopravvenute più favorevoli, ha inizio con l’effettiva proposizione del gravame e non già con la semplice conclusione del primo grado di giudizio.
In relazione a tale orientamento la formula adottata dal legislatore della “ex cirielli” deve essere valutata “nella sua specificità lessicale” e la L. n. 251 del 2005, art. 10, comma 3, evoca non la pendenza del giudizio di appello, bensì del processo nel “grado di appello”, in questo modo attribuendo rilievo all’atto che lo introduce.
In tal senso non potrebbero assumere valenza né il decreto di citazione in giudizio per l’appello néla trasmissione del fascicolo al giudice di secondo grado, eventi successivi all’impugnazione. In linea con tale indirizzo dunque la proposizione del gravame individua il momento in cui inizia il grado d’appello poiché tale adempimento costituisce l’atto iniziale del procedimento di impugnazione ai sensi dell’art. 582 c.p., il quale dispone, ed anche questo è noto, che essa, di regola, si propone mediante presentazione personale o mediante incaricato nella cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato.
Un altro indirizzo è stato inaugurato da due pronunce, rimaste isolate, ed in relazione alle quali la pendenza di un processo in appello è da individuare nel momento della sua iscrizione nel registro della Corte d’appello.
Poiché il legislatore non fornisce definizione alcuna della nozione di “pendenza del processo” né tantomeno di “pendenza del giudizio in grado di appello”, sarebbe d’obbligo, secondo tale ricostruzione, ricavare dallo stesso sistema siffatta nozione e dal momento che, poi, agganciare lo status di pendenza del giudizio in appello alla presentazione dell’atto di impugnazione potrebbe determinare notevoli incertezze, si desume - sempre dal sistema - che il momento centrale e fondamentale nel passaggio da una fase processuale all’altra è rappresentato, rispettivamente, dalla trasmissione e dalla ricezione del fascicolo.
In linea con tale indirizzo è lo stesso codice di rito, difatti, che illumina - in relazione agli artt. 432 e 590 c.p.p. - imponendo urgenza per il primo di questi adempimenti.
Ma non solo. Il giudice dell’impugnazione può altresì provvedere agli atti preliminari di sua competenza solo dopo la suddetta ricezione.
Questo orientamento censura il riferimento alla presentazione dell’impugnazione, comportando quest’ultimo criterio molteplici incertezze in particolare nell’ipotesi di procedimenti con più imputati.
Allo stesso tempo si è esclusa la possibilità di avere riguardo all’emissione della sentenza di primo grado in quanto siffatta interpretazione sarebbe in contrasto con il dettato normativo e porterebbe a ritenere già istaurato l’appello, pur essendo la celebrazione di questo giudizio meramente eventuale.
L’orientamento maggioritario, purtuttavia, è il terzo, e ad esso aderiscono le Sezioni unite.
In linea con lo stesso, il dies a quo della pendenza del processo in appello coinciderebbe con la pronuncia della sentenza di condanna di primo grado. A sostegno si è considerato che il significato dell’attuale norma transitoria vada interpretato nel senso che non riproduca ciò che la Consulta ha ritenuto irragionevole e non conforme al sistema, tenendosi altresì conto dello scopo originariamente perseguito dalla norma: la sentenza di condanna determina interruzione della prescrizione e si pone in armonia con l’esigenza di non ridurne indiscriminatamente i tempi.
Il riconoscimento va riportato alla lettura del dispositivo e non al deposito della motivazione, che non incide sul decorso della causa estintiva.
E’, in ultima analisi, stata negata ogni rilevanza ad altri fatti, quali la presentazione dell’impugnazione o l’iscrizione nel registro della Corte di appello, che a loro volta non sono ricompresi tra quelli previsti dall’art. 160 c.p., e dipendono dalla volontà di taluni soggetti processuali.
Nella pronuncia n. 47008 del 2009 – qui in commento - i Giudici di piazza Cavour richiamano anche la posizione che le Sezioni unite, interpellate in diverse occasioni su questioni diverse, hanno assunto, affermando nell’un caso che doveva operare la nuova disciplina in quanto al momento della entrata in vigore della L. n. 251 del 2005 non era ancora stata pronunciata la sentenza di condanna di primo grado, nell’altro applicando la normativa previgente perché al momento suddetto già era stata emessa tale sentenza, che “costituisce atto interruttivo della prescrizione”.
Le sezioni unite, pertanto, ritengono che alla luce della pronuncia n. 393 del 2006 della Corte costituzionale, la sentenza di condanna sia proprio quel “fatto processuale” cui subordinare l’efficacia delle nuove disposizioni. Essa, difatti, avvia il grado di giudizio successivo indipendentemente dalla presentazione dell’eventuale atto di appello.
La condanna, poi, interrompe il corso della prescrizione che, qualora in relazione al reato ritenuto in sentenza e al regime applicabile non sia già superato il tempo stabilito dall’art. 157 c.p., ricomincia a decorrere dal giorno dell’interruzione, pur se con un prolungamento non uguale al segmento ordinario.
Sarebbero queste le ragioni che portano a ritenere ragionevole che la sentenza di condanna, nel sistema transitorio configurato dal Giudice delle leggi, diventi lo “spartiacque” tra nuova e vecchia disciplina, per essere il primo “fatto processuale” a possedere i requisiti richiesti dalla Consulta, non potendosi, conseguentemente, pensare al decreto di citazione per il giudizio d’appello che, sebbene sia atto che interrompe il corso della prescrizione, interviene quando la pendenza del giudizio di appello è già giuridicamente configurata e, come tale, avrebbe l’effetto arbitrario di escludere procedimenti già pendenti nei gradi di impugnazione dall’operatività della disciplina transitoria.
Nell’iter logico-argomentativo delle Sezioni unite sarebbe, infatti, incontrovertibile quel principio di diritto in relazione al quale, al fine di individuare il momento in cui si produce l’interruzione della prescrizione del reato, occorre avere riguardo a quello dell’emissione di uno degli atti indicati nell’art. 160 c.p. e con specifico riferimento al caso in cui il processo di primo grado si sia concluso con una condanna, al momento della lettura del dispositivo, poiché con esso si accerta la responsabilità e si infligge la pena.
Conseguenza naturale di tale ragionamento è che dal momento che il diniego della retroattività della lex mitior presuppone il verificarsi di un evento interruttivo della prescrizione, per l’ipotesi in cui il giudizio di primo grado si concluda con una sentenza di proscioglimento (la quale non è contemplata dall’art. 160 c.p.), la deroga opererebbe solo a partire dall’emissione del decreto di citazione in appello, che rappresenta il primo atto in sequenza procedimentale avente l’effetto in questione.
In senso difforme si è dato risalto al solo principio dell’efficienza del processo, a prescindere dall’intervento di un atto interruttivo della prescrizione e l’esito del giudizio di primo grado è stato considerato indifferente.
E’ chiaro che le Sezioni unite sposano la tesi del terzo degli orientamenti suesposti individuando nella sentenza di condanna emessa in primo grado il fattore al quale ancorare, in tema di prescrizione, l’inapplicabilità delle norme sopravvenute, più favorevoli all’imputato.
Non solo le Sezioni unite condividono appieno le motivazioni e l’iter logico argomentativo che ha condotto alla conclusione per la quale il dies a quo per l’individuazione della pendenza di un processo in grado di appello sia la lettura del dispositivo della sentenza di condanna ma ritengono altresì che le pronunce della Corte costituzionale producano effetti vincolanti in ogni procedimento esclusivamente per quanto attiene alla dichiarazione in queste contenuta di illegittimità costituzionale di una norma.
In sede penale, con riferimento a sentenze di rigetto delle questioni di legittimità, le quali non sono in alcun modo vincolanti, si è tuttavia affermato, con diverse sfumature, che esse rappresentano un precedente autorevole e che il giudice in un diverso procedimento, pur conservando il potere-dovere di interpretare in piena autonomia la disposizione “salvata”, incontra il limite di non assegnare alla formula normativa un significato che secondo il Giudice delle leggi sarebbe in contrasto con la Costituzione.
La sentenza della Consulta n. 393/2006 non solo avrebbe valenza erga omnes in ordine al precetto dichiarato illegittimo ma assume valenza – nel ragionamento delle Sezioni Unite - anche in relazione ai motivi della ritenuta irragionevolezza che nell’interpretazione della restante disposizione non possono essere trascurati, dovendosi evitare che venga adottato un criterio avente gli stessi caratteri di quello censurato.
Considerando, dunque, la restante disposizione normativa sopravvissuta al vaglio della Corte costituzionale nel 2006, non deve tanto ricostruirsi una nozione generale ed astratta di pendenza del giudizio o, ancor più nello specifico, di pendenza del giudizio di appello, ma piuttosto l’esatto significato di quel dettato normativo nel particolare contesto in cui è stata introdotta, prendendo in considerazione gli interessi perseguiti e le condizioni per le quali l’esclusione della retroattività si palesa compatibile con la legge fondamentale.
Nelle argomentazioni della Corte nomofilattica, poi, non potrebbe giovare un richiamo dogmatico al codice dal momento che il concetto di “pendenza” non ha ricevuto definizione nel nostro sistema processual-penalistico, e tanto consente di adeguarlo alle caratteristiche ed alla finalità delle situazioni in cui è destinato ad incidere.
Nelle motivazioni della sentenza in commento, individuare il dies a quo della pendenza di un procedimento in appello nel momento in cui viene emesso il provvedimento che pone fine al grado precedente trova spiegazione nella circostanza che questo evento comporta l’impossibilità per il giudice di assumere ulteriori decisioni in merito all’accusa.
A nulla rilevano, dunque, le disposizioni in tema di competenza dettate da esigenze pratiche in relazione ai procedimenti incidentali cautelari e il verificarsi di quell’evento, cioè lettura del dispositivo della sentenza di condanna, apre comunque la fase dell’impugnazione, indipendentemente dal fatto che siano pendenti i termini per proporla.
A conferma di tale impostazione vi sarebbe la ratio sottesa alla norma nonché la tecnica legislativa utilizzata dai conditores che, difatti, con la disposizione originaria, intesero apportare, in tema di prescrizione, ampia deroga al principio posto dall’art. 2 c.p., comma 4, al fine di impedire che si verificasse una forma generalizzata di amnistia a scapito di una coerente applicazione della legge penale.
La Corte Costituzionale nella nota pronuncia n. 393/2006 ha censurato la scelta della formalità – l’apertura del dibattimento cioè – e non la ragione che ebbe ad ispirare la limitazione del principio, al contrario ritenendo che la tutela dell’efficienza del processo valga, in generale, a giustificare un’eccezione al citato principio.
Da tanto deriva che alla norma sopravvissuta al vaglio di legittimità costituzionale si impone un approccio ermeneutico che sia conforme agli enunciati della corte di legittimità ed attribuisca altresì rilievo al suddetto intento, evitando di restringere senza necessità la deroga stessa e conseguentemente, nelle argomentazioni delle Sezioni unite, sarebbe necessario riportarsi ad un momento che dopo la chiusura del primo grado, sia il più possibile risalente nel tempo associandosi contestualmente al pensiero della Corte costituzionale circa la specifica esigenza che il sacrificio dell’interesse dell’imputato ad un più benevolo trattamento venga parametrato alla funzione dell’istituto della prescrizione e quindi collegato ad un atto interruttivo del suo corso.
Perseverando in tale ragionamento le Sezioni unite puntualizzano altresì che se la prescrizione implica la rinuncia dello Stato a realizzare la pretesa punitiva a causa del decorso del tempo è pur vero che ogni atto avente efficacia interruttiva ex art. 160 c.p. rappresenta esplicitazione e riaffermazione della volontà di accertare fatti e responsabilità, in una prospettiva di ravvisato perdurare dell’allarme sociale.
La pronuncia di condanna è idonea, sia in relazione al momento processuale in cui interviene, sia con riguardo al suo contenuto di verifica fattuale e di imposizione punitiva, a segnare la linea di demarcazione temporale tra la pregressa e la nuova normativa, né può ignorarsi il fatto che la stessa sia stata menzionata dalla Consulta nel richiamare gli atti rilevanti a tal fine.
Le suesposte argomentazioni hanno indotto le Sezioni unite a ritenere che la situazione di pendenza non può essere determinata dalla proposizione dell’impugnazione ovvero dall’iscrizione del processo nel registro del giudice di secondo grado: tali fatti non sono interruttivi della prescrizione né altrimenti indirizzati a garantire la funzione del processo oltre al fatto che far dipendere il verificarsi o meno della prescrizione da comportamenti delle parti oppure da adempimenti di carattere amministrativo sarebbe priva di plausibile fondamento.
Non è azzardato ritenere quasi di tipo matematico piuttosto che giuridico la logica che conduce alle conclusioni della sentenza in esame. Utilizzando i netti parametri seguiti dalla Corte costituzionale al fine di vagliare la legittimità di una disposizione normativa, la Corte nomofilattica ha inteso dare definizione ad una nozione generale conformando la stessa sul ragionamento della giurisprudenza di legittimità in relazione ad una norma intertemporale. In primo luogo, dunque, pur se interpellate al fine di pronunciarsi su una nozione generale, le Sezioni unite hanno plasmato la stessa sulla base di un riferimento particolare, senza però tenere in debito conto le logiche sottese al codice di rito in seno al quale giace la nozione da definire.
In secondo luogo, poi, quello che sarebbe dovuto essere un concetto assolutamente univoco viene quasi sdoppiato dal momento che si individua, sì, una nozione, statuendo un determinato principio di diritto ma allo stesso tempo si ritiene di poter considerare la medesima nozione in modo differente a seconda che vi sia stata una sentenza di condanna ovvero di assoluzione in primo grado e non considerando all’uopo le ricadute che un tale ragionamento può avere sul processo penale.
Inevitabile, difatti, è chiedersi cosa accade se per alcuni imputati vi sia una sentenza di condanna, per altri, al contrario, di assoluzione.
E si pensi, altresì, sempre in tali processi, ad eventuali appelli del pubblico ministero avverso le sentenze assolutorie e ad appelli degli imputati condannati. Paradossalmente a fronte, per esempio, dei medesimi fatti di reato, si potrebbe avere una prescrizione già maturata per gli imputati assolti in primo grado, non anche per quelli condannati proprio perché per gli uni il procedimento penderà in appello nel momento in cui saranno citati a giudizio in grado di appello, per gli altri, invece, al momento della lettura della sentenza di condanna.
La Corte ha perseverato nel voler considerare una nozione di “pendenza in grado di appello” non in termini assoluti, ma in relazione ad una norma intertemporale, letta ed interpretata alla luce delle indicazioni provenienti dalla giurisprudenza costituzionale, manifestando la consapevolezza che detta locuzione può assumere differenti significati a seconda del contesto in cui sarà chiamata ad operare.
La posizione delle Sezioni Unite non è, tuttavia, condivisibile se analizzata in prospettiva codicistica. Il nostro codice di rito, difatti, prevede atti qualificabili “di secondo grado” già prima del decreto di citazione a giudizio e tali da far si che il giudizio possa essere considerato pendente in già prima di quel momento ma certamente non già nel momento in cui la sentenza venga pronunciata.
Il decreto ex art. 601 c.p.p. è, difatti, emesso solo se l’atto di appello non deve essere dichiarato inammissibile dal giudice dell’impugnazione, anche d’ufficio, con ordinanza che va notificata a chi ha proposto l’appello. 
Incongruo, invero, sarebbe ritenere chiamato alla declaratoria di inammissibilità il giudice dell’impugnazione in un momento in cui il processo non sia formalmente pendente in grado di appello. In un sistema che affida al giudice ad quem il potere di verifica di ammissibilità dell’impugnazione (piuttosto che allo stesso giudice del provvedimento impugnato) sarebbe arduo sostenere che non si sia ancora realizzato quel “passaggio di grado” che realizzerebbe la “pendenza in appello” e ciò ancor più per il fatto che l’accertamento di ammissibilità dell’appello esige una - seppur limitata - analisi del fascicolo.
A titolo esemplificativo si può avere riguardo all’accertamento del rispetto dei termini ex art. 585 c.p.p. in un processo con imputato contumace. La verifica potrebbe essere poco agevole e potrebbe richiedere opportuni approfondimenti. Essi, di certo, sono esplicazione di potere giurisdizionale esercitato dal giudice d’appello.
Non è certo agevole ritenere che tali attività, chiaramente di secondo grado, non vadano inserite in un momento in cui il grado di appello non sia ancora pendente.
D’altro canto, nel codice di rito, si rinvengono anche altre disposizioni che non consentono di considerare un processo pendente in grado di appello al momento della lettura del dispositivo di una sentenza di condanna in primo grado ovvero ancora semplicemente dalla data di emissione del decreto di citazione a giudizio in grado di appello dell’imputato nel caso di assoluzione.
Occorre riflettere sui procedimenti in materia cautelare che, seppur incidentali, hanno quale base i principi ricavabili dal codice di rito per tutti gli altri procedimenti. Ex art. 279 c.p.p., in materia di misure cautelari si legge che il giudice «…che procede…» è l’organo competente sull’applicazione e la revoca delle misure. Sulla esegesi della locuzione “giudice che procede” è necessario richiamare la posizione della corte di legittimità.
La Suprema Corte chiarisce il relativo concetto. Diverse pronunce confermano, anche a distanza di anni, quell’orientamento remoto sposato dalle Sezioni unite in relazione al quale appartiene al giudice dell’udienza preliminare la competenza all’adozione dei provvedimenti relativi alle misure cautelari nel periodo compreso tra la pronuncia del decreto che dispone il giudizio e la trasmissione degli atti al giudice del dibattimento.
Nell’affermare questo principio la Corte, ragionando in relazione all’udienza preliminare, ha osservato che dopo la presentazione della richiesta di rinvio a giudizio da parte del p.m., il g.u.p. è investito della cognizione dei procedimenti incidentali de libertate in quanto “giudice che procede”, aggiungendo, altresì, che tale competenza permane oltre la chiusura dell’udienza preliminare fino a quando non sia venuta meno, da parte sua, la disponibilità giuridica e materiale degli atti a seguito della formazione e spedizione del fascicolo per il dibattimento a norma degli artt. 431 e 432 c.p.p. La Corte individua la figura del “giudice che procede” tenendo in considerazione lo sviluppo del rapporto processuale e l’articolazione di esso nelle varie fasi e nei vari gradi, correlati al passaggio degli atti da un giudice all’altro, nel senso che l’attribuzione della competenza funzionale in ordine ai relativi procedimenti dipende dalla disponibilità degli atti e viene meno solo con la loro trasmissione ad altro giudice. Traslando il concetto di competenza – intesa come strettamente legata al fascicolo - in fase dibattimentale, competente ex art 279 c.p.p. sarà il giudice di primo grado fino al momento in cui gli atti non verranno inviati presso il giudice ad quem in caso di impugnazione. Si può pertanto analogicamente dedurre la nozione di pendenza del giudizio in grado d’appello legando la stessa alla trasmissione del fascicolo al giudice dell’impugnazione, in linea con alcune pronunce della Corte di cassazione. A tale considerazione si arriva anche per il tramite di un’altra disposizione codicistica. Sin dalla lettura del dispositivo, ex art. 588 c.p.p., durante i termini per impugnare e fino al termine del giudizio di impugnazione resta sospesa l’esecuzione del provvedimento. Tale disposizione ha in sé il concetto in relazione al quale dopo la pronuncia della sentenza in primo grado non può parlarsi di grado d’appello fino a quando non venga proposta impugnazione o comunque fino a quando non scadano i termini per l’impugnazione. Il processo, pertanto, sarà pendente in primo grado fino a che sarà proponibile l’impugnazione.
Conseguentemente fino a quando l’impugnazione non verrà proposta non potrà parlarsi di grado di appello ma, in linea con l’opinione di chi scrive, non potrà parlarsi di grado di appello fino a quando gli atti, materialmente, non vengano trasmessi al giudice dell’impugnazione. Il problema legato alla necessità di armonizzare la soluzione esegetica sposata dalla Corte con le “problematiche cautelari” sembra essere stato avvertito dall’estensore della sentenza in esame. E difatti, nella parte motiva del provvedimento si richiamano, per escluderle, «le disposizioni in tema di competenza dettate da esigenze pratiche in relazione ai procedimenti incidentali cautelari». Tuttavia, tale esclusione, appare del tutto apodittica e si presenta sprovvista di una spiegazione adeguata, convincente ed idonea a consentire di frapporre uno iato logico tra la «pendenza a fini prescrizionali» e la «pendenza a fini cautelari».
Alla luce delle considerazioni suesposte la pronuncia delle Sezioni unite, chiamate a dipanare una matassa, lascia piuttosto perplessi. Il ragionamento dei Giudici di Piazza Cavour che porta alla soluzione prospettata non convince, non apparendo idoneo a fornire una soluzione univoca.
Al di là del contesto particolare in cui l’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite è nata, difatti, quanto statuito dalle stesse avrebbe dovuto dare forma ad una nozione valida anche per il futuro quando cioè la norma transitoria non avrebbe più trovato applicazione.
Viene da chiedersi se incostituzionali, dunque, siano stati gli orientamenti che hanno preceduto la pronuncia de qua. Non dovevano le Sezioni unite segnare i confini di una norma di applicazione intertemporale ma semplicemente dar forma ad una nozione in modo univoco, codicisticamente orientato e valevole anche per il futuro stante la oggettività e l’assolutezza dei contenuti.
La funzione nomofilattica svolta dalla Corte di cassazione impone di tenere conto, ai sensi dell’art. 12 delle Preleggi, “(…) del senso fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore (…)”.
Laddove il senso fatto palese dal significato proprio delle parole non risulti chiaro bisogna dunque interrogarsi su quella che è l’intenzione del legislatore. Viene spontaneo domandarsi come si possa prescindere dall’analisi del codice di rito al fine di dar consistenza ad una nozione di netto stampo processuale penale.
A ragionare in linea con la sentenza in commento, si dovrebbe ammettere l’esistenza di una nozione di “pendenza del giudizio in grado di appello” cangiante a seconda dell’esito del giudizio di primo grado. E’ come se quella della “pendenza in grado di appello” fosse una nozione elastica.
Sarebbe, pertanto, più opportuno oltre che corretto aver riguardo alla trasmissione del fascicolo presso la Corte d’appello quale attività materiale propedeutica alla emissione del decreto di citazione in appello (alternativa all’ordinanza di inammissibilità dell’impugnazione). Individuare tale passaggio quale discrimine tra il primo e il secondo grado del giudizio non solo sembra essere perfettamente aderente all’impostazione del codice di rito ma risulta altresì in linea con le osservazioni formulate nelle citate sentenze della Corte costituzionale giacché la necessità di ancorare il discrimine temporale ad un atto ad efficacia interruttiva potrebbe dirsi soddisfatto anche nel caso in cui si riferisca ad una attività che si lega – seppur quale presupposto materiale – all’atto che interrompe la prescrizione (il decreto di citazione in appello, appunto). La volontà di conformare rigidamente una nozione alle statuizioni della Corte costituzionale – peraltro rese in un contesto assai particolare - non può, difatti, condurre l’esegeta a conclusioni contrastanti con le logiche codicistiche.
Si è certamente consapevoli del rischio che ancorare il “passaggio di grado” ad una attività materiale rimessa alla efficienza (o discrezionalità) degli uffici di cancelleria può provocare la perdita di confini temporali certi. E tuttavia, un’attenta disamina delle disposizioni del codice consente di limitare al minimo tale rischio. L’art. 590 c.p.p. impone la trasmissione “senza ritardo” del fascicolo. La fisiologica soluzione, dunque, vorrebbe che, una volta proposta l’impugnazione ed effettuate le operazioni previste (annotazione sul provvedimento impugnato – art. 165 disp. att. c.p.p., notificazione delle copie – art. 584 c.p.p. e formazione dei fascicoli art. 164 disp. att. c.p.p.), la cancelleria invii il fascicolo senza soluzione di continuità con il perfezionamento delle pregresse e propedeutiche attività.
Detta tesi appare l’unica, pur con le inevitabili criticità, idonea ad evitare, ad esempio, le già paventate dissonanze di sistema legate alla possibilità che uno stesso reato commesso in concorso da più imputati (alcuni assolti in primo grado ed alcuni condannati) possa prescriversi in momenti diversi, a seconda che si applichi la disciplina previgente o quella sopravvenuta.
Sia consentita, in proposito, una riflessione ad ampio raggio.
Di recente approvazione da parte del Senato della Repubblica (20 gennaio 2010) è la proposta di legge in tema di “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’art. 111 della Costituzione e dell’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”. Tralasciando ogni commento sui contenuti della stessa e limitando l’analisi alla mera verifica dei connotati linguistici ed “esteriori” della norma, è agevole osservare come il legislatore sia stato assai chiaro nella predisposizione del testo normativo. L’art. 5 del disegno citato prevede l’inserimento della sezione I bis – Sentenza di proscioglimento per violazione della durata ragionevole del processo - nel capo II del titolo III del libro VII c.p.p., e nello specifico l’art. 531 bis (Dichiarazione di non doversi procedere per violazione dei termini di durata ragionevole del processo)recita testualmente 1. Il giudice, nei processi relativi a reati per i quali è prevista una pena pecuniaria o una pena detentiva, determinata ai sensi dell’articolo 157 del codice penale, inferiore nel massimo a dieci anni, sola o congiunta alla pena pecuniaria, pronuncia sentenza di non doversi procedere per estinzione del processo quando: a) dalla emissione del provvedimento con cui il pubblico ministero esercita l’azione penale formulando l’imputazione ai sensi dell’articolo 405 sono decorsi più di tre anni senza che sia stata pronunciata sentenza di primo grado; b) dalla pronuncia della sentenza di cui alla lettera a) sono decorsi più di due anni senza che sia stata pronunciata sentenza in grado di appello (…)”. La littera legis è limpida. Nessun dubbio sorge alla lettura del testo della disposizione normativa. Si parla di pronuncia della sentenza che definisce il primo grado di giudizio, alludendo chiaramente alla lettura del dispositivo.
Poiché trattasi di contesti politici molto simili (ossia quello che portò al varo della “ex Cirielli” e quello che ad oggi ha in grembo il c.d. processo breve), è, dunque, possibile ritenere che l’aver utilizzato soluzioni linguistiche differenti si sia voluto attribuire contenuti diversi.
Non si parla di pendenza del giudizio in grado di appello ma di pronuncia della sentenza. Come se, dunque, il legislatore abbia inteso riferirsi a momenti dissimili, nella – implicita ma da presumere – consapevolezza della profonda dissomiglianza tra la pendenza in grado di appello (utilizzata dal legislatore del 2005) e la pronuncia del provvedimento conclusivo di primo grado (di cui al recente disegno di legge).
Anche un’analisi della proposta di legge, quindi, non consente di aderire all’opzione esegetica adottata dalle Sezioni Unite.
 
Valentina Mazzotta
 
1 E.M. Ambrosetti, La nuova disciplina della prescrizione: un primo passo verso la “costituzionalizzazione” del principio di retroattività delle norme penali favorevoli al reo, in Cass. pen., 2007, 428 ss.
 
 
Pubblicato il  22/04/2010

 

 


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