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La divisione su domanda congiunta: il nuovo art. 791 bis c.p.c.

di Livia Di Cola

Viene qui esaminata la nuova disciplina della divisione su domanda congiunta, introdotta dal D.L. 21 giugno 2013 n. 69 (c.d. «decreto del fare»). Si tratta di uno strumento processuale nuovo che consente di pervenire alla divisione dei beni in comproprietà evitando di ricorrere al tradizionale processo contenzioso davanti al giudice civile.

1. Il D.L. 21 giugno 2013, n. 69, recante “Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia” (convertito, con modificazioni, dalla L. 9 agosto 2013 n. 98), ha introdotto una serie di novità legislative il cui scopo è quello di incidere sui tempi della giustizia, migliorandone l’efficienza. Nella relazione illustrativa si rinviene il legame tra “la sofferenza” dell’economia e questa nuova riforma del processo civile: «Lo stato della giustizia civile costituisce, senza dubbio, uno dei fattori esogeni di svantaggio competitivo per la società italiana, in particolare per chi produce e lavora. Siamo al 158° posto nel mondo nell’indice di efficienza di recupero del credito a causa dei tempi lunghi e 1.210 giorni è la durata media dei procedimenti civili per il recupero crediti. Allarmante è, inoltre, il numero di condanne riportate dallo Stato per violazione del termine della ragionevole durata dei processi». L’uso da parte del Governo dello strumento del decreto legge, nonostante la riserva di legge disposta agli artt.102 e 108 Cost. in materia di ordinamento giudiziario (al Titolo III sono previste “Misure per l’efficienza del sistema giudiziario e la definizione del contenzioso civile), è stato ritenuto comunque adeguato dalla Commissione Giustizia <<… a fronte della necessità ed urgenza di rilanciare l’economia del Paese e dell’esigenza di mandare ai mercati internazionali un segnale decisivo di immediata ripresa …>>, con l’auspicio, però, che le prossime iniziative in materia di giustizia siano adottate dal Governo facendo ricorso a provvedimenti circoscritti in tale materia per consentire un adeguato esame da parte della Commissione stessa.
In un quadro complessivo tendente alla rapida definizione delle controversie civili, si spiegherebbe l’introduzione di un nuovo istituto utile per agevolare la divisione dei patrimoni comuni e, quindi, la messa in commercio di beni, che potrebbero rimanere a immobilizzati a causa delle tanto decantate (a ragione) lungaggini del processo ordinario.
L’art. 77 del D. L. n. 69 prevede l’inserimento dopo il procedimento contenzioso di divisione di un nuovo procedimento di divisione, che dal dettato normativo è chiaro che deve essere collocato nell’ambito della volontaria giurisdizione: «791-bis (Divisione a domanda congiunta):
Quando non sussiste controversia sul diritto alla divisione né sulle quote o altre questioni pregiudiziali gli eredi o condomini e gli eventuali creditori e aventi causa che hanno notificato o trascritto l'opposizione alla divisione possono, con ricorso congiunto al tribunale competente per territorio, domandare la nomina di un notaio avente sede nel circondario al quale demandare le operazioni di divisione. Se riguarda beni immobili, il ricorso deve essere trascritto a norma dell'articolo 2646 del codice civile. Si procede a norma degli articoli 737 e seguenti. Il giudice, con decreto, nomina il notaio eventualmente indicato dalle parti e, su richiesta di quest'ultimo, nomina un esperto estimatore.
Quando risulta che una delle parti di cui al primo comma non ha sottoscritto il ricorso, il notaio rimette gli atti al giudice che, con decreto, dichiara inammissibile la domanda e ordina la cancellazione della relativa trascrizione. Il decreto è reclamabile a norma dell'articolo 739.
Il notaio designato, sentite le parti e gli eventuali creditori iscritti o aventi causa da uno dei partecipanti che hanno acquistato diritti sull'immobile a norma dell'articolo 1113 del codice civile, nel termine assegnato nel decreto di nomina predispone il progetto di divisione o dispone la vendita dei beni non comodamente divisibili e dà avviso alle parti e agli altri interessati del progetto o della vendita. Alla vendita dei beni si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni relative al professionista delegato di cui al Libro III, Titolo II, Capo IV. Entro trenta giorni dal versamento del prezzo il notaio predispone il progetto di divisione e ne dà avviso alle parti e agli altri interessati.
Ciascuna delle parti o degli altri interessati può ricorrere al Tribunale nel termine perentorio di trenta giorni dalla ricezione dell'avviso per opporsi alla vendita di beni o contestare il progetto di divisione. Sull'opposizione il giudice procede secondo le disposizioni di cui al Libro IV, Titolo I, Capo III bis; non si applicano quelle di cui ai commi secondo e terzo dell'articolo 702-ter. Se l'opposizione è accolta il giudice dà le disposizioni necessarie per la prosecuzione delle operazioni divisionali e rimette le parti avanti al notaio.
Decorso il termine di cui al quinto comma senza che sia stata proposta opposizione, il notaio deposita in cancelleria il progetto con la prova degli avvisi effettuati. Il giudice dichiara esecutivo il progetto con decreto e rimette gli atti al notaio per gli adempimenti successivi».
La possibilità esclusiva di delega al notaio delle operazioni di divisione è stata criticata nel parere reso, ai sensi dell’art. 35 L. n. 247/2012 (nuova legge professionale forense), dal Consiglio Nazionale Forense nonché nella proposta alternativa di parere della Commissione Giustizia. In entrambi gli atti è stato rilevato come il testo del nuovo art. 791 bis contradicesse il recente intendimento del legislatore di estendere ad altre categorie professionali (ad es. in materia di procedure concorsuali ed esecutive) competenze di tradizionale ed esclusivo appannaggio del notariato.
Il legislatore in sede di conversione (Legge 9 agosto 2013 n. 98) ha recepito le critiche che gli sono state mosse, prima tra tutte quella che sopra è stata riportata, apportando alcune modifiche all’originario testo dell’art. 791 –bis. Così: al primo comma, primo periodo, le parole “nomina di un notaio avente” sono state sostituite con quelle “nomina di un notaio ovvero di un avvocato aventi”, dopo il primo periodo è stato aggiunto il seguente “le sottoscrizioni apposte in calce al ricorso possono essere autenticate, quando le parti lo richiedono, da un notaio o da un avvocato”, al terzo periodo sono state aggiunte le seguenti parole “del presente codice”, al quarto periodo la parola “notaio” è stata sostituita con quelle di “professionista incaricato”; al secondo comma la parola “notaio” è stata sostituita dalle parole “professionista incaricato”; al terzo comma primo periodo le parole “notaio designato” sono sostituite con “professionista incaricato”, al secondo periodo le parole “Libro III, Titolo II, Capo IV”  sono state sostituite con “Libro III, Titolo II, Capo IV, Sezione III, § 3-bis”, al terzo periodo la parola “notaio” è sostituita con le parole “professionista incaricato”; al quarto comma le parole “Libro IV” sono sostituite dalle parole “Libro quarto” e la parola “notaio” è sostituita dalle parole “professionista incaricato”; al quinto comma le parole “quinto comma” sono sostituite da quelle “quarto comma” e la parola “notaio”, ovunque ricorra è stata sostituita dalle parole “professionista incaricato”.
Oltre ad aver sostituito il termine “notaio” con quello più onnicomprensivo di “professionista”, dopo un primo riferimento iniziale al “notaio ed avvocato”, il legislatore ha precisato riferimenti normativi e rimediato a sciatterie presenti nel testo iniziale.
Oltre all’istituto della divisione su domanda congiunta, sono state introdotte altre facilitazioni alla soluzione non contenziosa della vicenda scioglimento della comunione: tale è, in primo luogo, la reintroduzione della mediazione obbligatoria (le disposizioni ad essa relative sono state dichiarate incostituzionali per eccesso di delega dalla Corte Costituzionale, sent. 6 dicembre 2012, n. 272, in Gazzetta Ufficiale 12 dicembre 2012; si veda in proposito una delle ordinanze di rimessione, T.A.R. Lazio 12 aprile 2011 n. 3202, in Foro it., 2011, III, 274, con nota di Dalfino), prevista come condizione di procedibilità all’art. 84 (Modifiche al decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28) in una serie di materie tra le quali la divisione.
Vi è da chiedersi, inoltre, se sia applicabile al giudizio di divisione il nuovo art. 185-bis, introdotto all’art. 77 D.L. 69, che è una disposizione riferita al processo a cognizione piena. Il nuovo art. 185- bis nel suo originario testo prevedeva l’obbligo del giudice di formulare alle parti una proposta transattiva o conciliativa, alla prima udienza ovvero sino a quando non fosse esaurita l’istruzione; la legge di conversione, tuttavia, ha sostituito le parole “deve formulare alle parti” con le seguenti “formula alle parti ove possibile, avuto riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto” ed ha aggiunto “la proposta di conciliazione non può costituire motivo di ricusazione o di astensione del giudice”.
Come si può agevolmente costatare anche da una prima rapida scorsa delle disposizioni suddette, il legislatore ha introdotto diverse possibilità di definizione della vicenda comunione–divisione in via non contenziosa. Vi è di più: le nuove norme consentono di compiere la corretta interpretazione di quelle già presenti nel codice in ordine al giudizio di divisione.

2. Il nuovo procedimento non contenzioso sembra di diritto entrare in quella categoria di procedimenti di volontaria giurisdizione in cui è dato spazio alle eventuali contestazioni che potrebbero essere poste in essere dai titolari di diritti incisi dai provvedimenti non contenziosi, nel caso di specie dai condomini - condividenti, secondo la classificazione compiuta da un insigne studioso del passato (Fazzalari, Giurisdizione volontaria, Milano, 1970, 195 e ss.): la conseguenza che questo Autore ne ha tratto è una certa stabilità del provvedimento finale di volontaria giurisdizione, non attaccabile con censure che non si è avuto l’accortezza di muovere a tempo debito. In realtà, come si notò altrove, criticando questa dottrina (Di Cola, L’oggetto del giudizio di divisione, Roma, 2011, 221 e ss.), è difficile comprendere come un provvedimento privo della stabilità del giudicato, perché sempre revocabile o modificabile, possa sottrarsi a sindacato in sede contenziosa (sul punto si rinvia a Carratta, Processo camerale (Dir. proc. civ.), Enc. Dir., Annali, III, Milano 2010, 945, che considera sindacabile il provvedimento emesso in sede di volontaria giurisdizione da parte del giudice del procedimento contenzioso, essendo entrambe funzioni giurisdizionali e non essendoci motivo per cui in un procedimento in cui il giudice esercita funzioni costituzionalmente necessarie non possa sindacare un provvedimento in sede di volontaria giurisdizione sempre revocabile e modificabile; si veda in argomento anche Tarantino, Procedimenti in camera di consiglio e tutela dei diritti connessi, in Giusto proc. civ., 2011, 217).
Indice della natura del procedimento è il richiamo della normativa alle disposizioni comuni ai procedimenti in camera di consiglio per la nomina del notaio o dell’avvocato. Quest’ultimo, difatti, svolge il ruolo di terzo mediatore tra le parti, nel momento in cui le stesse non riescano a mettersi d’accordo sul contenuto e sull’attribuzione dei singoli lotti, mentre lo sono sulla consistenza della comunione e sulle quote: si deve escludere perciò che possono essere presentate, insieme alla domanda congiunta di divisione, quelle di collazione, simulazione, nullità o falsità del testamento ecc.
L’introduzione del procedimento non contenzioso di divisione, accanto a quello già presente nel codice di procedura civile, non fa che rafforzare la tesi della natura contenziosa di quest’ultimo giudizio, dall’inizio alla fine, nel cui ambito viene dato certamente ampio spazio a tentativi di chiudere la controversia in via non contenziosa: prima dell’inizio del giudizio, con la mediazione obbligatoria, dopo l’inizio del giudizio, in sede di svolgimento delle operazioni di divisone davanti al notaio o ad altro professionista ed ora anche davanti al giudice, grazie al nuovo art. 185-bis c.p.c. Quest’ultima disposizione è di certo applicabile anche al giudizio di divisione se lo si considera un procedimento a cognizione piena, con momenti di specialità dovuti alla peculiarità della materia che accoglie, il quale, tuttavia,  segue per il resto la disciplina del secondo libro del codice di procedura civile.
Torniamo alla divisione su domanda congiunta per mettere in evidenza alcune peculiarità di questo procedimento non contenzioso.L’accordo tra i condividenti, desumibile dall’atto introduttivo, che deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da tutti i condomini e dagli eventuali creditori iscritti o aventi causa che abbiano notificato o trascritto l'opposizione alla divisione, ha una duplice valenza, procedimentale immediata e sostanziale, con efficacia posticipata al termine delle operazioni divisionali e condizionata al buon esito delle medesime: la prima concerne la nomina del professionista incaricato della divisione; la seconda la conclusione dell’accordo di divisione sul progetto predisposto dal professionista incaricato. L’ultimo comma dell’art. 791 bis non è esplicito su quest’ultimo punto, disponendo solo che in caso di mancata opposizione il professionista depositi in cancelleria il progetto con la prova degli avvisi effettuati e che conseguentemente il giudice dichiari con decreto l’efficacia esecutiva dell’accordo, ma dagli obblighi previsti rispettivamente a carico del professionista e del giudice nei due periodi che compongono la norma, si deve desumere che questa è la conseguenza alla quale i condomini acconsentono, dando luogo all’accordo iniziale. È proprio per il valore attribuito alle sottoscrizioni iniziali che con la legge di conversione al primo  comma dell’art. 791-bis, dopo il primo periodo, è stata aggiunta la specificazione “le sottoscrizioni apposte in calce al ricorso possono essere autenticate, quando le parti lo richiedono, da un notaio o da un avvocato”: gli effetti riconducibili al ricorso introduttivo costituiscono la giustificazione della previsione della possibile autenticazione delle firme di accettazione del futuro accordo, il cui contenuto si conviene di determinare tramite le operazioni divisionali deferite al professionista da nominare.
La semplificazione nella conclusione dell’accordo di divisione costituisce la principale giustificazione dell’introduzione del nuovo procedimento, che in caso contrario potrebbe risultare una sorta di duplicazione di quanto già previsto all’art. 730 del codice civile. Quest’ultima norma prevede la possibilità di deferire ad un notaio, nominato in mancanza di accordo con decreto del tribunale, la formazione di porzioni in sede di divisione ereditaria, strada praticabile anche in caso di divisione ordinaria secondo il disposto dell’art. 1116 c.c. Per evitare discriminazioni ingiustificate tra categorie professionali sembra preferibile ritenere che anche le operazioni divisionali nel procedimento di cui all’art. 730 c.c. possano essere deferite ad un avvocato.
L’art. 730 c.c. non autorizza a ritenere che, compiute le operazioni divisionali, le parti non debbano procedere alla sottoscrizione del negozio di divisione.
Altra differenza tra i due procedimenti stragiudiziali sta nella previsione nella nuova disciplina di un processo contenzioso semplificato per il caso in cui vi siano contestazioni al progetto di divisione: l’art. 791–bis rinvia alle disposizioni del Libro IV, Titolo I, Capo III bis, cioè al procedimento sommario di cognizione; l’art. 730 si limita invece a disporre che tutte le contestazioni siano rimesse insieme all’autorità giudiziaria.
Pur non potendo le parti intraprendere il procedimento ove abbiano contestazioni da muovere intorno all’esistenza del diritto alla divisione, nulla vieta che esse siano mosse dopo ovvero contemporaneamente alle operazioni divisionali in sede non contenziosa: nel primo caso l’accoglimento della domanda farebbe venir meno la validità dell’accordo; nel secondo caso l’avvio del processo comporta l’interruzione delle operazioni divisionali che si stanno svolgendo davanti al professionista, per il venire meno della condizione essenziale che consente di accedere al procedimento di divisione su domanda congiunta, l’accordo delle parti. In entrambi i casi si deve agire ai sensi degli artt. 784 e ss. c.p.c.: ove la domanda venga accolta, potrebbe essere necessario provvedere alla formulazione di un nuovo progetto di divisione, sulla base di nuove quote di partecipazione; in caso di rigetto, se chi è convenuto lo richiede, nel primo caso il giudice dichiara la validità dell’accordo concluso, nel secondo caso può disporre che le operazioni proseguano davanti al professionista, che, però, da questo momento in poi viene ad assumere la veste di suo ausiliario.
In conclusione, sembra che manchi nel nostro ordinamento un procedimento di volontaria giurisdizione in cui, analogamente a quanto previsto dai §§ 363–373 della FamFG, ad una o più parti sia data la possibilità di essere “guidate” nella conclusione di un accordo, con garanzie tali da render lecita una divisione concordata anche in assenza di alcuni condomini (più ampiamente sul punto: Di Cola, L’oggetto del giudizio di divisione, cit., 433 e ss.).
Nell’ordinamento giuridico tedesco l’intervento di un mediatore particolarmente qualificato, il giudice, consente di attuare una finzione giuridica: ottenere l’assenso all’accordo di ripartizione da parte di chi non vuole esprimersi. Perciò viene prevista una serie di accorgimenti: la doppia citazione del contumace, con possibilità che questo chieda la fissazione di una nuova udienza e che si ricominci tutto daccapo; la comunicazione agli assenti della parte dell’accordo che li riguarda; la nomina di un curatore per il contumace quando ci siano delle condizioni di fatto che escludono la configurazione stessa di un tacito consenso; la nomina di un rappresentante per il sorteggio da parte del tribunale ove vi sia un contumace; da ultimo, l’acquisto dell’efficacia vincolante dell’accordo solo con il passaggio in giudicato dell’omologa.

3. Il procedimento per la nomina del notaio o avvocato si svolge ai sensi degli artt. 737 e ss. c.p.c.
In proposito, nel parere reso dal Consiglio Nazionale Forense sul «decreto del fare», si proponeva l’estensione della possibilità di delegare le operazioni di divisione oltre che ad avvocati anche a commercialisti, figure professionali già utilmente impegnate in attività del medesimo genere (si fa riferimento alle attività loro delegate nelle procedure concorsuali ed esecutive). Il legislatore ha accolto solo in parte tale suggerimento, ritenendo non appropriato per i dottori commercialisti il compito di procedere alle operazioni divisionali.
Il primo comma del nuovo art. 791 bis richiede che il ricorso introduttivo sia presentato congiuntamente da tutti i condomini, oltre che dagli eventuali creditori iscritti ed aventi causa che abbiano notificato o trascritto l'opposizione, con la possibilità di autenticazione delle firme da parte di un notaio o avvocato a richiesta delle parti: il terzo comma stabilisce la sanzione di inammissibilità della domanda in caso di mancata sottoscrizione del ricorso da una delle parti suddette. Questa disposizione deve essere coordinata con art. 1113 c.c., ove in particolare è previsto che: i creditori e gli aventi causa da un partecipante possono intervenire nella divisione a proprie spese, ma non possono impugnare la divisione già eseguita, a meno che abbiano notificato un'opposizione anteriormente alla divisione stessa... (c. 1); devono essere chiamati a intervenire, perché la divisione abbia effetto nei loro confronti, i creditori iscritti e coloro che hanno acquistato diritti sull'immobile in virtù di atti soggetti a trascrizione e trascritti prima della trascrizione dell'atto di divisione o della trascrizione della domanda di divisione giudiziale (c. 3). La ratio della norma è quella di tutelare i creditori e gli aventi causa di un condividente che dalla divisione potrebbero avere un danno, se al loro debitore o dante causa venisse assegnata una porzione di valore più basso rispetto al valore della relativa quota indivisa oppure un bene diverso rispetto a quello di cui il dante causa abbia disposto (in considerazione anche del dettato dell’art. 2825 c.c.). Ai creditori ed agli aventi causa intervenuti è data facoltà di impugnare la divisione non ancora eseguita (Cass. 9 novembre 2012 n. 19529) e, se hanno proposto opposizione nel rispetto delle condizioni di cui ai c. 1 e 2 dell’art. 1113 c.c., di impugnare anche la divisione già eseguita, purché dimostrino che di aver ricevuto un pregiudizio dalla stessa divisione (Cass. 21 maggio 2004 n. 9765; Id. 9 novembre 2012 n. 19529). I creditori e gli aventi causa di cui all’art. 1113, comma 3 non sono parti necessarie alla divisione, giudiziale o stragiudiziale che sia, perché non sono contitolari del diritto di proprietà sul patrimonio comune, ma se non sono chiamati ad intervenire possono far valere l’inefficacia della divisione pregiudizievole nei loro confronti; ove essi, pur chiamati, decidessero di non intervenire, perderebbero il diritto di impugnare la divisione, perché con il loro comportamento passivo dimostrerebbero di non avere interesse alla sorti del patrimonio comune.
Se il ricorso non viene sottoscritto da tutti i condomini, il notaio deve rimettere gli atti al giudice che dichiara inammissibile la domanda con decreto reclamabile ai sensi dell’art. 739 c.p.c.
Se la comunione ha ad oggetto beni immobili, si deve ritenere soggetto a trascrizione il decreto con cui il giudice dichiara esecutivo il progetto di divisione, dato che secondo la costante giurisprudenza la trascrizione della domanda giudiziale, a differenza di quella degli atti e dei provvedimenti, è ammessa soltanto nei casi tassativamente indicati (articoli 2652 e 2653 c. c.) (si veda più ampiamento sul punto: Trib. Napoli 15 gennaio 2010; Cost. 23 febbraio 2011, n. 47, in Foro it.,2011, I, 1981)
Nel termine indicato dal decreto di nomina, il notaio predispone il progetto di divisione o dispone la vendita dei beni non comodamente divisibili e dà avviso alle parti e agli altri interessati del progetto o della vendita. Alla vendita dei beni si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni relative al professionista delegato di cui al Libro III, Titolo II, Capo IV. Effettuata la vendita, entro trenta giorni il notaio predispone il progetto di divisione e ne da avviso ai condomini. Nel termine perentorio di trenta giorni dalla ricezione dell'avviso le parti possono opporsi alla vendita di beni o contestare il progetto di divisione.
L’opposizione si svolge secondo le disposizioni procedimento sommario di cognizione. Per favorire la rapida definizione della parentesi contenziosa, viene esclusa la facoltà del giudice di passare dal procedimento sommario a quello a cognizione piena; quest’ultima eventualità si può avere solo nel caso in cui l’ordinanza conclusiva sia impugnata, essendo essa soggetta ad appello ordinario, però con la più ampia possibilità di introdurre novità. L’appello previsto dall’art. 702 quater non è soggetto a filtro ed è consentita la richiesta di nuovi mezzi di prova e nuovi documenti che sono ammissibili purché il collegio li ritenga indispensabili ai fini della decisione, oltre ovviamente ai casi che si possono far rientrare nella rimessione in termini (l’art. 54, comma 1 bis del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134 ha sostituito, difatti, l’aggettivo “rilevanti” con “indispensabili” proprio nell’art. 702 quater).
Oggetto dell’opposizione non possono essere contestazioni relative al diritto di divisione ovvero alle quote, che, come sopra detto, debbono essere mosse ai sensi dell’art. 784 e ss. c.p.c. e che comportano l’immediata interruzione delle operazioni di divisione davanti al professionista incaricato.
Se l'opposizione è accolta il giudice dà le disposizioni necessarie per la prosecuzione delle operazioni divisionali e rimette le parti avanti al notaio. Se l’opposizione non viene proposta, il notaio deposita in cancelleria il progetto con la prova degli avvisi effettuati. Il giudice, dopo aver eseguito un controllo esclusivamente di regolarità formale, dichiara esecutivo il progetto con decreto. Si prevede, inoltre, che vengano rimessi gli atti al notaio per gli adempimenti successivi: probabilmente con tale espressione si intende, prima di tutto, l’estrazione a sorte di lotti uguali tra di loro. Anche se la norma tace sul punto, è lecito ritenere che le parti possano fare opposizione avverso il processo verbale dal quale risulta l’attribuzione delle quote: in questo caso si procede, per applicazione analogica, secondo le modalità di cui al comma quinto dello stesso art. 791 bis.
Considerando che il decreto assolve ad una funzione di semplice controllo formale della regolarità del procedimento di divisione e di conferimento dell’efficacia esecutiva all’accordo delle parti, a cui si deve far risalire l’effetto divisorio, si deve concludere per la sua impugnabilità come parte di un negozio giuridico illegittimo, cioè con l’azione di nullità o con altri mezzi di tutela negoziale, quale l’azione di rescissione.
Infine, non essendo sceso giudicato sul punto, nulla toglie che anche successivamente alla chiusura dell’accordo i condividenti possano muovere contestazioni al diritto alla divisione latamente inteso: l’accertamento di una differente misura di ciascuna quota o la modificazione del numero dei condividenti comporta la necessità di procedere ad una nuova divisione; il rigetto della domanda, su richiesta del convenuto, porta alla conferma dell’accordo di divisione.

 

Pubblicato il 17/10/2013


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