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«…bisogna riguardare la cosa come fatta»
(suggestioni nottetempo sul formalismo giuridico)

di Gianluca Tracuzzi *

1. Caia, in data 25 novembre 2004, veniva colpita nel sonno con un corpo contundente al capo tale da cagionarle la frattura della teca cranica in zona parieto-occipitale sinistra. Dopo essere entrata in stato di coma, moriva – senza mai tornare cosciente – il 23 gennaio 2006. Sin dal giorno dopo l’avvenuta aggressione si era auto-accusato dell’omicidio Tizio, l’ex marito, con cui la vittima aveva da tempo rapporti estremamente conflittuali.  Poco dopo aver sottoscritto la confessione, però, aveva ritrattato, dichiarandosi estraneo ai fatti.
Nel frattempo iniziava il processo di primo grado e, il 15 febbraio 2007, Tizio veniva condannato, dal GUP del Tribunale, a venti anni di reclusione per omicidio volontario, di cui quattro da scontare in un istituto di cura [GUP Tribunale di Ferrara, n° 72, 15 febbraio 2007, inedita. Tuttavia il GUP, trattandosi di un giudizio abbreviato, incorreva in un errore di calcolo per la determinazione della pena].
Il 27 febbraio 2008, però, la Corte d’assise d’Appello lo mandava assolto dal reato ascrittogli per «non aver commesso il fatto» e veniva così rimesso in libertà [Corte d’Assise d’Appello di Bologna, n° 6, 27 febbraio 2008, inedita]. Il Procuratore Generale, pur avendo chiesto, nelle sue conclusioni, la conferma della sentenza di condanna, aveva finito per non ravvisare gli estremi previsti per proporre ricorso per Cassazione (vizi nell’applicazione di norme processuali o di diritti sostanziali, e nel percorrere l’iter logico che ha condotto a tale applicazione) facendo diventare la sentenza definitiva ai sensi di legge in data 28 maggio 2008.
Il 2 gennaio 2009 Tizio si presentava spontaneamente presso la questura della sua città e confessava, per la seconda volta, di aver ucciso l’ex moglie. La confessione veniva messa a verbale, con l’ausilio di un legale d’ufficio. Tuttavia, valendo nel nostro sistema processuale penale il principio del ne bis in idem, Tizio non veniva trattenuto. Invero l’istituto della revisione, previsto dall’articolo 629 del codice di procedura penale, è possibile solo qualora la persona condannata – e non assolta –  presenti nuove prove per tentare di ottenere il proscioglimento dal reato per cui è stata punita.  Tizio, pertanto, attualmente rischia solo un’improbabile incriminazione per auto-calunnia.
Al di là dell’attendibilità del soggetto in questione e del merito della vicenda processuale (in cui non entreremo), il predetto caso giudiziario svela un rompicapo dalla difficile soluzione. Esprimibile attraverso la seguente domanda: il formalismo giuridico del quale è intriso il sistema del contraddittorio processuale penale (in particolare) è ancora in grado di garantire, in ogni caso, il fine della giustizia?
 
2. Mario Jori, nella sua voce enciclopedica“formalismo giuridico”, è riuscito a catalogare analiticamente i principali sensi delle diverse concezioni possibili dell’oggetto della propria indagine, per poi approdare – mediante una prospettiva pragmatica  – ad una visione unitaria [M. JORI, sub voce Formalismo giuridico, in Digesto delle discipline privatistiche (sez civ.), vol. VIII, Torino 1992, p. 425 e ss. . Si veda, inoltre, A.E. CAMMARATA, sub voce Formalismo giuridico, in Enciclopedia del Diritto, vol. XVII, Milano 1968, p. 1013 e ss.].
Pur tenendo conto delle fisiologiche sfumature concettuali, va subito precisato che attraverso il caso de quo si intende semplicemente segnalare la necessità di preferire il valore dell’esperienza [Per cogliere il significato del concetto di esperienza, quale «problema della filosofia», si veda M. GENTILE, Trattato di filosofia, Napoli 1987, pp. 61-78] rispetto al rigore del formalismo giuridico, qui genericamente inteso quale tendenza a riconoscere eccessiva importanza alla forma.
Essendo questa nostra idea – ed in maniera consapevole – non del tutto originale, è rimasta fino a ieri dormiente, quasi timida nell’apparire; ed ha ripreso vigore e coraggio soltanto dopo essere stata incentivata, come a volte accade, dal caso.
La nostra piccola fortuna si è così materializzata nelle pagine di un affascinante saggio di Enrico Opocher [E. OPOCHER, “Se a minacciare un curato c’è penale”. Il diritto ne “ Promessi sposi”, Milano 1985, p. 55 e ss.], dove è possibile scoprire una “nuova” definizione – davvero preziosa – di formalismo giuridico: siamo nella prima stesura del romanzo di Alessandro Manzoni, Fermo e Lucia. Difficile restarne indifferenti e non solo perché parole composte da un non-giurista – peraltro apertamente scettico nei confronti del diritto – ma soprattutto per la musica delle stesse [Perché «l’eloquenza non è altro che un discorso musicale». Nella musica infatti «si celebra l’armonia e pure il diritto tende, come può, all’armonia». Così F. CARNELUTTI, Vita da avvocato, in Vita da avvocato. Mio fratello Daniele. In difesa di uno sconosciuto (a cura di F. CIPRIANI), Milano 2006, pp. 27 e 62. Questo significa che «s’interpretano allo stesso modo una legge e uno spartito». F. CARNELUTTI, Mio fratello Daniele, in Vita da avvocato. Mio fratello Daniele. In difesa di uno sconosciuto (a cura di F. CIPRIANI), Milano 2006, p. 164], per come cioè vengono pensate e pesate singolarmente e, poi, incardinate, messe in successione. In una armonia autentica.
Manzoni riesce non solo a definire in maniera efficace il concetto in questione ma anche a denunciarne lucidamente i pericoli, facendo, al tempo stesso, emergere l’unica soluzione possibile ai casi limite.
E, il nostro, certamente lo è.
Insomma, quello che sembrava allo stesso Manzoni un mero esercizio intellettuale (tant’è che la definizione fu soppressa nella versione definitiva de I promessi sposi) è, invece, pura poesia [Pura nel senso che la poesia – che non è semplicemente splendore del linguaggio figurato – diventa sentita, e quindi spendibile per la nostra esistenza, soltanto quando (e se) si mostra credibile. Soltanto quando, cioè, leggendola o ascoltandola, si impone, con la sua forza irresistibile, la verità della realtà. Che non solo possiamo capire attraverso le parole, ma quasi toccare attraverso l’esperienza] giuridica, che sfora i confini romanzeschi, penetrando la realtà e i problemi mondani più difficili:
 
«Nessuno ignora che le formalità sono state inventate dagli uomini per accertare la validità di un atto qualunque; assegnando anticipatamente i caratteri che quell’atto deve avere per essere un atto daddovero (sic!). Invenzione che mostra affè molto ingegno: invenzione utile, anzi necessaria, perché la più parte delle questioni che si fanno a questo mondo sono appunto per decidere se una cosa sia fatta o non fatta. Ma tutte le invenzioni dell’ingegno umano partecipando della sua debolezza non sono senza qualche inconveniente: e la formalità ne hanno due. Accade talvolta che dove gli uomini hanno deciso che una cosa non può esser realmente fatta che nei tali e tali modi, la cosa si fa realmente in modi tutti diversi e che non erano stati preveduti. In questo caso, la cosa non vale, anzi non è fatta. E non andate a farvi compatire da un sapiente col volergli dimostrare che la è fatta; egli lo sa quanto voi; ma sa qualche cosa di più, vede nella cosa stessa una distinzione profonda, vede e vi insegna che la cosa materialmente è fatta, legalmente non è. Dall’altra parte accade pure che, dopo essere stato dagli uomini predetto, deciso, statuito che, dove si trovino i tali e tali caratteri esiste certamente il tal fatto, si sono trovati altri uomini più accorti dei primi (cosa che pare impossibile eppure è vera) i quali hanno saputo far nascere tutti quei caratteri senza fare la cosa stessa. In questo secondo caso bisogna riguardare la cosa come fatta; e darebbe segno di mente ben leggera e non avvezza a riflettere, o di semplicità rustica affatto colui che, ostinandosi ad esaminare il merito, volesse dimostrare che la cosa non è. Guai se si desse retta a queste chiacchiere, non si finirebbe mai nulla, e si andrebbe a pericolo di turbare il bell’ordine che si ammira in questo mondo» [E continua: «Ma questi caratteri, se non infallibili, sono stati almeno scelti dopo accurate osservazioni, senza passioni, né secondi fini, in tempi nei quali gli uomini fossero abbastanza esercitati nel riflettere su quello che vedevano per circostanziare i fatti che dovevano essere dopo di loro? Ah! qui è la questione; ma per trattarla con qualche fondamento converrebbe fare la storia del genere umano». Cfr. E. OPOCHER, “Se a minacciare un curato c’è penale”. Il diritto ne “ Promessi sposi”, Milano 1985, p. 56. Per un completo approfondimento del concetto in Opocher, si veda E. OPOCHER, Processualità del diritto e formalismo: la giustizia del diritto, in Lezioni di filosofia del diritto, Padova 1993, pp. 307-315].
 
Provando a schematizzare, si potrebbe dire che:
 
A.       La forma giuridica (f.g.) nasce con l’intento di stabilire, preliminarmente, una certa procedura (ad es. p1) volta a realizzare un certo obiettivo (ad es. x).
 
Pertanto:
Cosa “fatta” e “legale”: f.g. (= p1) = x
e
Cosa “fatta” ma “non legale”: f.g. (= p2 o p3 o p4…) = x
 
B.       Tuttavia in alcuni casi – a causa del mutare del tempo e delle circostanze – è possibile, utilizzando la stessa procedura (ad es. p1) prevista per una certo obiettivo (ad es. x), dar vita ad un qualcosa di diverso (ad es. y).
 
Pertanto:
 
f.g. (= p1) = y e non più o solo x
 
Prendendo le mosse dal nostro caso giudiziario, diremo che il legislatore ha posto in essere l’attuale sistema processuale penale (p1) con l’intento di “fare giustizia”(x).
 
Pertanto:
 
La giustizia processuale penale è “fatta” e “legale”:
 
solo se  f.g. (= p1) = x
 
E cosa succede allora quando il risultato è (anche o addirittura solo) y, ovvero – come nel nostro caso sembra – un qualcosa di diverso dalla giustizia (x)?
Ecco ritornare la nostra domanda iniziale: le odierne formalità giuridiche atte al raggiungimento della (a questo punto presunta) giustizia, all’accertamento della verità processuale [Sul punto si rimanda alla lucida riflessione di F. COPPI, La giustizia è uguale per tutti, ma…, discorso tenuto all’inaugurazione della Scuola Forense di Perugia il 15 gennaio 2004, in http://www.30giorni.it. In ordine al ruolo del giudice e alla sua crisi si rimanda alle condivisibili osservazioni di A. GIULIANI e N. PICARDI, La responsabilità del giudice, Milano 1987, pp. 183-201. Si veda, altresì, la differenza tra “verità” e “verosimile” in PLATONE, Fedro, 272 C-273 D, in Platone. Tutti gli scritti (a cura di G. REALE), Milano 2008, p. 577 e ss.], sono ancora valide?
 
3. L’esame della realtà  evidenzia l’indissolubile legame tra forma e sostanza [Per un esame del concetto di pubblicità, in quanto «principio insieme giuridico ed etico», si veda A. INCAMPO, Sul dovere giuridico, Bari 2006, pp. 133-154]. Possiamo, cioè, avere la ragione oggettivamente dalla nostra, ma se non presenteremo la domanda entro i termini temporali previsti dalla legge, la stessa sarà considerata inammissibile: dalla ragione al torto [Discutibile, quindi, la critica del concetto di formalismo giuridico recentemente avanzata dal Governo attraverso l’interpretazione autentica degli artt. 9 e 10 della Legge 17 febbraio 1968, n° 108 proposta con il recente Decreto Legge n° 29 del 5 marzo 2010 (in G.U., 6 marzo, n° 54)), il cd “decreto salvaliste”, dove all’art. 1 si legge: «il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale. La presenza entro il termine di legge nei locali del Tribunale dei delegati può essere provata con ogni mezzo idoneo». Si perdoni il voluto paradosso ma, stando così le cose, il rischio è quello di considerare legittimo, in futuro, anche la possibilità (questa volta) per gli elettori di presentarsi ai seggi elettorali entro l’orario di apertura, far registrare regolarmente la propria presenza e, poi, decidere di allontanarsi. Fare quindi ritorno oltre l’orario stabilito e pretendere di esercitare il diritto-dovere di voto (!). Come se non bastasse il decreto in questione sembra non tener conto del fatto che «nella Regione Lazio “il sistema di elezione” di cui all’art.122 della Costituzione è oggi disciplinato “nei limiti dei principi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica”, dalla l. r. Legge regionale n. 2 del 2005 le cui disposizioni disciplinano direttamente le modalità di presentazione delle liste, in conformità, d’altronde, con quanto ritenuto dalla stessa Corte costituzionale, la quale ha affermato che «spetta alla legge della Regione disciplinare il sistema di elezione del Consiglio, della Giunta e del Presidente regionale» (cfr. Corte Cost. n. 196/03). Quindi, a seguito dell’esercizio della potestà legislativa regionale, le disposizioni adottate dal legislatore statale, anche se di carattere interpretativo, non possono trovare applicazione con riferimento alla materia disciplinata dalla legge regionale». Così T.A.R. Lazio Roma, sez. II, 09 marzo 2010, n° 1119. Per un maggiore approfondimento, si veda Corte costituzionale, 18 marzo 2010, n° 107, nonchè Consiglio Stato, sez. V, 20 marzo 2010, n° 1302, in http://www.dejure.giuffrè.it]. Possiamo essere fermati dalla polizia stradale mentre percorriamo l’autostrada oltre i limiti di velocità consentiti, ma se l’agente dimentica di porre la sua firma in calce al verbale di contestazione, lo stesso sarà impugnabile: dal torto alla ragione [Il verbale di contestazione deve necessariamente contenere una serie di elementi formali, come ad esempio: nome e cognome del presunto trasgressore; tipo di veicolo e la relativa targa; giorno e ora della violazione; luogo della violazione (strada, numero civico, chilometrica…); descrizione dell'infrazione e articolo di legge; indicazione degli agenti accertatori; importo della sanzione con indicazione della possibilità di adempiere al pagamento in misura ridotta; termini e modalità per l'impugnazione. Se la contestazione non è immediata, bisognerà che siano specificati i motivi che lo hanno impedito. Il verbale, inoltre, deve avere la firma di qualsiasi soggetto che faccia parte dell'ufficio contestatore (salvo che non risulti redatto con sistemi meccanizzati)].
La forma – nel diritto specialmente–  è sostanza. E, a volte, qualcosa di più. Per alcuni molto di più: il dominio sulla forma sarebbe il dominio sul diritto [La purezza della forma («Pura, poiché si slega dal contenuto, si rovescia in se stessa, e vive della sua intima funzionalità») sembra emergere chiaramente nelle procedure parlamentari. «Il diritto, che sembra tragicamente segnato dalla perdita di centro, si raccoglie intorno a un nuovo centro, che è la sua stessa capacità produttrice, il suo auto-generasi nella posizione di norme. La lotta fra partiti politici ha per premio la disponibilità di questa macchina, l’uso di questo formalismo, che converte in diritto tutto ciò che tocca». Così N. IRTI, Il salvagente della forma, Roma-Bari 2007, pp. VII e 27. Si pensi all’iter di approvazione della recente riforma sanitaria in U.S.A.: il provvedimento era stato già approvato dalla Camera dei rappresentanti ma, all’esame del Senato, vizi procedurali (riguardanti le norme aggiuntive di finanziamento della riforma) avevano portato ad alcune piccole correzioni del testo. Tuttavia la Costituzione americana prevede che una legge sia approvata, alla Camera e al Senato, nella stessa lettura. Pertanto in caso di modifiche, anche lievi, ad un disegno di legge da parte di una delle Camere, anche l’altra deve ratificarle (cd “procedura di riconciliazione”). Nel caso specifico i repubblicani del Senato avevano individuato due emendamenti al nucleo centrale della riforma già trasformata in legge dal presidente Barack Obama. Il problema riguardava il cambiamento alla legge introdotto per evitare la riduzione dei finanziamenti Pell destinati agli studenti provenienti da nuclei familiari a bassa fascia di reddito. Un elemento che violava la norma secondo cui le leggi approvate con il “processo di riconciliazione” devono contenere solamente spese o introiti a livello federale. L’altro emendamento interessava l'esenzione alle tasse federali sul carburante per le unità mobili di mammografia, che faceva parimenti saltare il complesso ingranaggio legislativo dal punto di vista giuridico-formale].
Ma la forma non dovrebbe nascere per dominare, bensì per garantire: informando (i destinatari) e conformando (l’agire degli operatori del diritto) [S. PAGLIANTINI, Forma e formalismo nel diritto europeo dei contratti, Pisa 2009, p. 17]. Dà un vestito ad ogni cosa, perché la vuole coprire dall’incertezza. Perché la vuole difendere, e non annichilire. Quando, invece, prevale al punto di annullare i contenuti, finendo per non dipendere dalla volontà di nessuno, genera situazioni paradossali e irreali: l’uomo diviene sottomesso alle sue stesse creazioni! [In ordine alla differenza tra “soggezione dalle cose” e “soggezione dagli uomini”, si veda il pensiero di Rousseau in F. GENTILE, Filosofia del Diritto. Le Lezioni del quarantesimo anno raccolte dagli allievi, Padova 2006, p. 80]. La questione, così posta, rischia di assumere i connotati tipici dell’ingiustizia, in special modo quando si entra prepotentemente nel campo dell’essere [F. CARNELUTTI, Vita da avvocato, in Vita da avvocato. Mio fratello Daniele. In difesa di uno sconosciuto (a cura di F. CIPRIANI), Milano 2006, p. 32]. E ciò allontana ulteriormente l’uomo della strada dal diritto. E confonde, fino al balbettio, i suoi stessi operatori.
Nel caso giudiziario che vede coinvolto Tizio, appaiono diversi profili discutibili legati all’esito conclusivo: la legalità, così geometricamente intesa [F. GENTILE, Legalità, giustizia, giustificazione. Sul ruolo della filosofia del diritto nella formazione del giurista, Napoli 2008, pp. 116], non può far altro che intrecciarsi – ed è un abbraccio mortale – al cieco formalismo. L’interpretazione letterale del 629 c.p.p. (“condannato” e non “assolto”) non può bastare [«…negli ultimi anni si sta affermando, in modo lento ma progressivo, un processo normativo volto a delineare un ambito, sempre maggiore, di ammissibilità della revisione delle sentenze irrevocabili di proscioglimento (…). Basti pensare che alcune legislazioni straniere particolarmente significative per la nostra cultura giuridica, come quella tedesca, hanno consentito nel passato e consentono tuttora la revisione di sentenze assolutorie irrevocabili». Per un pregevole e completo approfondimento, si veda F. CALLARI, La firmitas del giudicato penale: essenza e limiti, Milano 2009, p. 268 e ss.]. Per svelarne la debolezza logico-argomentativa basterebbe un semplice richiamo all’articolo 12 delle “preleggi”. Nel senso che è proprio l’interpretazione letterale dell’articolo che introduce, nel nostro ordinamento, il criterio letterale, ad informarci della necessità – quando interpretiamo una norma giuridica – di non fermarsi al «significato proprio delle parole» [«…l’art. 12 preleggi va letto sì avendo attenzione alla lettera, ma non dimenticando mai che la lettera è morta, se privata del suo spirito». Così S. SAGNOTTI, in A. Gaito e M. Ronco (a cura di), Leggi penali complementari commentate, Torino 2009, p. 1408. Il criterio semantico, se non utilizzato in maniera concorrente con gli altri criteri di cui all’art 12 delle “preleggi”, rischia di rendere stridenti diversi problemi. Possiamo, infatti, avere: termini dallo spazio semantico “aperto” (ad esempio il termine «onore» nel delitto di ingiuria di cui al 594 del cod. pen); termini tecnici (le cd definizioni stipulative di cui, ad esempio, nell’art. 529 cod.pen.), i quali devono necessariamente prevalere sul significato «comune» che le parole possiedono nel lessico quotidiano. Non solo. Vi è anche l’esigenza di preferire il linguaggio specialistico anche in assenza di definizioni stipulative (come ad esempio nell’art. 323 cod. pen.). Per un maggiore approfondimento G. FIANDACA e E. MUSCO, Diritto penale (parte generale), Bologna 2007, pp. 117 e 118]. Perché – come avverte Pietro Perlingieri [P. PERLINGIERI, Il diritto civile nella legalità costituzionale secondo il sistema italo-comunitario delle fonti, Napoli 2006,p. 579] – la chiarezza non è un prius (il presupposto), ma è un posterius (il risultato) dell'interpretazione.  Detto altrimenti: nell’esaminare il 629 c.p.p., occorrerebbe meno individualismo di origine illuminista e più società. Quest’ultima intesa, filosoficamente, come ricerca del bene comune.
Questo breve pensiero – come subito dichiarato – vuole semplicemente ricordare l’esistenza di un problema concreto, più che delineare una precisa alternativa allo stesso. [Anche se l’intento, in effetti, è quello di aprire un dibattito sul punto. E, questo, è di gran lunga preferibile alla presunzione di chiuderlo]. Del resto il filosofo del diritto (che sa di sapere, ma anche e soprattutto di non sapere [A tal proposito si rinvia alla lettura di un passo del Simposio di Platone (203-B), ripreso anche da F. GENTILE, in Filosofia del Diritto. Le Lezioni del quarantesimo anno raccolte dagli allievi, Padova 2006, p. 151 e ss.]) non può avere, come il dogmatico, sempre la pretesa di avanzare soluzioni certe (sulla cui “certezza”, peraltro, si potrebbe discutere a lungo). Il suo compito – ricordava Francesco Gentile – è, il più delle volte, «quello di proporre solo suggestioni» [Così F. GENTILE, Diritto naturale tra giustizia e giustificazione, seminario tenuto presso la Scuola di dottorato in “Giurisprudenza” dell’Università degli Studi di Padova, in data 29 maggio 2009, inedito].
Tuttavia questo modesto contributo non mira ad essere del tutto inutile, avendo l’ambizione di interessare ciò che può essere considerata – ai nostri occhi almeno – la matrice del problema. Quello che, cioè, conta davvero per arrivare ad un approdo condivisibile è la scelta del tipo di approccio fra i tanti possibili: nel rapporto fra norme e giudizio, la validità non è conquista definitiva, ma il prodotto di una ricerca costante. Di una continua aspirazione.
Occorre allora ricordarlo, ancora e sempre.
Le cose dell’uomo, del resto, sono a lui accidentali. E come l’uomo sono soggette al divenire [«Tu sai bene come il capolavoro di un pittore sembri non avere mai fine, ma che in relazione a ciascuna immagine si può continuamente ritoccare e sfumare nelle tinte (…), al punto da non poter mai porre alla perfezione di un’opera un limite nel quale essa non abbia più possibilità di superare se stessa in fatto di bellezza e splendore (…). Poniamo che uno pensi di aver dipinto il quadro più bello del mondo, tale che col passare del tempo, anziché perdere in bellezza, ne acquisti; in tal caso dovrai anche riconoscere che, essendo egli mortale, se non è in grado di lasciare dopo di sé un successore capace di ritoccare l’opera nei punti in cui il tempo la rovina e di aggiungervi miglioramenti nelle parti rimaste incompiute per i limiti intrinseci della sua arte, allora il frutto della sua grande fatica avrà ben poca vita dinanzi a sé (…). Non credi che anche il legislatore dovrebbe avere queste intenzioni? Certo, in primo luogo dovrà fissare le sue leggi con la maggior cura possibile a un livello di sufficiente approssimazione. Ma poi, col trascorrere del tempo, dopo la verifica delle sue formulazioni teoriche nella realtà dei fatti, credimi, non ci sarà neppure un legislatore così pazzo da non riconoscere quanti sono i particolari che per forza di cose ha trascurato e che il suo successore dovrà ancora migliorare se si vuole che l’ordine costituzionale non vada deteriorandosi nella Città da lui fondata, ma anzi vada via via migliorando». Cfr. Platone, Leggi, VI 769 A-770D, in Platone. Tutti gli scritti (a cura di G. REALE), Milano 2008, p. 1577 e ss.].
È allora tornato il tempo di aprire le porte alla realtà e alle nuove verità, formali e sostanziali, in essa contenute: «…bisogna riguardare la cosa come fatta».
 
 
* Avvocato del Foro di Taranto - Dottorando di ricerca presso la Scuola di dottorato in “Giurisprudenza” (Filosofia del Diritto) dell’Università degli Studi di Padova

Pubblicato il  24/06/2010


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