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Due sentenze delle Sezioni Unite in tema di misure cautelari

di Giorgio Spangher

Due recenti sentenze delle Sezioni Unite precisano alcuni significativi profili della disciplina delle misure cautelari personali (Cass. Sez. Un., 22 gennaio 2009-24 febbraio 2009, n. 8388, Novi, RV 242292; Cass. Sez. Un., 18 dicembre 2008-4 febbraio 2009, n. 4932, Giannone).
Con la prima decisione (la Cass. Sez. Un., Novi) la Cassazione precisa le implicazioni della mancata condivisione da parte del capo dell’ufficio della richiesta di misura cautelare da parte del sostituto. Com’è noto, a seguito del d. lgs. n. 106 del 2006, all’art. 3 comma 2 si prevede la necessità dell’assenso scritto del procuratore della repubblica per la richiesta di misure cautelari personali formulata da un magistrato dell’ufficio.
Nel caso sottoposto all’esame del Supremo Collegio il capo dell’ufficio, pur non condividendo la scelta del suo sostituto aveva trasmesso gli atti al giudice per le indagini preliminari che aveva disposto una misura cautelare nei confronti dell’indagato.
Secondo il Supremo Collegio la situazione delineata non determina alcun vizio procedurale, in particolare, sotto il profilo del difetto dell’iniziativa del pubblico ministero nell’avanzare la domanda cautelare.
Per i giudici della Cassazione, infatti, la citata previsione riguarda esclusivamente l’organizzazione “interna” dell’ufficio di Procura ed ha valenza meramente ordinamentale e disciplinare senza che le eventuali condotte elusive della prospettiva riservata al procuratore della repubblica da parte del sostituto, da un lato, o le eventuali determinazioni strumentali del primo, lesive dei pur legittimi spazi di autonoma spettanti al secondo, dall’altro, possono rivestire alcun rilievo “esterno” sul terreno del regine processuale delle misure cautelari.
Poiché, nel caso di specie, nelle more della decisione sulla validità dell’ordinanza cautelare la misura disposta era stata revocata, è stata necessario, per la Corte, affrontare in via preliminare il problema dell’interesse al ricorso.
Com’è noto, sulla scorta d’una giurisprudenza consolidata, l’interesse ad impugnare –in caso di revoca d’una misura cautelare- deve ritenersi sussistente ove il gravame risulti finalizzato alla richiesta della riparazione per la ingiusta detenzione. Tuttavia, la possibilità di ottenere il riconoscimento del diritto di cui agli artt. 314-315 c.p.p. risulta – per tabulas- riconosciuto nei casi in cui la misura sia stata disposta in difetto dei presupposti di cui agli artt. 273 e 280 c.p.p.
Ricollegandosi ad alcune pronunce della Corte costituzionale in materia è stato, tuttavia, agevole per le Sezioni Unite addivenire ad una soluzione positiva della riferita questione.
Invero, una attenta lettura delle decisioni nn. 310 del 1996; 109 del 1999; 284 del 2003; 231 del 2004; 413 del 2004 della Corte costituzionale con le quali il raggio di operatività della riparazione è stato esteso a situazioni che superano i riferiti limiti indicati nell’art. 314, comma 2 c.p.p., ha permesso al Supremo Collegio di ricomprendere anche il vizio genetico della misura cautelare tra gli elementi che consentono al soggetto ingiustamente ristretto di avanzare la domanda di riparazione.
La decisione, peraltro, sembra sorvolare sulla necessità –per la parte- di specificare nella domanda l’interesse al gravame nel caso in cui nelle more la misura sia stata revocata. Con numerose decisioni, invero, si era richiesto –a pena di inammissibilità- che il soggetto impugnante specificasse la ragione del gravame proposto.
Con la seconda decisione (la Cass. Sez. Un., Giannone) è affrontato il problema della necessità dell’interrogatorio di garanzia nel caso in cui il giudice, verificata la violazione della prescrizione degli arresti domiciliari, abbia disposto –ai sensi del comma 1-ter dell’art. 276 c.p.p. la misura della custodia cautelare in carcere.
Secondo il Supremo Collegio, nella delineata situazione non è necessario dar corso a quanto previsto dall’art. 294 c.p.p.: l’automaticità della scelta di cui è destinatario il giudice esclude il ricorso a questo “atto di garanzia”, fermo restando che, le esigenze difensive potranno essere assicurate con l’attivazione del giudizio d’appello davanti al tribunale della libertà.
Secondo le Sezioni Unite, del resto, nella delineata ipotesi non è da escludersi la possibilità di una valutazione in concreto del disvalore della condotta di trasgressione, consentendo quindi al giudice che si pronuncia sull’aggravamento di prendere in adeguata considerazione le eventuali giustificazioni già fornite dall’interessato agli organi di polizia che abbiano constatato l’esistenza della trasgressione. 


Pubblicato il 6/07/2009


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