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Le contestazioni nel processo penale: un’interpretazione della corte che valorizza il contraddittorio

di Claudio Papagno

Sommario: 1.Gli echi del principio di non dispersione della prova nell’interpretazione del giudice a quo. – 2. Il principio del contraddittorio nella disciplina delle contestazioni. 

Corte costituzionale, sentenza 1 luglio 2009 (udienza del 22 giugno 2009), n. 197 – Amirante, Presidente – Frigo, Redattore.
 
Norme impugnate: art. 503, commi 5 e 6, c.p.p.
 
Massima
L’interpretazione sistematica dell’art. 503, commi 5 e 6, c.p.p. implica un giudizio di non fondatezza della questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 24, comma 2 e 111, comma 4, Cost. poiché le dichiarazioni rese nelle fasi anteriori al giudizio dall’imputato possono essere utilizzate – per quanto concerne la responsabilità dei coimputati – ai soli fini di valutare la credibilità del dichiarante, a meno che i coimputati prestino il consenso all’utilizzabilità delle stesse in sede decisionale. Difatti, sia il comma 4 dello stesso art. 503 c.p.p., che fa espresso rinvio all’art. 500, comma 2, c.p.p., sia l’art. 513, comma 1, c.p.p. che pur ammettendo la lettura delle dichiarazione rese dall’imputato nelle fasi anteriori al dibattimento, precisa che “tali dichiarazioni non possono essere utilizzate nei confronti di altri senza il loro consenso, salvo che ricorrano i presupposti di cui all’articolo 500, comma 4” sono riferimenti inequivocabili dell’interpretazione accolta della Corte.
 
 
1. Gli echi del principio di non dispersione della prova nell’interpretazione del giudice a quo.
Complice la non chiara formulazione della norma, continuano a riscontrarsi dubbi interpretativi circa l’effettiva portata applicativa della disciplina delle contestazioni. Il giudice remittente, in questo caso, avanza perplessità sulla possibile utilizzabilità, ai fini della decisione, delle precedenti dichiarazioni difformi, rese dall’imputato prima del giudizio e usate per le contestazioni, non solo nei confronti dell’imputato che le ha rese, ma anche dei coimputati.
Cosicché, la disciplina di cui ai commi 5 e 6 dell’art. 503 c.p.p. si porrebbe in netto contrasto con gli artt. 24, comma 2 e 111 Cost., atteso che una siffatta interpretazione violerebbe il diritto di difesa dei coimputati, i cui difensori non abbiano potuto partecipare all’assunzione delle dichiarazione stesse e si porrebbe in netto contrasto con la concezione “massimalista” del contraddittorio accolto nella Carta costituzionale all’art. 111 (V., ampiamente, Spangher, I precedenti investigativi discordanti al primo vaglio del «giusto processo», in Giur. cost., 2002, 327).
Le premesse interpretative di queste argomentazioni – a condivisibile parere dei Giudici costituzionali –, sebbene non appaiano del tutto avulse logicamente dal disposto normativo di cui agli artt. 500 e 503 c.p.p., si pongono in palese contrasto con i principi interpretativi richiamati dallo stesso giudice remittente.
L’art. 111 Cost – evocato da quest’ultimo – attribuisce risalto costituzionale al principio del contraddittorio, anche nella prospettiva della impermeabilità del processo, quanto alla formazione della prova, al materiale raccolto in assenza della dialettica tra le parti, mirando così ad impedire che l’istituto delle contestazioni si atteggi a meccanismo illimitato e incondizionato di acquisizione di elementi raccolti nel corso delle indagini preliminari, prima e fuori del contraddittorio.
In questa ottica, si è inteso limitare l’efficacia delle contestazioni ai soli fini della valutazione “della credibilità del teste” (art. 500, comma 2, c.p.p.), sebbene non siano mancate spinte tese ad ampliare la portata applicativa, in chiave decisoria, del precedente narrativo difforme (Cfr. Paulesu, Falsa testimonianza e contestazioni: una messa a punto sui confini della “prova illecita, in Cass. pen., 2003, 3753). Tanto che, non senza forzature ermeneutiche, si è sostenuto che il divieto costituzionale di provare la colpevolezza dell’imputato sulla base di dichiarazioni rese da chi si sia volontariamente e liberamente sottratto al confronto con l’accusato (art. 111, comma 4, Cost.) consentirebbe, ex adverso, l’uso probatorio delle dichiarazioni precedentemente rese da chi invece accetti di essere sottoposto al controesame, o, ancora, che dovrebbe ritenersi «formata nel contraddittorio» anche la «prova complessa» costituita dal precedente difforme utilizzato per la contestazione e dalla risposta fornita dal teste, con la quale quest’ultimo ritratti, smentisca o modifichi la sua precedente versione dei fatti.
Senza tornare su un dibattito che, per la sua ripetitività, potrebbe apparire addirittura noioso, preme mettere in evidenza come questi rilievi interpretativi non siano altro che l’espressione di un diffuso disagio empirico, che si sostanzia nella difficoltà di rinunciare ad un sapere preacquisito a fronte di un considerevole scarto cronologico tra il delitto e il processo.
Un fatto, però, emerge chiaramente: l’idea che, quando si nega valore probatorio al precedente difforme riversato nel dibattimento attraverso l’istituto delle contestazioni nei fatti, si sceglie di consegnare alla valutazione del giudice una sorta di prova testimoniale disarticolata, perché depauperata di una sua componente epistemologica ritenuta essenziale come il precedente narrativo discordante, per l’appunto.
Sicché, la concezione della regola contenuta nell’art. 500, comma 2, c.p.p. come espressione del canone epistemologico del contraddittorio stenta a fare breccia nell’attività dell’interprete giuridico e sono continui i tentativi di conferire alla stessa una falsa immagine di «regola incompiuta», di lex minus quam perfecta che impedisce al giudice di attingere all’intero patrimonio conoscitivo del teste.
Le medesime spinte ampliative che – non prive di decise forzature interpretative – hanno coinvolto anche la tematica che qui ci occupa portando la Cassazione, di recente, ad affermare, che il giudice di merito non può emettere sentenza di non luogo a procedere limitandosi a dare atto della ritrattazione, compiuta dall'imputato nel corso dell'udienza preliminare, delle dichiarazioni autoaccusatorie precedentemente rese, poiché così facendo “il giudicante ha sottratto alle parti (in questo caso il pubblico ministero) la possibilità di utilizzare le precedenti dichiarazioni per le contestazioni ex art. 503 c.p.p., nell'ipotesi in cui, secondo la previsione del giudice, le dichiarazioni dibattimentali dell'imputato dovessero risultare identiche a quelle rese in sede preliminare” (Cass. pen., Sez. I, 16 ottobre 2008, p.m. Tribunale di Napoli, n. 39980, inedita).
Implicito, ma comunque chiaro, il richiamo dei principi già enunciati nella nota pronuncia della Corte costituzionale n. 255 del 1992, che rappresenta, senza ombra di dubbio, l’espressione più alta del principio di non dispersione della prova e della verità come scopo ultimo del processo.
Che il richiamo all’interpretazione del 1992 della Consulta - sulla quale, peraltro, la Consulta ha già avuto modo di ricredersi (Corte cost., sent. 3 novembre 1998, n. 361, in Cass. pen., 1998, 3084) - sia dannoso è testimoniato dalla lunga elaborazione giurisprudenziale e dalle sostanziali modifiche legislative che, nel frattempo, hanno riguardato il contraddittorio.
La stessa Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi nuovamente sul tema delle contestazioni al testimone del precedente investigativo (art. 500 c.p.p.), come riformulato dalla l. n. 63 del 2001, in conseguenza della modifica dell'art. 111 Cost., ha posto in evidenza come sia profondamente mutato, rispetto a Corte cost. n. 255 del 1992, in relazione alla pretesa elusione del - discusso - principio di non dispersione dei mezzi di prova, il quadro di riferimento costituzionale. Sotto questa prospettiva, si fa notare come il risalto costituzionale al principio del contraddittorio, renda impermeabile il dibattimento, quanto alla formazione della prova e al materiale raccolto in assenza della dialettica tra le parti (Corte cost., ord. 14 febbraio 2002 n. 36 e sent. 14 febbraio 2002 n. 32, in Cass pen., 2002 1932). Si esalta la scelta legislativa - coerente con i principi costituzionali - che, da un lato, esclude la canalizzazione come prova del materiale investigativo attraverso lo strumento contestativo e, dall’altro, recupera le previsioni costituzionali in punto di efficacia probatoria del materiale formato in deroga al contraddittorio.
Insomma, viene superato l’anacronistico principio per cui esiste per il giudice una sola verità che può collocarsi anche al di fuori o al di sopra delle prove legittimamente formate ed acquisite.
Tuttavia, se interpretazioni come quella per cui il giudice nel caso de quo ha sollevato questione di legittimità costituzionale vengono tuttora propinate all’attenzione dell’interprete, deve ritenersi che il principio di non dispersione della prova che ha animato la giurisprudenza della Corte costituzionale per tutti gli anni novanta non sia ancora del tutto superato.
Se la stessa Corte, anche in tempi recenti, nel valutare la legittimità costituzionale degli artt. 511, 524, 525 c.p.p. “censurati, in riferimento agli art. 3, 24, 25, 27, 101 e 111 cost., nella parte in cui, secondo l’interpretazione delle sezioni unite della Corte di cassazione, non prevedono che, nel caso di mutamento totale o parziale dell’organo giudicante, le dichiarazioni assunte innanzi a giudice diverso siano utilizzabili per la decisione mediante lettura a prescindere dal consenso o dal dissenso delle parti”Cfr. Corte Cost., sent. 9 marzo 2007, n. 67, in Giur. cost., 2007, 2), probabilmente la questione non è ancora sopita e, alla luce della legge costituzionale n. 2 del 1999 e le relative leggi di attuazione, ne occorre analizzare la portata e i limiti. giunge ad affermare l’esistenza del principio di non dispersione della prova (
Innanzi tutto un chiarimento: la Corte costituzionale non parla di “principio” in maniera atecnica, riferendosi a qualcosa di amorfo cui occorre dare una definizione. Al contrario, l’uso del termine “principio” svela l’esistenza di premesse culturali tanto robuste, quanto radicate.
Giusto per capire la questione interpretativa posta all’attenzione, occorre necessariamente riferirsi a taluni dei passaggi logici che hanno caratterizzato la giurisprudenza della Corte costituzionale negli anni novanta, prima che intervenisse la legge cost. n. 2 del 1999. Si giunse ad affermare che "l'oralità, assunta a principio ispiratore del nuovo sistema, non rappresenta, nella disciplina del codice, il veicolo esclusivo della formazione della prova nel dibattimento, perché il fine primario ed ineludibile del processo penale non può che rimanere quello della ricerca della verità” (Corte cost., sent. 3 giugno 1992, n. 255, in Giur. cost., 1992, 1961, con nota di Illuminati). Il contraddittorio, degrada da principio ermeneutico del procedimento probatorio a mera formalità dell’acquisizione probatoria che non esclude, tuttavia, l’esistenza di altre e diverse modalità acquisitive (Corte cost., sent. 2 novembre 1998, n. 361, in Giur.cost., 1998, 3147).
Questa considerazione ha costituito il viatico affinché trovassero ingresso, nel processo penale, modalità di accertamento ispirate all’autorità, le quali garantiscono il “processo giusto” contro limitazioni al raggiungimento della verità che deriverebbero da un “formale” ossequio al contraddittorio. Ciò scaturirebbe dalla caratteristica del nostro “ordinamento costituzionale che sancisce il principio di obbligatorietà dell'azione penale, ma è prima di tutto improntato alla tutela dei diritti inviolabili dell'uomo ed al principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”, sicché sarebbero incompatibili con il dettato costituzionale delle “norme di metodologia processuale che ostacolino in modo irragionevole il processo di accertamento del fatto storico necessario per pervenire ad una giusta decisione” (Corte cost., sent. 16 giugno 1994, n. 241, in Giur. cost., 1994, 1982,con nota di Cenci; Id., 26 marzo 1993, n. 111, in Giur. cost., 1993, 201, con nota di SPANGHER, L'art. 507 c.p.p. davanti alla Corte costituzionale, ovvero: ritorno al futuro, e di VALENTINI REUTER, La Corte costituzionale alle prese con l'art. 507).
Si ignora il valore epistemologico del contraddittorio come metodo di accertamento della responsabilità penale al cospetto del metodo autoritativo che, di converso, trasforma la fase decisionale da strumento di sapere a strumento di potere, tant’è che si giunge ad affermare che “nel codice è espresso anche un principio di non dispersione dei mezzi di prova, come emerge da quegli istituti che recuperano al fascicolo del dibattimento, e quindi alla utilizzazione probatoria, atti non suscettibili di essere surrogati da una prova dibattimentale”(Corte cost., 3 giugno 1992, n. 255, cit., 2022).
Risponde alla concezione generale che radica il “principio di non dispersione probatoria” e, ancora prima, il modo di intendere la prova penale: la “ricerca della verità” ha la sua base logica essenziale nell'azione dell'autorità giudiziaria, grazie ai due momenti in cui questa si manifesta con i tratti che la connotano: il momento del pubblico ministero, che raccoglie in via d'indagine il dato storico e quindi lo trasferisce nel processo imponendolo unilateralmente; e il momento del giudice, che, ricevuto quel dato, lo valuta con un giudizio avulso da un ambito di reale elaborazione dialettica.
Insomma, il contraddittorio altro non sarebbe se non una formale modalità che accompagna, per ragioni di garanzia difensiva, la trasmissione da una fase all'altra del materiale di conoscenza necessario per la decisione, non la struttura originaria e infungibile di produzione delle premesse storiche della decisione, cosicché, quando non è in grado di funzionare, vi agisce, comunque, quella che ne è e ne deve essere la vera struttura portante, cioè il principio d’autorità.
Il fine primario ed ineludibile del processo penale, statuisce la Corte costituzionale, è dunque quello del raggiungimento della verità. È difficile non essere d’accordo sul punto, a meno di non volere mettere in discussione non soltanto il concetto di giurisdizione, ma anche i cardini dello Stato di diritto. Esistono, però, più concetti di verità: una verità formale e una verità materiale, che trae, invece, linfa proprio dalla fuga dalla legalità processuale, e si arroga il diritto di essere per ciò solo più “vera” della prima. Nella concenzione della giurisprudenza della Corte costituzionale sviluppatasi nel corso di tutti gli anni novanta e culminata nella nota pronuncia n. 361 del 1998, il codice del 1988, nel momento in cui eleva il contraddittorio a principio ispiratore della formazione della prova, fa proprio il concetto di verità formale, con tutte le garanzie difensive che da essa discendono; ma – secondo la Consulta - questa tendenza risulta nel codice alquanto esasperata, e dunque “irragionevole”; bisogna pure tenere conto delle esigenze di difesa sociale che l'ordinamento persegue; sotto questo aspetto, il contraddittorio costituisce un ostacolo, e dunque va temperato attraverso la valorizzazione di un altro principio, quello della "non dispersione dei mezzi di prova". Altrimenti, il raggiungimento della verità - nel senso di verità materiale - verrebbe fortemente compromesso.
Può non piacere, quindi, ma la non dispersione della prova costituisce, a tutt’oggi, un principio che, nella giurisprudenza ispira l’interpretazione di numerosi istituti di natura probatoria del processo penale.
In verità, non esiste un genus di verità, al quale ricondurre le species di verità formale e verità materiale; esiste, invece, una sola verità, che è necessariamente relativa perché umana, sempre smentibile dalle successive risultanze, ma comunque più attendibile se sottoposta ad un procedimento di controllo di tipo dialettico (GAROFOLI, Presunzione d'innocenza e considerazione di non colpevolezza. La fungibilità delle due formulazioni, in Riv.. it. dir. e proc. pen., 1998, 1192). Se queste sono le premesse di un credibile accertamento fattuale, è allora agevole individuare quali siano le leggi naturali del giudizio: contrapposizione dialettica tra le parti, contraddittorio nella ricostruzione del fatto, terzietà dell'organo giudicante. Quelli che la giurisprudenza costituzionale considera come ostacoli al raggiungimento della verità, sono al contrario gli ineliminabili presupposti; se la ricostruzione di un fatto è maggiormente attendibile quando è sottoposta ad un compiuto procedimento di verificazione e di falsificazione, un atto a rilevanza probatoria assunto unilateralmente da una parte - che sia pubblica o privata, non importa - è solo una informazione sulla quale discutere, ma non può mai costituire prova. In ciò si sostanzia, nel complesso, il metodo della giurisdizione. Il resto è perseguimento di un interesse attraverso un procedimento, salvo poi discutere, invero sterilmente, sull'interesse maggiormente degno di tutela.
Da qui, a ritenere che le dichiarazioni rese da un imputato prima del dibattimento ed emerse in questa sede in regime di contestazioni possano essere utilizzate anche nei confronti dei coimputati, il passo è davvero breve. Impercettibile, quasi, quando tale meccanismo di recupero probatorio non viene subordinato al consenso dei coimputati (art. 513, comma 2, c.p.p.) o al verificarsi delle circostanze eccezionali di cui all’art. 500, comma 4, c.p.p.
È questa la logica che ispira l’interpretazione dell’art. 503, commi 5 e 6, c.p.p. e che induce il giudice a quo a dubitare della legittimità costituzionale delle norme medesime.
In siffatta situazione, ogni spiraglio interpretativo offerto dalle disposizioni di legge – come nel caso di specie – può rappresentare la stura per riaffermare la logica del “recupero probatorio”, attentando alla base del principio del contraddittorio.
 
2. Il principio del contraddittorio nella disciplina delle contestazioni.
Presa isolatamente, priva di ogni addentellato costituzionale e di ogni altra implicazione di ordine sistematico, l’interpretazione del giudice remittente non è del tutto priva di fondamento. Una scissione delle posizioni processuali, in effetti, all’interno del medesimo procedimento, in punto di compendio probatorio, potrebbe creare un contrasto logico in sede di decisione, difficile da spiegare sotto il profilo della tecnica processuale.
Ma è proprio il confronto con il dettato costituzionale che mette in evidenza tutti i limiti di questa lettura ermeneutica della disciplina delle contestazioni nell’esame delle parti private. In questo senso, l’esegesi offerta dai supremi Giudici costituzionali appare davvero ineccepibile ove riconosce l’ineccepibile valore ermeneutico del principio del contraddittorio.
Questi, come il principio dispositivo, è un canone ermeneutico che afferisce al rapporto tra le parti e la prova, la cui statuizione, a livello costituzionale – ad opera della legge cost. 23 novembre 1999, n. 2 – prende le mosse dall’orientamento interprativo adottato dalla Corte costituzionale all’indomani dall’entrata in vigore del nuovo codice di rito penale (Corte cost., sent. 31 gennaio 1992, n. 24, in Cass. pen., 1992, 917), il quale, enucleando una serie di principi di incerto fondamento costituzionale, come quello secondo cui «fine primario ed ineludibile del processo penale non può che rimanere quello della ricerca della verità» (Corte cost., sent. 3 giugno 1992 n. 255, cit., 1961), ha svilito l’ispirazione accusatoria del nuovo tessuto codicistico.
Come si è evidenziato, emergerebbe, secondo l’orientamento della Consulta, un «principio di non dispersione degli elementi di prova non compiutamente (o non genuinamente) acquisibili col metodo orale», tale da rendere ingiustificata la regola di esclusione stabilita dall'art. 500, comma 3 c.p.p. «che, non solo può giocare così a vantaggio come a danno dell'imputato, ma è suscettibile di ostacolare la funzione stessa del processo penale proprio nei casi nei quali si fa pressante l'esigenza della difesa della società dal delitto, quando per di più il ricorso all'intimidazione dei testimoni si verifica assai di frequente» (Cfr. Corte cost., sent. 3 giugno 1992 n. 255, cit., 1961). Non occorre un eccessivo sforzo esegetico per concedere come questa orientamento abbia finito per influire il quesito costituzionale in commento.
La reazione del legislatore è nella già citata legge cost. 23 novembre 1999, n. 2 con la quale si è inteso modificare il testo normativo (la Costituzione) su cui la Consulta ha fatto leva per giustificare il proprio orientamento interpretativo.
Dal punto di vista interpretativo, la traduzione in precetti normativi, seppure al massimo livello, del contraddittorio nella formazione della prova ha avuto il primo – e forse sottovalutato – effetto di trasformare quello che, nella mens legis, doveva essere un principio ispiratore del processo penale in una serie di regole, eccessivamente dettagliate, che hanno portato alla “codicizzazione” del testo costituzionale, con riflessi tesi a porre un limite alle interpretazioni troppo “ardite”, ma anche una paradossale restrizione della portata ermeneutica del principio medesimo.
In un sistema delle fonti come quello italiano, organizzato gerarchicamente, deve necessariamente esservi un coordinamento tra le varie fonti normative sia in termini gerarchici, che di complementarietà. Nel caso di specie, tuttavia, è evidente come tale coordinamento non vi sia stato, atteso che dovrebbe spettare solo alla disciplina codicistica (la legge ordinaria) la sfera riservata per la produzione delle norme destinate a rendere effettivi i precetti costituzionali. Insomma, alla legge le regole, alla Costituzione i principi.
Nel caso di specie, così non è: la Costituzione contiene, oltre che principi, anche regole, le quali, «ancorché scritte nella Costituzione, non sono altro che leggi rinforzate dalla loro forma speciale» (Così, Zagrebelsky, Il diritto mite, cit., 148).
Gli effetti deleteri di questa tecnica legislativa sono piuttosto evidenti: i principi sono particolarmente vaghi e talora ribaditi con eccessiva insistenza; le regole, non abbastanza puntuali per fornire una compiuta disciplina, ma, al contempo, sono troppo dettagliate per la rigidità della Carta costituzionale.
Una cosa è dire che «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge», altro e diverso è enunciare che «la colpevolezza dell'imputato non può essere provata...» ed è chiaro che trascurando la differenza si corre il rischio non di fare diventare fondamentali tutte le norme ma di abbassare le vere disposizioni fondamentali «al grado delle particolarità legislative costituzionali» (Schmitt, Dottrina della costituzione, trad. it. a cura di Caracciolo, Milano, 1984, 26).
Se in sede interpretativa non si fossero verificate le distorsioni applicative proprie di una prassi giurisprudenziale intrisa di cultura inquisitoria, si sarebbe potuto fare a meno di una norma che richiamasse esplicitamente il principio del contraddittorio, potendo esso considerarsi come una esplicazione necessaria dell’inviolabilità del diritto di difesa. Devono essere disattesi, sul punto, i rilievi sollevati da una parte della dottrina, secondo cui il diritto di difesa non si identifica con il contraddittorio, dal momento che il primo sarebbe funzionale agli interessi dell'accusato, mentre il secondo sarebbe funzionale agli interessi della giustizia, evidenziando la connotazione sostanzialmente pubblicistica del contraddittorio; diversamente, il legislatore costituzionale non avrebbe concesso la possibilità di derogare al contraddittorio “per consenso dell’imputato” (art. 111, comma 4, Cost.).
L’adozione del contraddittorio come metodo conoscitivo del processo penale comporta l’opzione per il principio dell’oralità, il quale “punta sull'elaborazione della prova nel contraddittorio fra le parti e che fa dell'immediatezza e della concentrazione le componenti essenziali per il controllo e la valutazione delle acquisizioni probatorie. Il principio dell'oralità costituisce, così, la sintesi di altri principi e diventa la nota fondamentale del dibattimento, perché in questa fase del processo convergono contraddittorio, immediatezza e concentrazione" (Siracusano-Galati-Tranchina-Zappalà, Diritto processuale penale, cit., 297).
In particolare, l’oralità impone al giudice di utilizzare per la decisione le sole dichiarazioni di scienza pronunciate in sua presenza e, quindi, udite dallo stesso giudice (art. 526 e 514 c.p.p.); l’immediatezza, si risolve nella necessaria partecipazione dello stesso giudice a tutti gli atti del processo senza intermediazione: si tratta del canone della necessaria identità tra giudice che raccoglie le prove e il giudice che le valuta (art. 525, comma 2 c.p.p.).
L’oralità è il frutto di un’elaborazione interpretativa per cui la prova formata oralmente davanti ad un giudice e, in particolare, a colui che decide è più sicura, dato che, da un lato, la trasmissione delle conoscenze per iscritto comporta necessariamente aggiunte e omissioni e, dall’altro, il contatto tra giudice e fonte delle informazioni permette di valutarne complessivamente l'attendibilità.
Il principio del contraddittorio, con i suoi corollari, impone una lettura “orientata” delle disposizione normative contenute nel codice; lettura che, nel caso di specie, è stata disattesa “piegando” una regola probatoria, come quella contenuta nell’art. 503, commi 5 e 6, c.p.p. a logiche alquanto differenti.
Il quarto comma dell'art. 111 Cost., quindi, statuisce che “il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova” e che “la colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore».
Pertanto, il principio del contraddittorio nella formazione della prova informa la struttura del procedimento probatorio nell’aspetto fisiologico e fissa il criterio con cui devono essere interpretate le norme in tema di formazione della prova che sarà, successivamente, utilizzata per la decisione finale.
La preoccupazione del legislatore di evitare che tale principio fosse svilito da letture di chiara marca inquisitoria, ha spinto verso l’indicazione nello stesso dettato costituzionale dei casi in cui la prova può essere acquisita e utilizzata per la decisione senza che abbia subito il vaglio del contraddittorio.
Cosicché si assegna alla legge ordinaria il compito di regolare i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio, ma è una riserva solo apparente perché, nello stesso comma 5, l’art. 111 indica le caratteristiche oggettive cui deve rifarsi il legislatore ordinario nello specificare i casi in cui la formazione della prova avvenga in deroga al principio del contraddittorio.
A ben vedere, l’art. 111 Cost. affida alla legge ordinaria la determinazione non dei modi, ma dei “casi” nei quali è possibile l’assunzione di prove al di fuori del contraddittorio, ammettendo che il legislatore possa avere margini di autonomia nella individuazione degli stessi presupposti cui condizionare tale evenienza, anche oltre quanto sancito nella clausola fondamentale. Semmai, si dovrebbe, volta per volta, verificare se i parametri ulteriori richiesti dalla disciplina ordinaria per il recupero degli atti irripetibili siano effettivamente legati alla preservazione del principio generale e non valgano, invece, ad aggirare i limiti costituzionali alla possibilità di derogarvi.
La norma costituzionale, tuttavia, è sotto alcuni profili ambigua e, messa in relazione con la normativa ordinaria, potrebbe generare non pochi dubbi di legittimità, per quella parte dell’impianto legislativo in tema di prova che ruota attorno al concetto di impossibilità di ripetizione.
La scelta di trasformare un principio in regola, anche in questo caso, si è rivelata poco efficace (Ferrua,Garanzie del giusto processo e riforma costituzionale, in Crit. dir., 1998, n. 2-3, 168; V. Grevi, Processo penale, "giusto processo" e revisione costituzionale, cit., 3317): si pensi alle ipotesi di cui agli artt. 431 e 512 c.p.p., ove è chiaro il riferimento all’impossibilità di realizzare il contraddittorio, che delimita l’area di operatività di una categoria di eccezioni al principio costituzionalmente ammesso. In entrambe le previsioni, l’impraticabile rinnovo nel confronto dibattimentale dell’atto probatorio ne comporta il recupero, con piena dignità di prova, sin dalla formazione del fascicolo per il dibattimento oppure, nel corso dell’istruzione, mediante lettura. La nozione codicistica di “atti non ripetibili” (art. 431 c.p.p.) e di “sopravvenuta impossibilità di ripetizione” (art. 512 c.p.p.), che vale ad assicurare valore di prova ad atti nati come interna corporis delle indagini, trova immediata corrispondenza in quella oggettiva irrealizzabilità del contraddittorio per la prova che costituisce parametro di legittimità di alcune sue possibili compressioni.
Se il contraddittorio è un principio ermeneutico che ispira l’applicazione di tutte le regole a carattere probatorio, è evidente come le disposizione di cui ai commi 5 e 6 dell’art. 503 c.p.p. non possano sfuggire alle sue implicazioni esegetiche.
Cosicché, appare corretto l’apparato argomentativo che conduce la Corte costituzionale a rigettare la questione di legittimità costituzionale della disposizione appena richiamata sul presupposto dell’erronea interpretazione delle stesse. Ciò che manca in questa è proprio l’applicazione del principio ermeneutico del contraddittorio che “per le prove dichiarative (…) sono ora, nel dibattimento, regola generale – fuori dalle tassative fattispecie derogatorie delieneate dal nuovo dettato costituzionale – per cui gli istituti che mirano a preservarlo da contaminazioni probatorie fondate su atti unilateralmente assunti nelle fase antecedenti devono necessariamente essere valutati in coerenza con gli enunciati dell’art. 111 Cost.”.
La Corte ha, altresì, efficacemente messo in evidenza come vi siano invalicabili ragioni sistematiche che inducono a ritenere incongruente l’interpretazione avanzata dal giudice remittente. Se non vi sono dubbi, infatti, sull’applicabilità dell’art. 500 c.p.p. all’esame dei soggetti indicati nell’art. 210 c.p.p., tuttavia, questa disposizione ammette la lettura delle dichiarazioni delle persone indicate nell’art. 210, comma 1, c.p.p. “soltanto sull’accordo delle parti” (Buzzelli, Le letture dibattimentali, Torino, 2000, 138).
Dunque, l’acquisizione al fascicolo del dibattimento delle dichiarazione rese precedentemente dal coimputato non è un meccanismo che opera automaticamente. Ma vi è di più: il comma 2 dell’art. 513 c.p.p. non rinvia alla disciplina di cui all’art. 210 c.p.p. nella sua globalità, ma solo per determinare il proprio ambito soggettivo di operatività. Un dato testuale certamente ambiguo che non offre approdi esegetici certi in una materia così delicata, poiché sembra che la disposizione normativa non postuli necessariamente l’operatività della disciplina dell’intero art. 210 c.p.p. (e conseguentemente di quella di cui all'art. 500 c.p.p.).
Dato interpretativo ulteriormente confermato dal tenore letterario dello stesso art. 513, comma 2, c.p.p., il quale rinvia al solo comma 1 dell’art. 210 c.p.p., ponendo la problematica relativa al significato da attribuire al mancato rinvio ai soggetti indicati nel comma 6 di tale ultima disposizione.
Una lacuna che a taluni è apparsa “inspiegabile”, non solo per il mancato richiamo della disciplina di cui al comma 4 dell’art. 500 c.p.p. da parte del comma 2 dell’art. 513 c.p.p., ma soprattutto per il suo inserimento nel comma 1, che riguarda l’esame dell’imputato sul fatto proprio, tanto da fare ritenere che una interpretazione letterale del comma 2 dell'art. 513 c.p.p. che escludesse la acquisizione dei verbali contenenti le precedenti affermazioni, in caso di illecito condizionamento del soggetto dichiarante, sarebbe censurabile sia dal punto di vista costituzionale, sia per le conseguenze pratiche che comporterebbe.
Degli sforzi esegetici per individuare una giustificazione logica alla disparità di trattamento nelle due discipline delle contestazioni sono stati effettuati e hanno portato ad affermare che la diversità, rispetto al comma 1 dell'art. 513 c.p.p., è da rinvenire nella diversa situazione “dell’imputato che parla per difendere se stesso accusando altri”, nel qual caso la scelta del legislatore sarebbe “del tutto plausibile per la intuibile difficoltà, nel processo cumulativo per il medesimo reato, di sospendere l'esame allo scopo di distinguere l'ambito di utilizzabilità delle dichiarazioni che l'imputato rende” (Carcano, Le disposizioni sulla formazione della prova nel dibattimento, cit., 213).
Al di là dell’applicabilità o meno della disciplina del regime eccezionale di cui all’art. 111, comma 5, Cost. anche all’esame del coimputato, ai fini della nostra indagine, emerge un dato incontrovertibile: l’art. 513 c.p.p. si pone in netta frizione con ogni interpretazione dei commi 5 e 6 dell’art. 503 c.p.p. che sia tesa a fare recuperare efficacia probatoria alle dichiarazioni rese in assenza di contraddittorio, oltre che nei confronti dell’imputato dichiarante – anche nei confronti dei coimputati che non abbiano prestato il consenso e il cui difensore non abbia potuto partecipare all’assunzione delle dichiarazione stesse e ciò anche fuori dai casi eccezionali ex art. 500, comma 4, c.p.p. con riguardo all’esame testimoniale.
Tutte argomentazioni che esaltando il valore epistemologico del principio del contraddittorio come imprescindibile metodo di accertamento, fanno della sentenza n. 197 del 2009 – con cui la Corte costituzionale ritiene non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 503, commi 5 e 6, c.p.p. (così come interpretati dal giudice a quo) – una decisione convincente.

Pubblicato il 19/10/2009

 


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