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Il nuovo codice di procedura penale a vent’anni dalla sua entrata in vigore. Luci e ombre.

di Giorgio Spangher

Vent’anni fa, tra molte speranze – e non poche illusioni – entrava in vigore il nuovo codice di procedura penale, il primo codice della Repubblica.
Il suo significato più profondo doveva ricollegarsi – come emerge dal preambolo della legge-delega – alla scelta del modello accusatorio – seppur rivisitato alla luce della tradizione giuridica del nostro Paese in materia di giustizia penale – e dal riconoscimento dei valori contenuti nelle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia relative ai diritti della persona e al processo penale.
            In questi anni le scelte del legislatore delegato sono state messe a dura prova da no poche resistenze culturali – che hanno trovato la loro massima espressione nelle sentenze della Corte costituzionale del 1992 – e dalle incalzanti emergenze – criminalità organizzata, aggressione terroristica, molteplici e variegate forme delinquenziali – che hanno chiesto, rectius imposto, risposte in termini di sicurezza, di cui il sistema penale è stato – in modo ormai consolidato – chiamato a farsi carico. Il tutto, intervallato da quella episodicità ed occasionalità che ha da sempre caratterizzato il modo di legiferare del Parlamento.
            Il coagularsi di questi fattori ha deformato l’intero impianto processuale che ha subito profonde trasformazioni rispetto alla struttura originaria, al punto da potersi affermare che nessuno dei grandi “passaggi” del procedimento e del processo ne sia rimasto immune.
            Lungi dal sostenere l’idea di un processo cristallizzato nelle sue scelte originarie, va sottolineato come le scelte sistematiche di fondo dei vari istituti abbia subito una “torsione” e come siano entrati in tensione con le scelte che progressivamente venivano introdotte.
            Un’analisi maggiormente dettagliata sul punto è già stata delineata nella “Presentazione del Trattato di procedura penale, vol. I, tomo I, 2009, edito da Utet: ci sia consentito rinviare a quelle considerazioni.
            La struttura del processo penale – seppur articolata per ragioni di competenza – si è ulteriormente strutturata in percorsi differenziati in relazione alle diverse materie interessate prospettando dei veri sottosistemi procedimentali; completando il panorama già articolato delle diversità processuali legate alla condizione soggettiva degli imputati; ove si segnala la presenza – del tutto inedita – della responsabilità delle persone giuridiche.
            La complessità che il problema “processo penale” sta assumendo è ulteriormente amplificata dalla presenza delle nuove fonti – comunitaria e convenzionale – che contribuiscono a creare un reticolo sempre più fitto di previsioni e di regole che si sovrappongono a si scontrano con le scelte della legislazione ordinaria.
            Il tema è reso ulteriormente complesso dagli ineludibili legami che il processo innesta e subisce relativamente alla disciplina esecutiva e penitenziaria, nonché con la “parallela” e separata presenza di un sempre più ampio procedimento di prevenzione. Non vanno trascurate le sempre più strette implicazioni della struttura ordinamentale, non ritenuta più una “variante indipendente”.
            Si consideri, infine, che con sempre maggior frequenza il legislatore disciplina e prevede un’attività preprocedimentale nella quale la affermata natura amministrativa coinvolge diritti e posizioni suscettibili di tutela omologa a quella penale e processuale, ben degna di essere qualificata come amministrativa-penale.
            Si considerino, altresì, il ruolo sempre più attivo ed incisivo dei media nella lettura dei fatti di cronaca di rilievo penale e lo spazio che in questo contesto la “vittima” sta assumendo.
            Come si comprende da questi brevi flasches, la situazione è estremamente complessa e si affianca alle perplessità per i ritardi del legislatore ed ai rimpianti per la felice stagione di quella riforma che vent’anni fa indusse a tante aspettative.
            L’intersezione di tanti aspetti nel macrocosmo giustizia penale nel quale tutto si “tiene” – non ultimo la difficoltà di riformare la parte generale del codice penale – non induce all’ottimismo.
            La riforma del 1988 si avvantaggiò di un periodo di relativa tranquillità dal punto di vista dell’aggressione al tessuto sociale da parte dei fenomeni criminali e del consenso larghissimo delle forze politiche. Due situazioni forse irripetibili. Ciononostante sarà necessario provare a ricostruire il sistema restando all’interno dello scheletro e dell’ossatura definito vent’anni fa, tenendo conto del valore aggiunto introdotto con la modifica costituzionale del giusto processo (art. 111 Cost.).
            Non possiamo permetterci anche il rimorso di non averci provato.

Pubblicato il  18/11/2009


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