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Imputato alloglotta e traduzione dell'ordinanza cautelare ex art. 27 c.p.p.

di Sabino Morisco*

1. Premesse - La traduzione degli atti processuali è stata, ancora una volta, oggetto di attenzione da parte della Corte di cassazione la quale, con tale pronuncia, si è espressa ancora in ordine alla necessità della traduzione dell’ordinanza di custodia cautelare per l’imputato straniero alloglotta.
 In via di prima approssimazione, va detto che la condizione che caratterizza la posizione dello straniero rispetto al cittadino italiano, nell’ambito di un procedimento penale, è rappresenta dall’incapacità di comprendere ed adoperare in modo adeguato la lingua italiana.
Tale situazione, meglio definita come “rischio linguistico”, ha portato il nostro legislatore a dettare, anche nell’ambito della disciplina del processo penale, norme ad hoc (La disponibilità dimostrata dal legislatore del 1988 verso il riconoscimento processuale di linguaggi diversi da quello italiano è legato al problema della tutela linguistica dello straniero la cui presenza sul territorio nazionale sta assumendo dimensioni sempre più vaste. Per un’analisi del fenomeno v. Chiavario, La tutela linguistica dello straniero nel nuovo processo penale italiano, in Riv. dir. proc., 1991, 335)
Pertanto, accanto all’art. 109 c.p.p. norma che, pur distaccandosi da quella marcata impostazione nazionalistica che caratterizzava l’art. 137 c.p.p. 1930, esige che gli atti del procedimento penale siano compiuti in lingua italiana, il nostro legislatore proprio al fine di porre rimedio al paventato “rischio linguistico” detta l’art. 143 c.p.p. il quale sancisce al primo comma che “l’imputato che non conosce la lingua italiana ha diritto di farsi assistere gratuitamente da un interprete al fine di comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti di cui partecipa” (In tale fattispecie normativa convergono almeno due principi che erano tuttavia estranei all’ideologia giuridica del codice previdente: il diritto di partecipazione attiva dell’imputato agli atti processuali che lo riguardano; l’estensione di questo diritto non solo ad alloglotti che parlano una lingua straniera e a minoranze linguistiche, ma anche a coloro che parlano i dialetti, cioè linguaggi per definizione più locali e più popolari)
 Orbene, in ordine alla traducibilità dell’ordinanza di custodia cautelare,  più volte la cassazione ha statuito come siffatto provvedimento non debba essere tradotto per lo straniero che non comprenda la lingua italiana.
Tale interpretazione poggia essenzialmente sulla constatazione in virtù della quale, “nei confronti dell’imputato straniero che non conosce la lingua italiana, il diritto di difesa è altresì assicurato dall’assistenza dell’interprete solo limitatamente agli atti orali, essendo escluso l’obbligo di traduzione degli atti processuali nella sua lingua madre” (Cass. pen. , sez II, 25 novembre 2003, Tegri e altri, in Cass. pen, 2004, 3255).
 Parimenti, codesto filone interpretativo si lega al dato per il quale l’art. 169 comma 3 c.p.p. detta l’unica norma che, in relazione a quella di cui all’art. 109 comma 1 c.p.p., prevede in via eccezionale l’obbligo di tradurre un atto scritto destinato all’imputato straniero alloglotta.
La giurisprudenza prevalente si è espressa in una prima fase, pertanto, in favore di una lettura restrittiva della citata norma, circoscrivendone l’ambito di applicazione al diritto dell’imputato alloglotta all’assistenza dell’interprete ai soli “atti orali”, con esclusione degli atti scritti, per i quali invece deve essere applicabile la diversa regola dell’obbligatorietà dell’uso della sola lingua italiana. (Sull’uso processuale della lingua italiana v. Lupo, sub art. 109 in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da Chiavario, II, Utet, 1990,21).
Il percorso argomentativo di tale indirizzo si caratterizza, in sostanza, per la valorizzazione del dato testuale e per i riferimenti sistematici, facenti leva sul raffronto della norma di cui all’art 143 c.p.p. con il disposto degli artt. 109 comma 2 e 169 comma 3 c.p.p (Un simile iter interpretativo è stato fatto dalla Corte di cassazione in merito alla questione inerente la traducibilità degli atti da compiere nel procedimento, ovvero se tale obbligo sussistesse anche per gli atti già formati, da acquisire al procedimento medesimo. La corte in ordine a tale quesito ha dato risposta negativa derivando ciò oltre che dal tenore letterale dell’art. 109 comma 1 c.p.p. anche dal principio chiaramente desumibile dall’eccezione stabilita nel comma 2 del predetto articolo. Così Cass. pen., sez. VI, 26 aprile 1995, in Dir. pen. proc., 1995, 844)  
Espressione di tale orientamento sono quelle pronunce della suprema Corte secondo cui, in linea con gli atti internazionali sottoscritti dall’Italia, l’art. 143 c.p.p. riconosce all’imputato che non conosce la lingua italiana, sia esso cittadino sia esso straniero, il diritto di farsi assistere gratuitamente da un interprete al fine di poter comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa, limitatamente agli atti orali.
Gli atti scritti diretti ad un imputato straniero devono, pertanto, secondo tale interpretazione, essere compilati in lingua italiana, come prescrive l’art. 109 c.p.p., a cominciare dall’informazione di garanzia, con la quale viene informato della facoltà di farsi assistere da un difensore tecnico, che lo porrà in condizione di comprendere l’oggetto e lo scopo dell’atto notificatogli, e soprattutto di avvalersi delle varie garanzie, che l’ordinamento giuridico-processuale prevede a tutela del suo diritto di difesa. Peraltro, a suffragio di tale interpretazione, la cassazione invoca il dato per cui l’art. 5 comma 2 e l’art. 6 comma 2 lett. a) della Convenzione europea sui diritti dell’uomo si riferiscono “alla trattazione orale del procedimento e del processo”, non richiedendo, esplicitamente o anche solo implicitamente, altre norme dell’ordinamento che siano tradotti nella lingua dell’imputato straniero gli atti che gli vengono notificati o comunque gli atti procedimentali o processuali.
Tale lettura dell’art. 143 c.p.p., in un primo momento maggioritaria, viene presto sottoposta a vaglio critico da parte della Corte costituzionale con la sentenza n. 10 del 1993, che costituisce ancora oggi, come si è già avuto modo di accennare, un fondamentale passaggio dell’esegesi della disciplina codicistica nella materia de qua.               
Secondo il giudice delle leggi, la mancanza di un espresso obbligo di traduzione nella lingua nota all’imputato straniero di tutti gli atti processuali (sia scritti che orali) non può tuttavia impedire la “piena espansione” della garanzia assicurata dall’art. 143 c.p.p. in favore dell’imputato: siffatta norma codicistica deve essere invero interpretata alla luce della normativa internazionale vigente in Italia, in base alla quale ogni accusato ha diritto a essere informato, nel più breve spazio di tempo, nella lingua che egli comprende e in maniera dettagliata, della natura e dei motivi dell’accusa a lui rivolta”, diritto questo, secondo le parole utilizzate dalla stessa corte da essere considerato come “diritto soggettivo perfetto, direttamente azionabile, la cui garanzia, ancorché esplicitata da atti aventi il rango della legge ordinaria, esprime un contenuto di valore implicito nel riconoscimento costituzionale, a favore di ogni uomo (cittadino o straniero), del diritto inviolabile alla difesa”.
Ad avviso della Corte, il sistema tracciato dall'art. 143 c.p.p. - nel definire significativamente il contenuto dell’attività dell’interprete in dipendenza della finalità generale di garantire all’imputato che non intende o non parla la lingua italiana di comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa - ha infatti innovativamente concepito la figura dell’interprete rispetto al codice precedente, in funzione della tutela del diritto di difesa, quale “strumento di reale partecipazione dell’imputato al processo attraverso l’effettiva comprensione dei distinti atti e dei singoli momenti di svolgimento dello stesso”.
Nell’assicurare pertanto una garanzia essenziale al godimento di un diritto fondamentale di difesa, l’art. 143 c.p.p. deve essere quindi interpretato come “clausola generale, di ampia applicazione, destinata ad espandersi e a specificarsi, nell’ambito dei fini normativamente riconosciuti, di fronte al verificarsi delle varie esigenze concrete che lo richiedano, quali il tipo di atto cui la persona sottoposta al procedimento deve partecipare ovvero il genere di ausilio di cui la stessa abbisogna”.
L’intervento della Corte costituzionale segna pertanto un decisivo cambio di rotta nella giurisprudenza di legittimità, orientandola verso quell’interpretazione “ampia” della norma in esame imposta dai cennati parametri costituzionali (I giudici a quibus avevano sollevato davanti alla Corte la questione di legittimità costituzionale riguardante alcune disposizioni del codice di procedura penale, muovendo dal presupposto interpretativo che le stesse non prevedevano la traduzione di taluni atti processuali (segnatamente del decreto di citazione a giudizio e dell’avviso contemplato dall’art. 456 comma 2 c.p.p., contenente l’indicazione del termine entro cui richiedere il giudizio abbreviato) nella lingua conosciuta dall’imputato straniero che ignora la lingua italiana. Analoga questione, sollevata nei confronti degli artt. 555, 148 comma 3 e 168 c.p.p. nella parte in cui non prevedono che il decreto di citazione e la relata di notifica debbano essere redatti in una lingua comprensibile per l’imputato, é stata esaminata dalla Corte con l’ordinanza n. 64 del 24 febbraio 1994, in Giur. cost., 1994, 370, nella quale veniva ribadita la linea interpretativa seguita con la sentenza 10/1993 della Corte Costituzionale. Sul tema vanno segnalate, se pur per un differente profilo, le sentenze della stessa Corte nn. 198 e 227 dell’8 giugno 2000, in Giur. it., 2001, 139, con nota di Caielli, Il diritto di difesa degli stranieri extra-comunitari nel procedimento di espulsione dal territorio dello Stato: problemi di lingua, relative alle questioni di costituzionalità con riferimento al d.lg. 25 luglio 1998, n. 286, nella parte in cui non consente il reclamo tardivo contro il decreto prefettizio di espulsione, allorché il destinatario non abbia potuto rispettare il termine di legge per l’omessa traduzione del provvedimento stesso in una lingua da lui conosciuta.) .
La Corte ha ritenuto doverosa, quindi, la traduzione di tutti quegli atti la cui intelligibilità da parte dello straniero si traduca in una concreta violazione del principio di partecipazione al processo e del diritto di porre in essere atti di impulso processuale per il cui compimento sia realmente necessaria la piena conoscenza dell’atto presupposto. Nondimeno, la giurisprudenza valorizzava proprio al fine di avallare la tesi della non traducibilità dell’ordinanza di custodia cautelare oltre la norma di cui all’art. 143 c.p.p. anche quella di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p. Siffatta norma codicistica stabilisce, difatti, che spetta al direttore dell'istituto penitenziario, ove il soggetto sia ristretto, accertarsi, tramite colloquio e, ove occorra, con l'ausilio di un interprete, che il detenuto abbia avuto piena e completa cognizione del provvedimento che lo ha costretto in carcere. Esiste, dunque, un meccanismo normativo attraverso l'utilizzo del quale il soggetto colpito da misura di cautela personale detentiva può conseguire la piena e completa conoscenza del contenuto del provvedimento custodiale e delle ragioni che lo hanno determinato. Tale sistema deve ritenersi idoneo, secondo questo filone interpretativo, a soddisfare sia l'esigenza prevista dall'art. 143 comma 1 c.p.p., sia la regola enunciata dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e del relativo protocollo aggiuntivo, resa esecutiva nello Stato con legge 4 agosto 1955 n. 848, il cui art. 5 comma 2 riconosce il diritto della persona arrestata di essere informata, nel più breve tempo e in una lingua a lei comprensibile, circa i motivi dell'arresto e intorno agli addebiti contestati (Pacileo, Diritto all'assistenza dell'interprete da parte dell'imputato che non conosce la lingua italiana e traduzione degli atti da notificare, in Riv. it. dir. proc. e pen., 1992, 651).
 
2. La ratio di traduzione dell’ordinanza di custodia cautelare - Orbene, al fine di comprendere la ratio sottesa alla necessità della traduzione dell’ordinanza di custodia cautelare conviene soffermarsi su una breve analisi giurisprudenziale. Il supremo Collegio ha affermato che il provvedimento de libertate, per il “contenuto” che lo contraddistingue - la contestazione di un reato con la indicazione dei gravi indizi di colpevolezza a giustificazione dell’emissione del provvedimento coercitivo, e delle esigenze cautelari - e per gli “effetti” che ne scaturiscono - la privazione della libertà – “è certamente uno degli atti rispetto ai quali è pressoché impossibile ipotizzare che colui che è il destinatario non voglia esercitare il diritto, inviolabile, di difesa”, benché non contenga “quei particolari dati informativi ovvero quei mirati avvertimenti”.
Quel che conta, secondo il medesimo filone giurisprudenziale, è che “il codice di rito colleghi all’atto determinati, ulteriori, atti - quali, nel caso dell’ordinanza che disponga la custodia cautelare, l’interrogatorio di garanzia e la possibilità di impugnare il provvedimento custodiale con la richiesta di riesame disciplinata dall’articolo 309 c.p.p, atti nei quali l’intervento o l’iniziativa dell’interessato hanno senso soltanto se questi, non a conoscenza della lingua italiana, sia stato posto nelle condizioni di comprendere il significato dell’ordinanza”.  D’altra parte, il medesimo filone interpretativo induce a pensare che l’ordinanza di custodia cautelare debba andare necessariamente tradotta. Basti pensare che la giurisprudenza di legittimità ha più volte sancito che l'ordinanza del Tribunale del riesame, confermativa dell'ordinanza di custodia cautelare, all'atto della notifica all'indagato che ignori la lingua italiana (art. 143 c.p.p.), implicando l'impossibilità per quest'ultimo di essere consapevole del relativo contenuto ai fini dell'esercizio del diritto di impugnazione, si traduce in una violazione del diritto di difesa e comporta la nullità della predetta ordinanza" (Cass. pen., sez. V, 21 giugno 1996, Zubieta, RV 221608.)
Appare chiaro come ciò sia ancora più vero per l’ordinanza di custodia cautelare posto che, attraverso questo atto, che coglie di sprovvista chi ne viene sottoposto il quale può ignorare anche il contenuto dell’accusa per cui è indagato, si riesce a comprendere quanto meno il fatto contestato, in modo da approntare già una prima strategia difensiva. E ciò a differenza dell’ordinanza del tribunale di riesame che, di converso, segue già ad una maggiore consapevolezza da parte dell’indagato dal momento che si è già svolto un interrogatorio di garanzia ed ancora un’udienza dove il sottoposto ha acquisito una maggiore informazione sul fatto oggetto di contestazione. Anche se la giurisprudenza sul punto non appare continua avendo affermato che "la necessità di garantire la consapevole partecipazione agli atti del procedimento non può essere prospettata in relazione all'ordinanza cautelare perché questo provvedimento non contiene al proprio interno dati informativi ovvero mirati avvertimenti in ordine all'esistenza e alle modalità di esercizio dei diritti e facoltà dell'indagato in relazione agli effetti dell'atto, cui il difetto della traduzione in lingua si porrebbe come concreto ostacolo" (Cass. pen. , sez. II, 5 maggio 1999, Metuschi, RV 214685)
In realtà, appare facile osservare come anche l'ordinanza custodiale, alla pari del decreto di citazione a giudizio, è un atto dal quale l'indagato straniero che non comprende la lingua italiana può essere pregiudicato nel suo diritto di partecipare al processo libero nella persona, in quanto, non comprendendo il relativo contenuto, non è posto in grado di valutare né quali siano gli indizi ritenuti a suo carico, né se sussistano o meno i presupposti per procedere alla impugnazione dell'ordinanza, a norma dell'art. 292, comma 2, c.p.p.".
In quest’ottica sia la Convenzione sia il Patto,  cui il nostro ordinamento deve necessariamente fare riferimento, prevedono espressamente che "ogni persona arrestata deve essere informata al più presto possibile e in una lingua a lei comprensibile dei motivi dell'arresto e di ogni accusa elevata a suo carico" (art. 5, comma 2, della Convenzione) e che "chiunque sia arrestato deve essere informato, al momento del suo arresto, dei motivi dell'arresto medesimo e deve al più presto avere notizia di qualsiasi accusa mossa contro di lui" (art. 9, comma 2, del Patto). Sulla base di siffatti presupposti appare, dunque, un passaggio necessitato quello che impone la traduzione dell’ordinanza applicativa della misura cautelare per l’imputato straniero alloglotta.
Il provvedimento che dispone la custodia cautelare, per il contenuto che lo contraddistingue - la contestazione di un reato con la indicazione dei gravi indizi di colpevolezza, che giustificano l'emissione del provvedimento coercitivo, e delle esigenze cautelari - e per gli effetti che ne scaturiscono - la privazione della libertà - è certamente uno degli atti rispetto ai quali è pressoché impossibile ipotizzare che colui che ne è il destinatario non voglia esercitare il diritto, inviolabile, di difesa. Esercizio il cui imprescindibile, naturale, presupposto non può non essere la comprensione dell'atto, impossibile per chi non conosca la lingua italiana, nella quale, obbligatoriamente, come prevede il comma 1 dell'art. 109, gli atti del procedimento sono compiuti, donde l'onere processuale per il giudice di porre a disposizione dell'indagato o dell'imputato quei presidi, traduzione dell'atto, interprete, che l'ordinamento giuridico prevede nel titolo IV - la cui rubrica preannuncia che le norme che seguono disciplinano la "traduzione degli atti" - del libro secondo, destinato agli atti, del codice di rito. Non può, quindi, seguirsi quell'indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la necessità di garantire la consapevole partecipazione agli atti del procedimento non è prospettabile in relazione all'ordinanza cautelare non contenendo quest'ultima, al proprio interno, dati informativi ovvero mirati avvertimenti in ordine all'esistenza e alle modalità di esercizio di diritti e facoltà dell'indagato, in relazione agli effetti dell'atto, cui il difetto della traduzione in lingua italiana si porrebbe come concreto ostacolo (Sulla funzione dell’interprete v. Dosi, voce Interprete (diritto processuale penale), in Enc. dir., vol. XXII, Giuffrè, 1972, 32, che rilevava: «l'interprete, più che trasmettere la conoscenza di un oggetto di prova, si limita a rendere comprensibile, mediante la traduzione di un linguaggio sconosciuto ad uno accessibile, sia al giudice sia ad ogni altra persona che partecipa al processo, determinate dichiarazioni, orali o scritte».).
Se, infatti, non può negarsi che l'ordinanza di custodia cautelare non contenga "quei particolari dati informativi ovvero quei mirati avvertimenti" perché si faccia luogo alla traduzione o alla nomina dell'interprete non è necessario, però, che l'atto li abbia, essendo sufficiente, come già anticipato, che il codice di rito colleghi all'atto determinati, ulteriori, atti quali, nel caso dell'ordinanza che disponga la custodia cautelare, l'interrogatorio di garanzia, previsto dall'art. 294 c.p.p., e la possibilità di impugnare il provvedimento custodiale con la richiesta di riesame disciplinata dall'art. 309 c.p.p. - nei quali, l'intervento o l'iniziativa dell'interessato hanno senso soltanto se questi, non a conoscenza della lingua italiana, sia stato posto nelle condizioni di comprendere il significato dell'ordinanza. La norma dell'art. 294 c.p.p. dispone, come è noto, che, nel corso delle indagini preliminari e fino alla trasmissione degli atti al giudice del dibattimento, il giudice, se non vi ha proceduto nel corso dell'udienza di convalida dell'arresto o del fermo di indiziato di reato, procede all'interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare in carcere, immediatamente e comunque non oltre cinque giorni dall'inizio dell'esecuzione e il comma 3 della norma prevede che "mediante l'interrogatorio il giudice valuta se permangono le condizioni di applicabilità e le esigenze cautelari previste dagli artt. 273, 274 e 275, aggiungendo, nella seconda parte, che, "quando ne ricorrono le condizioni, provvede, a norma dell'art. 299, alla revoca o alla sostituzione della misura disposta".
È certamente innegabile che l'indagato abbia il diritto, espressione del diritto di difesa, di contestare l'ordinanza applicativa della misura e, quindi, di offrire contributi perché il giudice si convinca della non permanenza delle condizioni di applicabilità della stessa e della insussistenza delle esigenze cautelari, diritto, però, che l'indagato può esercitare soltanto se sia stato in grado di comprendere il contenuto del provvedimento restrittivo della libertà e soprattutto le ragioni che hanno portato il giudice a privarlo della libertà (Rende l’idea quanto affermato da Foschini, La giustizia sotto l'albero e i diritti dell'imputato, in Riv. it. dir. proc. pen., 1963, 300, aveva osservato come la presenza di un imputato che non possa comprendere ciò che avviene nel corso del processo degrada tale partecipazione al livello di un intervento meramente formale, riducendo l'imputato ad uno spettatore del tutto passivo)
L'impugnazione del provvedimento con la richiesta di riesame è l'altro atto, collegato all'ordinanza di custodia cautelare, del quale l'indagato o l'imputato può avvalersi per negare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza o, quanto meno, delle esigenze cautelari ed è noto che il termine - dieci giorni - per richiedere il riesame dell'ordinanza che ha disposto la custodia cautelare decorre dalla esecuzione del provvedimento. Tirando a questo punto le file del discorso possiamo concludere su questo punto affermando che anche la timida obbiezione, in ordine alla traducibilità dell’ordinanza di custodia cautelare, consistente nel fatto che il nostro codice di rito assicura la traduzione limitatamente agli atti orali ed ancora che in ogni caso soccorrerebbe l’art. 94 disp att. c.p.p., è facilmente superabile vieppiù se si considera la sentenza della corte costituzionale n. 10/1993 la quale afferma come la norma di cui al 143 c.p.p. sia una clausola aperta.
Pertanto analogamente a quanto affermato dalla Corte costituzionale con sent. n. 10 del 19 gennaio 1993 relativamente al decreto di citazione a giudizio, deve ritenersi che anche l'ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di straniero che non conosca la lingua italiana debba essere accompagnata da traduzione in altra lingua a lui nota (Cfr. Cass. pen, sez. I, 9 luglio 1999, Zicha, in C.E.D. Cass., n. 214495, secondo la quale l'ordinanza dispositiva della custodia cautelare deve recare la traduzione in lingua nota al destinatario qualora si tratti di straniero che non conosce la lingua italiana, così come avviene a proposito di decreto di citazione a giudizio in conformità al dictum espresso da Corte cost., 19 gennaio 1993, n. 10, Mujanovic e altro, in Cass. pen., 1993, 796, n. 465 e in Giur. Cost., 1993, 52 con nota di ANGIOLINI; Giur. it., 1993, I, 1, 1144, 1613, con nota di R IVELLO, e sempre in Giur. it., 1993, I, 1, 2048, con nota di D' AMICO. Principio questo al quale aderisce sez. III, 3 aprile 1999, Braka, C.E.D. Cass., n. 214348, ritenendo che la mancata traduzione nella propria lingua dell'atto notificato allo straniero a digiuno della lingua italiana, possa essere colmata con la tempestiva nomina di un interprete che traduca all'interessato l'atto).
Va pertanto annullata senza rinvio l'ordinanza del tribunale del riesame che, disconoscendo il detto principio, confermi un provvedimento applicativo di custodia cautelare di cui era stata eccepita la nullità per mancata traduzione (Sul punto vedi su tutti Giunchedi, Diritto all’interprete per lo straniero. Progresso o involuzione? In Cass. pen. , 2006, 6, 1854).
E’ bene evidenziare che conseguenza di ciò è che il suddetto annullamento non comporta la declaratoria di inefficacia della misura cautelare ma soltanto la restituzione degli atti al giudice che ha emesso il provvedimento coercitivo perché provveda alla sua traduzione ed alla successiva notificazione all'imputato, il quale sarà quindi da considerare nuovamente in termini per riproporre, eventualmente, richiesta di riesame (Sui tempi per sollevare la relativa eccezione di nullità v. Cass. pen., sez. un., 24 settembre 2003, n. 5052 secondo cui l’ omessa traduzione dell'ordinanza di custodia cautelare genera una nullità di ordine generale, di cui all'art. 179 c.p.p., con la conseguenza che essa non può essere rilevata nè dedotta dopo la deliberazione della sentenza conclusiva del grado di giudizio nel quale si è verificata).
 
3. La previsione espressa dell’imputato ex art. 143 c.p.p. non esclude l’indagato - Altro problema che ci si è posti è che la norma di riferimento ovvero quella di cui all’art. 143 c.p.p. parla espressamente di “imputato” e di “accusa”.
Con l’adozione di questi due termini il legislatore secondo l’orientamento della giurisprudenza avrebbe riconosciuto la possibilità di vedersi tradotti nella propria lingua di comprensione solo quegli atti a partire dalla richiesta di rinvio a giudizio, escludendo a fortiori per tale via l’ordinanza di custodia cautelare considerando che la parentesi cautelare nell’id quod plerumque accidit prende avvio prima della parentesi processuale.
Tuttavia, appare chiaro come tale lettura, se particolarmente attenta al dettato letterale, non sorregge ad una lettura sistematica del codice di rito laddove si consideri per un attimo l’art. 61 c.p.p. il quale estende le garanzie previste per l’imputato anche alla figura dell’indagato, inducendo in tal modo a considerare esteso a tutta la fase procedimentale l’ambito di operatività della disciplina dell’interpretazione (E’ opportuno specificare che questa lettura estensiva che fa riferimento non solo al processo ma all’intero procedimento è assolutamente prevalente in dottrina. Cfr Menichetti, sub art. 143, in Codice di procedura penale commentato, coordinato da Giarda – Spangher, Ipsoa, 798; Ubertis, sub art. 143, in Commentario del nuovo codice di procedura penale, coordinato da Amodio - Dominioni, Giuffrè, 148).
Per di più, in tale direzione converge lo stesso comma 3 dell’art. 143 il quale fa riferimento specifico e alla figura del magistrato del pubblico ministero e alla figura dell’ufficiale di polizia giudiziaria.
A tal proposito, davvero significativo appare, peraltro, che il legislatore del 1989 abbia collocato la normativa relativa all’interprete all’interno del libro degli atti comportando indubbiamente tale scelta un miglioramento dell’impianto sistematico del codice, correggendo pertanto la previgente disciplina che poneva la disposizione anzidetta in seno alle disposizioni sull’istruzione formale, quasi a voler far intendere che l’ingresso dell’interprete nel processo penale potesse avvenire solo nel corso del processo, inteso in senso stretto.
Pertanto, la figura dell’interprete si pone, oggi, - a livello teorico nel nostro codice di rito - come quella di “ausiliare della difesa”, onde fornire una più adeguata garanzia all’indagato-imputato. L’assicurare tale diritto a tutta la fase del procedimento non significa che recepire e rendere operativi gli artt. 6 n. 3 lett. a) ed e) Convenzione europea dei diritti dell’uomo e 14 n. 3 lett. a) ed f) Patto internazionale diritti civili e politici che sanciscono il diritto di ogni accusato ad essere informato in una lingua a lui comprensibile ed in modo dettagliato della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico ed attribuiscono all’imputato che non comprenda o non parli la lingua usata in udienza l’assistenza gratuita di un interprete, ciò confermando la “finalità esclusivamente difensiva” della nomina dell’interprete.
 
4. L’autorità procedente e lo straniero che non conosce la lingua italiana - Un ulteriore aspetto problematico in ordine alla traducibilità dell’ordinanza di custodia cautelare è rappresentato dal fatto che spesso siffatto provvedimento costituisce il primo atto eseguito o notificato da parte dell’autorità procedente e, al contempo, l’atto attraverso il quale l’indagato viene a conoscenza di tale suo status. Il logico corollario consiste nell’interrogarsi in quale modo l’autorità procedente possa conoscere del fatto che lo straniero non comprenda la lingua italiana.
La questione si coglie in modo più significativo se si pensa che il nostro codice non pone, a differenza di quanto fa in ordine al cittadino italiano che si presume conosca la lingua italiana, una presunzione di non conoscibilità della lingua nazionale da parte dello straniero. 
A tal riguardo, in via di prima approssimazione, va detto che la norma codicistica non postula un “diritto indiscriminato” dello straniero di avvalersi dell’ausilio di un interprete, bensì un diritto strettamente connesso alla “impossibilità o difficoltà di comprendere la lingua italiana”. Invero, le Sezioni unite hanno chiarito che, alla luce della giurisprudenza costituzionale, come intesa anche dalla dottrina, il presupposto che fa sorgere il diritto alla traduzione o all’interprete e, quindi, la situazione fattuale dalla quale l’ordinamento giuridico fa derivare il dovere per il giudice di disporre la traduzione di un provvedimento o di avvalersi di un interprete perchè provveda ad illustrarne all’interessato il contenuto è costituito dall’accertamento in concreto della mancata conoscenza della lingua italiana da parte dell’interessato (Cass. Pen., sez. unite, 24 Settembre 2003, Z., in Giur. It, 2004, 237).
Da tale presupposto, soltanto, scaturisce da un lato il diritto dell’indagato alla traduzione o all’intervento dell’interprete e dall’altro l’obbligo per il giudice di consentirne l’esercizio.
In altri termini, mentre per espressa previsione dell’art. 169 c.p.p. comma 3, l’atto notificato allo straniero all’estero va senz’altro tradotto salvo che positivamente risulti la conoscenza della lingua italiana da parte dell’interessato, l’art. 143 c.p.p. enuncia una regola inversa, nel senso che l’obbligo di nominare il traduttore discende dal positivo accertamento della mancata conoscenza della lingua italiana.
Di converso, divergenti posizioni giurisprudenziali si registrano in ordine alla “titolarità” di tale onere dimostrativo. Secondo un orientamento prevalente, è posto a carico dell’imputato che non conosce la lingua italiana l’onere di allegarne o addirittura dimostrarne la necessità. Un diverso orientamento ha, invece, sottratto il presupposto della nomina dell’interprete da singole titolarità dimostrative per rendere operante il relativo diritto non appena si verifichi la circostanza della mancanza o dell’inadeguata conoscenza della lingua italiana da parte dello straniero, da accertarsi anche “d’ufficio” (Cass. pen., Sez. II, 14 novembre 2000, Tavanxhiu, in Arch. n. proc. pen., 2001, 411 Secondo Pacileo, Diritto all’assistenza dell’interprete da parte dell’imputato che non conosce la lingua italiana e traduzione degli atti da notificare, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1992, 650, “in assenza di elementi da cui risulti positivamente una tale conoscenza questa va presuntivamente esclusa fino a prova contraria”, come è dato trarre dalla presunzione di conoscenza della lingua italiana contenuta nello stesso art. 143 c.p.p. per il solo cittadino italiano: il che deve significare - sottolinea l’Autore - che per lo straniero vige una presunzione analoga in favore della conoscenza della “sua” lingua. In senso conforme anche Curtotti, Il diritto all’interprete: dal dato normativo all’applicazione concreta, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1997, I, 463. Per Vigoni, Minoranze, stranieri e processo penale, in Giurisprudenza sistematica di diritto processuale penale, 1995, 380, sebbene manchi una presunzione di non conoscenza della lingua italiana nei confronti dello straniero, non è ravvisabile a carico di quest’ultimo un onere di dichiarare e provare la mancata conoscenza della lingua italiana: in mancanza di una richiesta di assistenza linguistica da parte dell’interessato, è pertanto necessario un previo “accertamento circa l’effettiva conoscenza dell’italiano”. Secondo Lupo, Il diritto dell’imputato straniero all’assistenza dell’interprete tra codice e convenzioni internazionali, in Giur. cost., I, 1993, 66, in difetto di iniziative dell’interessato, la conoscenza linguistica può essere accertata “d’ufficio” dall’autorità procedente: peraltro l’Autore esclude che sussista un “dovere assoluto” di previo accertamento laddove non sia possibile rispettare i tempi del procedimento). Anche su tale profilo interpretativo hanno avuto modo di intervenire le Sezioni unite della Corte suprema, affermando che, se è “condizione essenziale” per l’applicabilità della garanzia dell’interpretazione prevista dal comma 1 dell’art. 143 c.p.p., “l’accertamento dell’ignoranza della lingua italiana da parte dell’imputato”, non è invece necessaria “la prova” dell’ignoranza della lingua medesima.
In altri termini, il supremo collegio ha sostenuto che se lo straniero ha dimostrato, in qualsivoglia maniera, di rendersi conto del significato degli atti compiuti con il suo intervento o a lui indirizzati e non è rimasto completamente inerte, ma al contrario, ha assunto personalmente iniziative rivelatrici della sua capacità di difendersi adeguatamente, il giudice non ha alcun obbligo di provvedere alla nomina dell’interprete. Orbene, resta il problema di come si possa uscire dall’impasse rappresentato dal fatto che spesso l’ordinanza di custodia cautelare rappresenti il primo atto attraverso il quale l’autorità procedente e l’indagato entrano in contatto. Appare, a questo punto, imprescindibile considerare due casi.
 Il primo, che non presenta alcun problema di sorta, è rappresentato dall’ipotesi in cui l’ordinanza restrittiva della libertà non sia il primo atto attraverso il quale l’autorità prende contatto con l’indagato. Per tale via, si ha che costui, attraverso ad esempio l’espletamento dell’interrogatorio, possa appalesare la sua non conoscibilità della lingua italiana, di modo che sin da quel momento l’autorità procedente prendendo contezza di ciò ha l’obbligo, in vista dell’esecuzione della misura cautelare, di disporne la traduzione.
Diverso e di sicuro più problematico è il caso in cui l’ordinanza applicativa della misura cautelare sia il primo atto eseguito o notificato e prima del quale tra l’autorità procedente e l’indagato non vi sia stato alcun contatto.  Verosimilmente, l’unica via percorribile in casi come questi sarebbe rappresentata dalla possibilità per l’indagato di rivolgersi all’ufficio che ha provveduto all’emissione del provvedimento in modo da ottenere la traduzione dell’atto stesso, con il congelamento dei termini per proporre impugnazione.
Appare chiaro come siffatta esigenza non possa in alcun modo essere soddisfatta dal disposto dell'art. 94 disp. att. c.p.p. l'onere di accertare, se del caso con l'ausilio di un interprete, che l'interessato abbia precisa conoscenza del provvedimento con cui è stata disposta la sua custodia e di illustrargliene, ove occorra, i contenuti. O meglio siffatta disposizione potrebbe essere sufficiente soltanto ove la decorrenza dei termini di impugnazione ripartisse dal momento in cui l’indagato-imputato ha avuto effettiva conoscenza del contenuto del provvedimento. , comma 1 bis, che pone a carico del direttore dell'istituto penitenziario o di un operatore da lui delegato
Peraltro, non è affatto secondario mettere in luce come la norma de qua pone a carico del direttore della struttura carceraria un semplice onere.
 
5. L’ipotesi ex art. 27 c.p.p. e traduzione dell’ordinanza - Un ulteriore questione che fa da sfondo alla sentenza oggetto del commento è comprendere cosa accade nel caso in cui non venga tradotta l’ordinanza di custodia cautelare emessa ex art. 27 c.p.p.
Va presto detto che in tema di provvedimenti applicativi di misure cautelari personali, l'omessa traduzione, nella lingua madre dell'imputato alloglotta, dell'ordinanza con la quale il giudice per le indagini preliminari dispone la custodia cautelare in carcere ex art. 27 c.p.p, non determina la nullità del provvedimento, qualora si tratti di un atto meramente riproduttivo della prima ordinanza cautelare, del cui contenuto l'interessato sia stato pienamente edotto nel corso del procedimento "de libertate". Infatti la traduzione ex art. 143 c.p.p. dell'atto allo straniero che non conosca la lingua italiana deve essere interpretata come una regola diretta ad assicurare la piena conoscenza da parte dell'interessato dell'accusa a lui rivolta, delle sue ragioni e delle finalità cui l'atto è destinato. Qualora di tutto ciò lo straniero sia già stato reso edotto, non vi è necessità di una traduzione nella lingua a lui nota di un eventuale provvedimento meramente ripetitivo. Sul medesimo orizzonte la cassazione si è espressa in un caso simile ovvero quando si tratti di un provvedimento del tribunale della libertà meramente ripropositivo delle ragioni riscontrate nell’ordinanza coercitiva originaria. Più nel dettaglio il supremo collegio aveva affermato che quando con l'impugnazione de libertate si ripropongano le medesime deduzioni già precedentemente respinte, in tale ipotesi le statuizioni adottate dal giudice per le indagini preliminari con l'originaria ordinanza coercitiva - non impugnata mediante la richiesta di riesame - circa la sussistenza sia dei gravi indizi di colpevolezza che delle esigenze cautelari meritevoli di tutela mediante la più grave misura coercitiva, precludono, in mancanza di fatti nuovi sopravvenuti o di significative variazioni del quadro di riferimento (attesa la genericità dell'assunto inerente al tempo trascorso in carcere ovvero all'incensuratezza dell'imputato), la rivalutazione dei medesimi presupposti e quindi la traduzione dell’ordinanza del tribunale della libertà.
 
* Dottore di ricerca Università degli studi di Bari
 
 
Pubblicato il 16/06/2010

 


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