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La Cassazione e il procedimento sommario di cognizione
ex art. 702 bis ss. c.p.c.

di Fabio Cossignani

La Corte di cassazione (11 novembre 2011, n. 23691) si pronuncia per la prima volta sul procedimento sommario di cognizione. In verità, la Corte è stata adita per risolvere una questione di competenza in occasione di un regolamento della stessa proposto d'ufficio dal Giudice di pace di Gallarate; ha così avuto modo di precisare che il procedimento sommario ex art. 702 bis ss. c.p.c. non è attivabile per le controversie di competenza del giudice di pace. Nel commento che segue, verranno compiute brevi considerazioni su tale affermazione e su altri obiter dicta contenuti nel provvedimento.

La Corte di cassazione (sez. II, 11 novembre 2011, n. 23691) si è di recente occupata (a quanto consta, per la prima volta) del procedimento sommario di cognizione (art. 702 bis-702 quater c.p.c.) introdotto dalla l. n. 69/2009 a seguito della proposizione di un regolamento di competenza d'ufficio.
Un avvocato aveva convenuto la propria cliente dinanzi al Tribunale per ottenere la condanna di questa al pagamento del corrispettivo per le prestazioni professionali svolte. Instaurava a tal fine il procedimento sommario di cognizione ex art. 702 bis ss. c.p.c., depositando il relativo ricorso. Il Tribunale declinava con ordinanza la propria competenza per valore e indicava come giudice competente il giudice di pace. Riassunta la causa sempre con ricorso ex art. 702 bis c.p.c., il giudice di pace investito della controversia sollevava regolamento di competenza d'ufficio ai sensi dell'art. 45 c.p.c.
La Corte di cassazione ha ritenuto infondata l'istanza di regolamento proposta d'ufficio dal giudice di pace, ma ha precisato obiter che, in virtù della lettera dell'art. 702 bis, primo comma, c.p.c. – che fa espresso riferimento alle «cause in cui il Tribunale giudica in composizione monocratica» – la causa dinanzi al giudice di pace dovrà proseguire secondo il rito previsto dagli artt. 320 e 321 c.p.c., previo dunque mutamento di quello precedentemente incardinato. La Corte non suggerisce quindi al giudice di pace ad quem l'applicazione del secondo comma dell'art. 702 ter ovvero la declaratoria di inammissibilità della domanda («Se rileva che la domanda non rientra tra quelle indicate nell'articolo 702 bis, il giudice, con ordinanza non impugnabile, la dichiara inammissibile»). Ciò in virtù della considerazione – che appare implicita nella decisione – secondo cui, non potendosi in nessun caso applicare tale procedimento dinanzi al giudice di pace, la pronuncia di inammissibilità prevista dal secondo comma dell'art. 702 bis è configurabile esclusivamente nell'ipotesi in cui dinanzi al tribunale risulti instaurata nelle forme del procedimento sommario una controversia che deve essere decisa dallo stesso tribunale in composizione collegiale.
Non si può peraltro escludere – anzi, appare altamente probabile – che tale soluzione sia stata indirettamente suggerita dalla svalutazione della questione concernente il rito applicabile alla controversia, svalutazione verificatasi in particolare con l'entrata in vigore del d.lgs. n. 150/2011 sulla cd. semplificazione dei riti e in forza della particolare disciplina del mutamento del rito ivi contenuta (art. 4). Questa, infatti, concretizza, seppur in modo non generale, il principio secondo cui l'errore sul rito non deve impedire la pronuncia sul merito: gli effetti sostanziali e processuali sono sempre fatti salvi e le ipotesi di regressione del procedimento non sono configurabili (di regola, fatte salve, forse, talune eccezioni: v., se vuoi, Cossignani, Brevi note sul mutamento del rito ex art. 4 d.lgs. n. 150/2011, in www.treccani.it).
Ma la decisione in epigrafe si mostra di indubbio interesse anche per un ulteriore obiter dictum ivi contenuto e costituito da un'affermazione riconducibile alla relazione elaborata dal Giudice relatore (art. 380 bis c.p.c.), pedissequamente trascritta e (apparentemente) condivisa dal Collegio. Si riporta testualmente tale affermazione, perché di difficile compendio e – stando al tenore della seconda parte – in contrasto con i primi provvedimenti di merito (Trib. Verona, 5 febbraio 2010) che si sono pronunciati estensivamente in tema di ambito di applicazione del nuovo rito sommario di cognizione: «il procedimento può essere utilizzato per qualsiasi tipo di diritto e rispetto a qualsiasi domanda, tant'è che si è detto, può essere sperimentato per ottenere una pronuncia di condanna, di mero accertamento e costitutiva. Tuttavia, tenuto conto che l'art. 702 ter c.p.c. parla di ordinanza (conclusiva del giudizio) suscettibile di costituire titolo esecutivo per l'iscrizione di ipoteca giudiziale e per la trascrizione, appare ragionevole ritenere che il procedimento, di cui si dice, possa essere utilizzato per qualsiasi tipo di diritto ma rispetto alla domanda per ottenere una condanna» (corsivo aggiunto).
Salvo fraintendimenti, la congiunzione avversativa «tuttavia» induce infatti a ritenere che, almeno secondo il Relatore, il procedimento sommario di cognizione sia utilizzabile solo in funzione di provvedimenti di tipo condannatorio.
In proposito, va inoltre ricordato che l'originario disegno di legge n. 1441-bis, approvato in prima lettura dalla Camera il 2 ottobre 2008 e poi emendato, prevedeva un'utilizzabilità del procedimento limitata alle domande di «condanna al pagamento di somme di denaro, anche se non liquide, ovvero alla consegna o al rilascio di cose».
L'odierno tenore della legge, facendo riferimento genericamente alla domanda (art. 702 bis, primo comma, c.p.c.), sembra invece consentire una lettura assai più ampia, aperta dunque alle domande di mero accertamento e costitutive.
Il testo in vigore non è tuttavia andato esente da osservazioni critiche, mosse in ragione del combinato disposto degli artt. 702 bis-702 quater e di altre disposizioni del codice civile. Nella specie, si è rilevata «l’inopportunità di prevedere la trascrivibilità dell’ordinanza di accoglimento non ancora passata in giudicato (art. 702 ter, 6° co.), sia perché si ricollega la trascrizione (e l’annotazione) ad un provvedimento sommario indipendentemente dal suo contenuto (si pensi, ad es., all’ipotesi in cui venga accolta la domanda ex art. 2932 c.c. relativa ad un contratto preliminare di trasferimento di diritti reali su beni immobili), sia perché la previsione si pone in contrasto con l’art. 2657 c.c., il quale continua a prevedere (in maniera tassativa, secondo l’orientamento tralaticio della giurisprudenza della Cassazione: v., ex multis, Cass., 14 aprile 1970, n. 1015; Cass., 15 dicembre 1984, n. 6576; Cass., 21 ottobre 1993, n. 10434; Cass., 28 marzo 1995, n. 2674; Cass., 12 marzo 1996, n. 2033; Cass., 7 novembre 2000, n. 14486) che ‘la trascrizione non si può eseguire se non in forza di sentenza, di atto pubblico o di scrittura privata con sottoscrizione autenticata o accertata giudizialmente’» (così, Carratta, Procedimento sommario di cognizione, in Enc. giur., Roma, 2009).
Il provvedimento in esame appare dunque destinato a riaprire il dibattito sulla questione.

 

 
Pubblicato il  7/06/2012

 


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