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Processo (ragionevolmente) breve

di Antonio Carratta

Quello della «durata ragionevole del processo» è uno dei più rilevanti principi processuali presenti nella nostra Carta costituzionale. Tale principio ha trovato una prima affermazione nell’ordinamento italiano con la ratifica della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Legge 4 agosto 1955 n. 848), che lo consacra nell’art. 6, § 1 («ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui diritti e doveri di carattere civile o sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti»). Ma è assurto ad esplicita affermazione in Costituzione con la Legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 2, che lo ha espressamente inserito nell’art. 111.
Qui il legislatore costituzionale, dopo aver espressamente stabilito che «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge» e che «ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale», ha aggiunto, alla fine del 2° comma: «la legge ne assicura la ragionevole durata». Se ne trae l’inevitabile conclusione che la «ragionevole durata» che il legislatore ordinario è tenuto ad assicurare, per rispettare il dettato costituzionale, è solo e soltanto quella del processo «giusto», cioè del processo che comunque assicuri le altre garanzie processuali costituzionalmente rilevanti. Qualsiasi altra soluzione che non miri a questo risultato di fatto si rivela per ciò che è: una sostanziale ed inequivocabile violazione del dettato costituzionale sia pure condotta in nome dell’affermata durata breve del processo. L’obbligo costituzionale che il 2° comma dell’art. 111 Cost. impone al legislatore ordinario non è di perseguire la durata breve del processo o di attuare, sic et simpliciter, il processo breve, ma di assicurare la ragionevole durata del processo (costituzionalmente) giusto, ovvero pienamente compatibile con tutte le garanzie costituzionali in materia processuale.
Non che prima dell’esplicita affermazione del principio in questione nel 2° comma dell’art. 111 Cost. questo principio non fosse già immanente nell’ordinamento costituzionale. Fin dall’introduzione della Costituzione del 1948, infatti, si è univocamente affermato che la «ragionevole durata» del processo costituisce una componente fondamentale del principio di effettività della tutela giurisdizionale assicurata dall’art. 24, 1° comma, della stessa Costituzione e del diritto alla difesa, in qualsiasi stato e grado del giudizio, assicurata dal 2° comma del medesimo art. 24. Ovvero che la durata del processo che il legislatore ordinario determina attraverso la disciplina processuale non può né eccessivamente dilatata nel tempo da non rendere effettiva la tutela giurisdizionale, né eccessivamente limitata nel tempo da non assicurare il pieno esercizio del diritto di difesa delle parti.
Proprio perché componente essenziale dell’effettività della tutela giurisdizionale e del diritto di difesa è acquisizione indiscussa che la durata del processo in tanto risulta ragionevole in quanto non determini un’attenuazione o dell’effettività della tutela giurisdizionale o del diritto alla difesa delle parti. In altri termini, quel che assume rilevanza, al fine di valutare l’incidenza della durata del processo sull’effettività della tutela giurisdizionale, non è la circostanza che la durata sia breve o lunga in termini assoluti, ma la necessità che essa sia posta in stretta relazione, da una parte, con il diritto al giudizio del 1° comma dell’art. 24 Cost. («tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi»), di cui è componente essenziale, sul versante penalistico, l’obbligatorietà dell’azione dell’art. 112 Cost. («il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale»), e, dall’altra parte, con il diritto alla difesa del 2° comma dello stesso art. 24 Cost. («la difesa è diritto inviolabile in qualsiasi stato e grado del procedimento»).
Di conseguenza, è in contrasto con tali garanzie e con l’art. 24 della Cost. (oltre che, di riflesso, con l’art. 112 Cost.) una disciplina processuale che determinasse una durata del processo irragionevole, in quanto così lunga o così breve da non garantire l’effettività della tutela giurisdizionale (in tutte le sue molteplici componenti) o del diritto di difesa.
Del resto, sono questi gli approdi consolidati anche della giurisprudenza della Corte costituzionale, quando essa afferma che la durata del processo per essere ragionevole, così come impone il 2° comma dell’art. 111 Cost., deve conciliarsi anche con le altre tutele costituzionali e con il diritto delle parti di agire e difendersi in giudizio garantito dall’art. 24 Cost. (Corte cost., 9 febbraio 2001, n. 9). Vale a dire che tale principio «deve essere letto alla luce dello stesso richiamo al connotato di “ragionevolezza”, che compare nella formulazione normativa, in correlazione con le altre garanzie previste dalla Costituzione, a cominciare da quella relativa al diritto di difesa» (Corte cost. 22 giugno 2001, n. 204).
Ed il «bilanciamento tra il diritto di difesa e il principio di ragionevole durata del processo deve tener conto dell'intero sistema delle garanzie processuali, per cui rileva esclusivamente la durata del giusto processo, quale complessivamente delineato in Costituzione, mentre un processo non giusto perché carente sotto il profilo delle garanzie, non è conforme al modello costituzionale, quale che sia la sua durata» (Corte cost., 4 dicembre 2009 n. 317).
Ciò in perfetta coincidenza con quanto da sempre affermato anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con riferimento alla violazione dell’art. 6, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che – come detto – consacra il medesimo principio della ragionevole durata dei processi (délai raisonnable).
Sebbene la Corte europea abbia sottolineato la centralità di tale principio, vero e proprio «imperativo per tutti procedimenti» (sent. 28 giugno 1978, Konig c. Repubblica Federale Tedesca), per assicurare l’effettività della tutela giurisdizionale, la stessa Corte ha parimenti sottolineato che la celerità del processo non costituisce (non può costituire) comunque un valore assoluto (sent. 19 ottobre 2004, Makhfi c. Francia; sent. 28 novembre 2002, Lavents c. Lettonia), da realizzare ad ogni costo, ma richiede di essere contemperato (bilanciato) con altri valori fondamentali, quali la garanzia del contraddittorio (sent. 18 febbraio 1997, Niderost-Huber c. Svizzera) e del diritto di difesa (sent. 17 dicembre 1996, Vacher c. Francia) e l’esigenza di una corretta amministrazione della giustizia (sent. 1° agosto 2000, C.P. e altri c. Francia).
In conclusione, qualsiasi intervento legislativo sulla durata dei processi, che non si preoccupi della necessaria salvaguardia dell’effettività del diritto di azione (dei privati, nel processo civile; del p.m., in quello penale) e del diritto di difesa delle parti, non fa affatto applicazione del «principio della ragionevole durata del processo», ma, al contrario, negando il diritto alla tutela giurisdizionale ed al diritto di difesa, finisce per porsi in contrasto proprio con questo principio costituzionale. 

Pubblicato il 5/04/2011


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