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La durata ragionevole del processo (garanzia oggettiva) e la durata irragionevole del "processo breve" (garanzia soggettiva)

di Vincenzo Garofoli*

Il principio della durata ragionevole del processo ha trovato una prima ed autorevole affermazione nell’ordinamento italiano con la ratifica della Convenzione europea dei diritti dell’uomo ( legge 4 agosto 1955 n. 848). Nel recente passato esso è stato oggetto di esplicita previsione costituzionale, attraverso la L. cost. 22 novembre 1999, n. 2, e secondo taluni, di una specifica concretizzazione a livello di legislazione ordinaria. Il riferimento esplicito è alla legge 24 marzo 2001 n. 89, c.d. “Legge Pinto”, recante “Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’art. 375 del codice di procedura civile”.
Occorre sgomberare il campo da possibili equivoci: la “legge Pinto” è una disciplina “tampone” che non agisce sulla struttura del processo affinché ne sia garantita la celere conclusione, bensì a rimediare – tramite la riparazione dei danni patiti in ragione delle lungaggini del processo – agli effetti distorsivi provocati da un sistema processuale incapace di garantire la ragionevole durata del processo penale. Introducendo nell’ordinamento interno un rimedio diretto ad ottenere l’equa riparazione dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a causa della violazione del diritto alla durata ragionevole del processo sancito dall'art. 6 comma 1 Conv., la novità legislativa ha ingenerato una certa confusione circa la portata del principio della ragionevole durata del processo dovuta all’urgenza di provvedere, sicché, non si è perso tempo a richiamare la nuova disposizione contenuta nell'art. 111 comma 2 Cost., individuando nel rimedio riparatorio istituito dalla legge ordinaria uno degli strumenti attraverso cui essa assicura la ragionevole durata del processo, senza prestare la dovuta attenzione a quella distinzione di piani che caratterizza l'incidenza del tempo nel processo e che risulta già evidenziata dalla diversa formulazione dell'enunciato costituzionale rispetto all'art. 6 comma 1 Conv.
Per quanto concerne, invece, il rapporto tra la normativa costituzionale interna e quella sovranazionale, deve specificarsi che sebbene siano due norme riconducibili, comunque, a valorizzare il principio della durata ragionevole del processo, ad un esame più analitico, si pongono su piani soltanto parzialmente accostabili e sovrapponibili: la diversità degli enunciati non è priva di significato, in quanto proprio da essa si coglie la diversa rilevanza del principio sotto il profilo oggettivo e soggettivo: se nella Convenzione europea - coerentemente con la sua natura di strumento internazionale diretto alla protezione dei diritti fondamentali - viene esaltata la dimensione soggettiva della ragionevole durata intesa quale diritto del singolo ad una rapida definizione della controversia in sede giudiziaria, nella Costituzione, invece, - coerentemente con la scelta, peraltro non immediata, di introdurre le nuove disposizioni relative al giusto processo nel capo dedicato alla giurisdizione, anziché in quello concernente i diritti fondamentali - assume maggiore spicco la dimensione oggettiva della ragionevole durata intesa quale canone di buona amministrazione della giustizia.
Il richiamo a queste disposizioni normative di estrazione ed aspirazione diversa – a supporto del d.d.l. n. 1880 sul processo breve – è assolutamente inopportuna, altrochè fuorviante.
In questo quadro normativo di riferimento, è da registrarsi il ritorno, anche per il “processo breve” al meccanismo del “doppio binario” e a quello della legislazione dell’emergenza: si modella una regola, come quella della ragionevole durata del processo, non certo per soddisfare l’antica esigenza della celerità, bensì per scopi diversi e contigenti.
Si evidenzia nella relazione di accompagnamento al d.d.l. n. 1880 succitato - che, con il dichiarato intento di ridurre i tempi del processo penale, fissa un termine perentorio per il compimento dei singoli gradi di giudizio - come una durata del processo “fuori controllo” rappresenti un “danno di immagine che l’Italia subisce per le ripetute condanne dinanzi alla Corte di Strasburgo. si tratta di una vera e propria emergenza, come riconosciuto anche dal Presidente della Corte di Cassazione nel corso della inaugurazione dell’anno giudiziario 2009”. In questo senso, la proposta di legge rappresenterebbe la migliore risposta a “l’aspettativa dell’imputato a che il processo si concluda entro una certa misura di tempo; dall’altro, l’aspettativa dell’apparato giudiziario a concludere i processi senza subire altri effetti che non siano la propria scarsa sollecitudine”.
A leggere, poi, l’articolato normativo del disegno di legge si ha la sensazione di trovarsi dinanzi ad un teso del tutto privo, per unanime ammissione, di tracce visibili di identità creativa, nemmeno un labile segno.
Sia chiaro: non si discute sulla legittimità del legislatore ad intervenire per garantire che il processo possa essere celere, tanto più che è lo stesso Costituente a “delegarlo” laddove afferma che è proprio la legge ad “assicurare la ragionevole durata” (art. 111, comma 2, Cost.), tuttavia, insegna la Corte costituzionale, riconoscere al legislatore ogni prerogativa nel determinare i tempi del processo, fa salva l’irragionevolezza dei risultati che si palesano costituzionalmente illegittimi. La Corte costituzionale (sent. 21 marzo 2002 n. 78), infatti, rileva come la legge possa intervenire nel processo penale per i fini più disparati “in modi diversi, purché ragionevolmente idonei, componendo l'interesse a garantire l'imparzialità del giudizio con i concorrenti interessi ad assicurare la speditezza dei processi (la cui “ragionevole durata” è oggetto, oltre che di un interesse collettivo, di un diritto di tutte le parti, costituzionalmente tutelato non meno di quello ad un giudizio equo e imparziale, come oggi espressamente risulta dal dettato dell'art. 111, comma secondo, della Costituzione) e la salvaguardia delle esigenze organizzative dell'apparato giudiziario”. A prescindere dall'importante riconoscimento della duplice valenza del principio di ragionevolezza, su cui si tornerà tra breve, è sintomatico rilevare come l’ampio margine discrezionale riconosciuto al legislatore in materia processuale deve comunque confrontarsi con il parametro di cui all'art. 111, comma 2, Cost.: in altre parole, mentre la Corte costituzionale si ritiene legittimata ad invocare tale disposizione per escludere l'irragionevolezza delle scelte legislative che contemperano le esigenze di funzionalità e speditezza del sistema giudiziario con il rispetto dei diritti della difesa, al contrario essa si astiene dal sindacare quelle scelte legislative che tale contemperamento non abbiano concretamente effettuato, dando rilievo in misura sbilanciata alle esigenze difensive.
Preme fare una riflessione: il disegno di legge valorizza formalmente i profili soggetti della durata ragionevole del processo, ignorando l’aspetto oggettivo del bene giuridico in parola. L’unico, peraltro, a essere preso in considerazione dalla Carta costituzionale. Lo evidenza il C.S.M. nel suo parere del 14 dicembre 2009: La fissazione di un termine perentorio per il compimento dei singoli gradi di giudizio, che produce l'effetto di estinguere il processo non considera adeguatamente la previsione costituzionale del giusto processo in senso oggettivo, giacché il nuovo strumento privilegia il rispetto della rapidità formale fissata con scansione temporale rigida, non curandosi della necessità che il processo realizzi appieno la funzione cognitiva che lo caratterizza”.
Il disegno di legge denominato “processo breve” con le sue rigide scansioni temporali elimina dalla celebrazione un gran numero di processi, violando, innanzi tutto, il diritto al processo equo che è statuito nell’art. 6 della Convenione europea dei diritti dell’uomo: il diritto consacrato dall'articolo 6 dalla Convezione, infatti, e, prima di essa, negli artt. 24 e 111 della Costituzione, è innanzitutto diritto a che il processo ci sia e che sia un processo che si concluda con una decisione di merito.
Il “processo breve”, insomma, non è un processo “giusto”, costituzionalmente inteso, si può dire, anzi, che la costituzionalizzazione della regola del contenimento dei tempi processuali non può legittimare derive antigarantiste. Anzi, proprio la collocazione di questa regola a fianco di altre regole e principi che enunciano il metodo della giurisdizione, ne esalta l’unità di intenti e non la contrapposizione. Occorre sfatare, pertanto, la convinzione secondo cui deve necessariamente esistere antitesi tra contenimento dei tempi processuali, ove questa venga inteso come parametro di efficienza della giustizia e le altre garanzie processuali. È proprio tale “ragionevolezza” che esprime un’esigenza di equilibrio nel quale siano contemperate “armoniosamente, per un verso, l’istanza di una giustizia amministrata senza ritardo e, per l’altro verso, l’istanza di una giustizia non frettolosa e sommaria”.
La stessa necessità di semplificare le forme processuali non può operare oltre certi limiti, fino a scalfire il contraddittorio. Parimenti, una piena esplicazione del contraddittorio non può tradursi in mero “formalismo”: implica un adeguato uso delle forme processuali e non può, quindi, risolversi nell’abuso delle stesse.
Alla stessa stregua, l’esigenza di rendere più spedita la celebrazione del processo trova un ostacolo insuperabile nella necessità di garantire il diritto di difesa.
Sono auspicabili, pertanto, interventi legislativi tesi a semplificare le forme del processo penale, purché questi non si traducano in lesioni del diritto di difendersi provando delle parti processuali.
Su queste stesse posizioni si è assestata la Corte costituzionale, la quale ha affermato che l’esigenza di garantire la maggiore celerità possibile dei processi deve tendere a una durata degli stessi che sia, appunto, “ragionevole”, in considerazione anche delle altre tutele costituzionali in materia e in relazione al diritto delle parti di agire e difendersi in giudizio garantito dall’art. 24 Cost. (Cfr. Corte cost., sent. 9 febbraio 2001, n. 9). Ancora più chiare le parole pronunciate dalla Consulta in occasione della sentenza del 22 giugno 2001, n. 204: “per ciò che attiene al principio della ragionevole durata del processo, esso deve essere letto alla luce dello stesso richiamo al connotato di “ragionevolezza”, che compare nella formulazione normativa, in correlazione con le altre garanzie previste dalla Costituzione, a cominciare da quella relativa al diritto di difesa”.
Ed è di tutta evidenza la portata più ampia e oggettiva della ragionevole durata del processo statuita nell’art. 111, comma 2, Cost. che pur recependo le indicazioni dell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo se ne distingue proprio in forza della sua portata più ampia e incisiva su tutto il processo. Se questi sono i presupposti costituzionali, una riflessione sul nuovo disegno di legge sul “processo breve” è doverosa.
Ma i punti critici della nuova normativa in discussione in Parlamento non si fermano qui: la prescrizione processuale, confusa con la prescrizione sostanziale pone una serie di perplessità interpretative che non possono non riversarsi sul terreno applicativo. Si pensi, in primis, alla regola del favor rei che troverebbe applicazione qualora si riconoscesse a queste norme una natura prettamente sostanziale e che consentirebbe – come affermato a chiare lettere nella relazione di accompagnamento al disegno di legge in parola – di effettuare un’applicazione retroattiva delle nuove regole, atteso che si tratta di norme decisamente più favorevoli al reo.
Sembra, piuttosto, che – per quanto ci si sforzi di darne una veste diversa – quella che si va delineando nella proposta di legge è una figura del tutto nuova: la prescrizione processuale. È nel processo, infatti, nelle sue scansioni temporali e nelle sue logiche procedimentali che la nuova figura trova la sua ragione d’essere. Ragion per cui continuare a parlare di prescrizione di natura sostanziale appare una decisa forzatura. Con una operazione di onestà intellettuale si può pacificamente riconoscere la natura processuale della nuova figura prescrizionale, con tutte le conseguenze annesse e connesse, come l’applicazione del principio del tempus regit actum in regime di diritto intertemporale. Ma nel merito le cose si complicano ulteriormente: si confonde in un unico compendio temporale il tempo dell’inerzia e il tempo dell’intervento giudiziario. Così disciplinato, l’istituto della prescrizione appare svolgere una funzione che non gli appartiene: non vi sono giustificazioni politico-criminali, che possano valere sia per la prescrizione maturata prima del processo, sia per quella maturata in itinere iudicii. Sembra allora di dover distinguere la durata della punibilità dalla durata dell’accertamento giudiziario – alias, la prescrizione del reato dalla prescrizione del processo – diversi essendo la ratio, gli interessi in gioco, la tecnica di tutela, gli effetti, il parametro di commisurazione del decorso del tempo. Un conto, infatti, è la funzione di stabilità sociale che può essere svolta dalla non perseguibilità di fatti ormai lontani nel tempo (profilo oggettivo della ragionevole durata del processo); un conto è l’interesse della persona accusata di un reato ad essere giudicata entro un determinato termine (profilo soggettivo).
Senza dire che la prescrizione è istituto funzionalmente inidoneo a realizzare un processo di ragionevole durata, come ha ben chiarito già da molti anni la Corte europea dei Diritti dell’uomo: la ragionevolezza temporale del processo non può essere determinata con l’enunciazione di un termine «in giorni, settimane, mesi, anni o periodi variabili a seconda della gravità del reato» (Corte eur. 10 novembre 1969, Stogmuller), poiché il criterio di ragionevolezza dipende dalle circostanze concrete della fattispecie, e si esprime soprattutto con valutazioni ex post dei provvedimenti adottati, le quali debbono tener conto di una varietà di parametri, che vanno dalla complessità del caso al numero degli imputati, dalla condotta dell’autorità giudiziaria a quella delle parti private.
In questo senso, interventi legislativi che – in chiara ottica emergenziale – finiscono per “corrompere” la coerenza interna e sistematica del sistema processuale, creando derive giustizialiste di dubbia efficacia pratica, non fanno altro che alterare l’equilibrio di garanzie che del principio della ragionevole durata del processo ne rappresenta l’essenza.
Il contenimento dei tempi processuali – e questo è noto a tutti – è un’esigenza fortemente avvertita nel nostro ordinamento giuridico, tanto da essere sancito nella Carta costituzionale, all’art. 111, comma 2 Cost., in base al quale deve essere la legge ad “assicurare la ragionevole durata del processo” e, prima ancora, nella Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, all’art. 6, ove si stabilisce al primo comma che “ogni persona ha diritto ad un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole”.
L’art. 111 comma 2 Cost., in una prospettiva eminentemente oggettiva, impone al legislatore di assicurare la ragionevole durata del processo. Tuttavia, la formula normativa adottata, nel caso di specie, è diversa da quella utilizzata per altre garanzie costituzionali: il legislatore costituzionale si limita solo ad affidare al legislatore ordinario il compito di rendere effettiva tale garanzia (contrariamente a quanto avviene, per esempio, per il contraddittorio). Questa considerazione, comunque, non può rappresentare la stura per degradare tale precetto in una indicazione programmatica, dal valore meramente esortativo. Giova, al contrario, ribadire come sia demandata alla legge il compito di tradurre in “realtà normativa” ciò che viene affermato solo in linea di principio dalla Carta costituzionale.
Che la durata ragionevole del processo sia coessenziale all’idea stessa di giusto processo è cosa nota: un processo, per essere giusto, deve essere, innanzi tutto, credibile e, per essere tale, deve essere capace di fornire una risposta giurisdizionale tempestiva. Sicché, l’art. 111 Cost., elevando a rango costituzionale, l’impegno ad assicurare l’esaurimento della vicenda giudiziaria entro tempi che possano ritenersi ragionevoli, ha ampliato lo spettro delle garanzie connesse al corretto esercizio della funzione giurisdizionale.
Ma la situazione diventa insidiosa se il quadro delle garanzie delineato dalla Costituzione vengono “piegati” alle esigenze del momento, sì da legittimare delle scelte legislative che, diversamente, sarebbero tacciate di irragionevolezza. Se ne offre, così, una lettura interpretativa distorta che finisce per creare ulteriori effetti deleteri.
D’altronde, che la durata ragionevole del processo sia coessenziale al metodo della giurisdizione è abbastanza chiaro nella lettura e interpretazione delle norme che, attraverso una scrematura effettuata con l’eliminazione delle prove manifestamente superflue, consente di eliminare appendici probatorie inutili, concentrandosi su ciò che è realmente utile.
Per intervenire sul processo penale occorre coerenza, effettuando scelte legislative ragionevoli e coerenti con la realtà processuale. In questa prospettiva, non può apparire condivisibile una tecnica legislativa che valorizzi la ragionevole durata del processo in base alla gravità del reato: non può essere questo l’elemento discriminante perché la complessità dell’accertamento e i tempi necessari per effettuarlo variano in misura indipendente rispetto al disvalore sociale della condotta posta in essere.
Più ombre che luci, quindi, in questo disegno di legge teso a ristringere i tempi del processo penale e il fatto che questo si ripeta ogni qual volta il legislatore intervenga sulla base dei bisogni contingenti non può certo rappresentare una consolazione.
 
 
*Professore Ordinario di Diritto processuale penale
Università di Bari
 
 Pubblicato il 25/02/2010
 

 


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