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Il medico non procede agli accertamenti diagnostici strumentali: è omicidio colposo

di Ester Molinaro

Potrebbe rispondere di omicidio colposo il medico che non riconosce la necessità di eseguire una t.a.c.
 
Premessa. La responsabilità medica per la morte del paziente implica, in primo luogo, la sussistenza di un nesso causale tra la condotta attiva od omissiva del medico e l'evento infausto, da accertarsi secondo il modello teorico generale della sussunzione sotto leggi scientifiche.
Non di rado, infatti, si imputa al medico di aver omesso quei presidi terapeutici la cui adozione avrebbe evitato l'evento letale. Il problema è stabilire il grado di certezza in base al quale valutare se il rispetto di quei presidi avrebbe evitato il decesso del paziente. In dottrina si parla di “certezza”, di “probabilità confinante con la certezza” o anche di “serie probabilità”. Ed invero, nel rispetto dei principi generali, ai fini di affermare una penale responsabilità del medico, non è sufficiente verificare la violazione delle leges artis, ma occorre, altresì, accertare che l'evento letale fosse in concreto evitabile mediante una condotta alternativa conforme alle stesse leges artis (in dottrina, per tutti, Marinucci-Dolcini (a cura di), Codice penale commentato, Vicenza, 2006).
 
Un recente intervento della Corte di Cassazione. Al riguardo è particolarmente significativa una recente sentenza di legittimità (Cass., sez. IV, 29 aprile – 6 settembre 2011, n. 33152) che analizza, appunto, il comportamento alternativo lecito come presupposto per verificare la sussistenza di una condotta colposa penalmente rilevante.
Il fatto: un medico neurologo, addetto all'ambulatorio del centro cefalee di un'ASL italiana, viene rinviato a giudizio con l'accusa di omicidio colposo per aver causato la morte di una giovane paziente omettendo, per negligenza, imprudenza ed imperizia e per inosservanza delle regole fondamentali dell'arte medica, di disporre con urgenza approfondimenti diagnostici di laboratorio, quali t.a.c., e.e.g., angiorisonanza e angiografia celebrale.
Il giudice di prime cure, all'esito di un giudizio abbreviato, aveva assolto l'imputato “per non aver commesso il fatto” escludendo la sussistenza di un nesso causale tra la condotta negligente del medico e l'evento infausto. Era stato, infatti, accertato che l'operatore sanitario aveva sottoposto a visita neurologica ambulatoriale la paziente, diagnosticandole una cefalea tensiva acuta, dimettendola poi senza aver prescritto alcun accertamento diagnostico di tipo strumentale. Sul punto, i periti medico-legali avevano osservato che qualora il medico avesse prescritto accertamenti di tal genere, gli stessi sarebbero stati effettuati senza urgenza in quanto la paziente non presentava alcun sintomo particolare al momento della visita.
La Corte d'Appello, accertando l'insussistenza di comportamenti omissivi penalmente rilevanti, assolve l'imputato “perché il fatto non costituisce reato”: non sussisteva, in sintesi, alcuna indicazione plausibile per eseguire un'angiografia di urgenza, ovvero quel comportamento alternativo che avrebbe permesso di rilevare la presenza di un aneurisma la cui rottura ha poi causato il decesso della paziente.
 
Non occorre “un lampo di genio”, ma diligenza professionale e rispetto dell'arte medica. Di contrario avviso è la Corte di Cassazione la quale osserva, in primo luogo, che la Corte d'Appello, nell'escludere una responsabilità a titolo di colpa nell'operato del medico, non aveva considerato che le due gravi crisi cefaliche acute segnalate dalla giovante paziente rappresentavano in realtà due episodi di c.d. cefalee sentinella, cioè sintomi del sanguinamento dell'aneurisma; né aveva considerato che tale tipologia di cefalea è caratterizzata da periodi di benessere di diversa durata. L'apparente stato asintomatico della paziente, intervallato da gravi episodi cefalgici, non rappresentava la base per escludere la presenza di un aneurisma, quanto piuttosto a confermarla.
Per giungere ad una tale conclusione, secondo i giudici di legittimità, non occorreva “un lampo di genio” o “una straordinaria intuizione”, come sostenuto dalla difesa dell'imputato, in quanto per un medico, soprattutto se specialista, sarebbe stato possibile anche solo “sospettare” che la paziente fosse portatrice di un aneurisma celebrale.
La Cassazione rileva, dunque, che l'esito negativo dell'esame neurologico a cui il medico aveva sottoposto la ragazza non è sempre sufficiente, come attestato dai periti, ad escludere un'emorragia e che il medico aveva trascurato l'approfondimento anamnestico del caso clinico rilevando al riguardo profili di negligenza, imperizia professionale e violazione dei precetti fondamentali della buona arte medica. Nel caso di specie la necessità di un maggior approfondimento diagnostico nasceva anche dalla circostanza che esistevano due diverse cartelle cliniche certificative dei due pregressi episodi di cefalea acuta entrambi trattati in sede di pronto soccorso. Ebbene, una cartella affermava che la paziente “non soffre di cefalea. Riferisce di improvvisa cefalea insorta circa tre ore fa”, l'altra che la stessa paziente era “sofferente di crisi cefaliche nella fase di rilassamento dopo periodi di stress; riferisce di diverse crisi cefaliche in passato”. A fronte di un quadro clinico così contraddittorio, l'imputata avrebbe dovuto acquisire la maggior parte delle informazioni disponibili al fine di superare le contraddittorietà dei risultati dei precedenti accertamenti in modo da disporre una diagnosi conclusiva corretta.
Inoltre, a parere della Corte, anche se l'imputata non aveva potuto visitare “a caldo” la paziente, avrebbe potuto apprendere dalle sue parole elementi rilevanti in ordine ai precedenti episodi di cefalea acuta sulla base dei quali avrebbe dovuto sospettare che gli stessi potevano ben rappresentare due casi di vere e proprie “cefalee sentinella”, onde la necessità di quegli accertamenti diagnostici strumentali che se effettuati in tempo avrebbero evitato un intervento chirurgico tardivo e la morte della paziente. Per tali ragioni la Cassazione annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello competente.

 

Pubblicato il  3/10/2011


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