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Profili processuali del “collegato lavoro” (l. n. 183/2010)

di  Giorgetta Basilico

Il così detto collegato lavoro” (l. n. 183/2010) è una legge che ha fatto molto discutere durante l’iter parlamentare – si pensi al rinvio alle Camere da parte del Presidente della Repubblica – e che continua ad animare accesi dibattiti dopo la sua promulgazione. La disciplina legislativa del lavoro si conferma quindi tema molto delicato e sicuramente capace di suscitare l’attenzione della maggior parte della società civile. Nel contributo che segue – trattasi di un intervento al convegno “Il collegato lavoro” svoltosi presso l’Università di Messina il 29 aprile 2011 – la professoressa Giorgetta Basilico concentra le proprie riflessioni su taluni profili processuali della legge (in particolare, udienza di discussione ex art. 420 c.p.c., arbitrato amministrato e conciliazione).
 
 
Il primo punto sul quale mi vorrei brevemente soffermare è rappresentato dall’intervento fatto dal legislatore con l’art. 31, 4° co., della l. 183/2010, sull’art. 420 c.p.c., norma centrale del rito del lavoro, contenente la disciplina dell’udienza di discussione, la quale nel momento dell’entrata in vigore di quelle norme – nell’ormai lontano 1973 – rappresentava un’autentica novità rispetto al rito di cognizione ordinaria allora vigente, che prescindeva totalmente dalla discussione orale dei difensori. Quella norma sembrava realizzare concretamente l’idea di un processo orale, immediato e concentrato, che, nei primi decenni del secolo trascorso, G. Chiovenda aveva propugnato; ma non solo: essa ha svolto nel tempo un ruolo “pilota”, avendo ispirato le grandi riforme del processo civile che si sono fatte a partire dal 1990 ed in particolare le modifiche che il legislatore ha apportato, pur tra alterne vicende, alla disciplina della fase di trattazione nel processo di cognizione ordinaria, contenuta nell’art. 183 del codice di rito.
Il legislatore della riforma qui esaminata è intervenuto sul I comma dell’art. 420, là dove era scritto “e tenta la conciliazione della lite”: si tratta del momento clou dell’interrogatorio libero, obbligatoriamente esperibile nelle cause di lavoro, il momento, cioè, in cui il giudice, raccolti gli argomenti di prova dalle risposte delle parti, è in grado di funzionalizzare immediatamente quelle risposte nel tentativo di conciliazione delle stesse; con la legge n. 183, l’originario disposto legislativo, che ho appena ricordato, è stato integrato dalla previsione della formulazione, da parte del giudice, di una proposta transattiva: oggi si legge “tenta la conciliazione della lite e formula alle parti una proposta transattiva”.
Fin qui, pertanto, il ruolo del giudice non può che dirsi potenziato, parallelamente al potenziamento dell’istituto stesso del tentativo di conciliazione; si tratta, inoltre, di un incentivo ulteriore, per lo stesso giudice, alla lettura attenta degli atti introduttivi di parte e ad un’articolazione adeguata delle domande che loro pone in sede di interrogatorio libero, al fine di elaborare un’adeguata proposta transattiva, effettivamente idonea alla composizione della controversia (sul ruolo dell’interrogatorio libero nel processo del lavoro cfr., per tutti, Montesano – Vaccarella, Manuale di diritto processuale del lavoro, rist. Napoli 1996, 164 ss.).
Il secondo intervento legislativo, sempre sul I comma dell’art. 420, è immediatamente successivo a quello appena ricordato: nella versione originaria della norma la mancata comparizione personale delle parti all’udienza, senza giustificato motivo, costituiva comportamento valutabile dal giudice ai sensi dell’art. 116 c.p.c. La norma era coerente: la presenza personale delle parti, sostituibile solo dalla presenza di un “procuratore generale o speciale, il quale deve essere a conoscenza dei fatti della causa” (così al II comma dello stesso articolo), rispondeva senz’altro ai principi chiovendiani su menzionati, per cui l’assenza ingiustificata della parte stessa all’udienza non poteva che essere valutata come argomento di prova, naturalmente a sfavore, così come accade in altri passaggi del codice di rito, con riferimento al contegno processuale della parte (Montesano – Vaccarella, Op. locc. citt.; Proto Pisani, Lezioni di diritto processuale civile, Napoli 2006, 802 ss.).
Oggi, il centrale disposto del I comma si legge: “la mancata comparizione personale delle parti o il rifiuto della proposta transattiva del giudice, senza giustificato motivo, costituiscono comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio”: credo che qui “giudizio” debba intendersi come decisione, formazione del suo convincimento e pronunciamento finale del giudice, naturalmente successivo al fallimento del tentativo di conciliazione (sul tema cfr. Ferraro, in Cinelli – Ferraro, Il contenzioso del lavoro nella legge 4 novembre 2010, n. 183, Torino 2011, 71 s.).
Anche in questo passaggio non mi pare che il legislatore pecchi di incoerenza; lo sforzo qui fatto è ancora una volta quello di potenziare il tentativo di conciliazione rendendolo anche più concreto e meglio finalizzato ad un risultato, attraverso la proposta transattiva elaborata dallo stesso giudice.
Quanto a quest’ultima, infine, non mi pare che essa possa suscitare dubbi di sistema, purché risponda ad alcuni imprescindibili requisiti e venga elaborata esclusivamente sulla base degli stessi:
-  il primo è che si fondi esclusivamente sulla enunciazione dei fatti prospettata dalle parti negli atti introduttivi e attraverso le risposte rese all’interrogatorio libero. Il giudice non può integrare quell’assetto dei fatti, neppure esercitando quei poteri officiosi che il legislatore gli attribuisce, ma limitatamente al corso ed allo svolgimento del processo, in sede, cioè, rigorosamente processuale e non conciliativa. Qui egli si deve limitare a verificare se sussista possibilità alcuna di composizione delle avverse pretese, sulla sola base di quanto le parti abbiano dedotto nella loro enunciazione; in senso contrario, il rischio, evidente soprattutto in caso di fallimento del tentativo e di prosecuzione del giudizio ai sensi del IV comma dell’art. 420 (il giudice potrebbe già qui ritenere la causa matura per la decisione e provvedere di conseguenza), è quanto meno quello della violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, che condurrebbe all’invalidazione della sentenza. 
-  Il secondo requisito, che mi pare, peraltro, implicito, attiene alla formulazione della proposta in contraddittorio tra le parti e quindi attraverso la valutazione di tutte le contrapposte allegazioni.
All’esito dell’articolato tentativo di conciliazione oggi previsto, nel caso di insuccesso e quindi di prosecuzione del processo, i fatti di cui il giudice potrà tener conto come argomenti di prova saranno specificamente individuati, sempreché le parti (anche una sola) non abbiano ritenuto incongrua la proposta del giudice, senza addurre un motivo adeguatamente giustificato (per es. l’essere in possesso di prova documentale della propria pretesa, di molto superiore a quanto le sarebbe stato riconosciuto nel verbale di conciliazione), molto di più rispetto al contegno processuale della parte, ancorché concretantesi specificamente nella mancata presenza personale all’udienza (sulla valutazione dei fatti dedotti dalle parti, in sede di giudizio, non già come argomenti di prova, bensì solo ai fini delle spese, cfr. De Cristofaro, Il nuovo regime delle alternative alla giurisdizione statale (ADR) nel contenzioso del lavoro: conciliazione facoltativa ed arbitrato liberalizzato, in Il lavoro nella giurisprudenza 2010, 5).
Si potrebbe pensare – ma è solo un’ipotesi, non mi sentirei di affermarlo con certezza – che l’ulteriore rilevanza, che il mancato accordo conciliativo–transattivo potrebbe generare, abbia riferimento alla configurazione di un’ipotesi di responsabilità aggravata ex art.96 c.p.c.: la norma è di carattere generale, il contesto nel quale qui ci muoviamo è processuale, ma non c’è ancora una “parte soccombente”, di cui si parla espressamente all’interno di quella norma; tuttavia l’applicazione di essa si potrebbe ipotizzare, naturalmente su istanza di una delle parti, nei confronti dell’altra, che abbia ostacolato in mala fede il raggiungimento dell’accordo.
Quanto invece all’esito favorevole del tentativo di conciliazione, opportunamente il legislatore ha lasciato invariato il III comma dell’art. 420, in base al quale il verbale di conciliazione ha efficacia di titolo esecutivo; in particolare, ai fini della sua collocazione all’interno dell’art. 474, esso appartiene ai titoli di cui al n. 1 del II comma: è un titolo giudiziale, fa parte degli “atti” di provenienza giudiziale di cui la norma fa, ivi, menzione ed è idoneo a legittimare forme di esecuzione anche diverse dall’espropriazione, a meno che il legislatore non richieda espressamente la sentenza di condanna.
Lo scopo evidente della normativa qui oggetto di esame è chiaramente rappresentato dalla progressiva erosione delle possibilità di accesso alla giurisdizione nelle controversie di lavoro; progressiva erosione molto ben evidenziata nelle relazioni che mi hanno preceduto, dalle quali emergono pure tutti i dubbi e i rischi che questo fenomeno comporta, in presenza di una Carta costituzionale che ripudia qualsivoglia vincolo o limitazione espresso dalla legislazione ordinaria in quella direzione. Parallelamente, si evidenzia una marcata tendenza alla degiurisdizionalizzazione, con corrispondente rafforzamento dell’autonomia delle parti nella scelta delle forme di tutela di rapporti giuridici controversi. Più in particolare – come è stato osservato dalla migliore dottrina processualistica – nell’intento di realizzare un ampio favor  nei confronti della risoluzione arbitrale delle controversie lavoristiche, piuttosto che di quella giurisdizionale – per molto tempo ritenuta preferibile in quanto più efficace per garantire protezione specialmente ai diritti dei prestatori di lavoro – il legislatore del 2010 ha realizzato una forte attenuazione del rilievo fino ad oggi attribuito “alla precostituzione collettiva quale presupposto per la stipulazione di patti compromissori ad opera delle parti individuali del rapporto di lavoro” (Punzi, Il processo civile. Sistema e problematiche, III, Torino 2010, 293); contemporaneamente ha realizzato un’ evidente frammentazione della previsione di arbitrati, quali modi di risoluzione delle predette controversie, nonché del trattamento processuale dei lodi, in particolare di quelli irrituali.
 
Non entrerò, naturalmente, nel merito delle tante previsioni di arbitrato, di cui si è ampiamente discorso nelle due relazioni; per passare, tuttavia, al secondo argomento che intendevo, qui, brevemente affrontare, desidero soffermarmi su due profili specifici, ad essi attinenti, sui quali fare qualche riflessione che vada essenzialmente nella direzione della ricerca di coerenza, o per lo meno di compatibilità, con l’intero sistema del processo civile, al quale, naturalmente, non è dato contrapporsi.
-  Il primo profilo riguarda la disposizione contenuta nel 12° comma dell’art 31 l. n. 183, il quale contiene un’inedita previsione di arbitrato amministrato.
E’ a tutti noto quanto il fenomeno degli arbitrati amministrati abbia assunto, negli ultimi anni, sempre maggiore consistenza, proporzionale anche all’ auspicio di una sempre maggiore diffusione dell’arbitrato in genere, come efficace metodo alternativo di risoluzione delle controversie. In tale contesto il ruolo dell’arbitrato amministrato è emerso non solo in quanto forma di arbitrato assistito, almeno dal punto di vista degli adempimenti formali e quindi capace di produrre un lodo (presumibilmente) meno esposto alle impugnazioni, ma anche in quanto forma di arbitrato più accessibile economicamente, arbitrato, cioè, che le parti possono tranquillamente scegliere in quanto ne conoscono preventivamente i costi – a cominciare dal compenso degli arbitri, adeguato ad una tariffa predeterminata all’interno della camera arbitrale – di talché l’arbitrato possa rappresentare sempre meno una giustizia per ricchi e sempre più un’accessibile modalità alternativa di risoluzione della controversia.
La progressiva diffusione degli arbitrati amministrati ha indotto il legislatore processuale ad una regolamentazione, sia pure di carattere piuttosto generale, oggi contenuta nell’art. 832 c.p.c., così come formulato dal d.legisl. n. 40/2006, là dove si parla di regolamenti arbitrali precostituiti e si stabilisce quale sia il rapporto di compatibilità tra la convenzione d’arbitrato intercorsa tra le parti e il regolamento precostituito, dovendosi, in caso di contrasto, riconoscere prevalenza alla prima (cfr., per tutti, Zucconi Galli Fonseca, La nuova disciplina dell’arbitrato amministrato, in Riv. trim dir. e proc. civ. 2008, 999).
Il legislatore del 2010 ha “trapiantato” l’istituto in esame all’interno delle controversie di lavoro, con specifico riferimento alla istituzione di camere arbitrali da parte degli organi di certificazione di cui all’art. 76 del d. legisl n. 276/2003 (sul tema, amplius, Costantino, Profili processuali della certificazione dei contratti di lavoro, in Curzio (a cura di), Lavoro e diritti dopo il d. legisl. 276/2003, Bari 2004, 439 ss.). Nello stesso comma 12, si precisa che le commissioni di certificazione - così più esattamente definite, parlando la norma di “organi”, genericamente, solo nella rubrica – possono concludere (tra loro o con terzi? Credo tra loro, essendo probabilmente necessaria una certa omogeneità organica e funzionale tra i soggetti che concludono la convenzione) “convenzioni con le quali prevedano la costituzione di camere arbitrali unitarie”. Quest’ultima disposizione mi sembra rappresenti la proiezione del disposto di cui al 3° comma del cit. art 76, là dove si dice che le commissioni istituite ai sensi dei commi precedenti possono concludere convenzioni con le quali prevedano la costituzione di una commissione unitaria di certificazione.
La cennata diffusione degli arbitrati amministrati consente di non considerare troppo stravagante la previsione del 12° comma dell’art. 32 in esame, ancorché l’elenco degli organismi abilitati secondo l’art. 76 risulti assolutamente eterogeneo e, in qualche caso, si faccia riferimento a soggetti di diritto pubblico, come nel caso del Ministero del lavoro, Direzione generale della tutela delle condizioni di lavoro: non è il primo caso, essendo, come è noto, attive camere arbitrali, per es., all’interno di alcune autorità indipendenti.
Gli arbitrati che è possibile attivare presso le future camere arbitrali sono inerenti a controversie di lavoro ex art. 409 c.p.c., ma anche ex art. 63 d. legisl. n. 165/2001 (rapporti di lavoro pubblico devoluti al giudice ordinario); sono arbitrati destinati a svolgersi secondo le modalità di cui all’art. 808 ter c.p.c., quindi di tipo irrituale; ad essi sono applicabili le disposizioni di cui all’art. 412, 3° e 4° co., c.p.c., sull’efficacia del lodo.
Mi soffermerò qualche istante sugli ultimi due passaggi appena accennati.
Il 12° comma dell’art. 31 configura un arbitrato (amministrato) che si svolge secondo la regola dell’art. 808 ter , quindi è un arbitrato irrituale il cui lodo, coerentemente, produce gli effetti di cui agli artt. 1372 e 2113, IV co., c.c., espressamente richiamati nell’ultima parte. La peculiarità è rappresentata, invece, dal richiamo, che lo stresso 12° comma fa, al IV comma dell’art. 412, nel quale si parla dell’impugnazione del lodo conclusivo di altra tipologia di arbitrato – quella, appunto, descritta nei precedenti commi dello stesso art. 412 – per la quale l’irritualità si attesta nel solo regime di efficacia   e di impugnazione del lodo, in assenza di richiamo all’art. 808 ter al momento del deferimento ad arbitri della controversia: siamo, pertanto, di fronte ad un’irritualità di fatto, non espressamente derivante da una chiara scelta delle parti al momento della opzione in favore dell’arbitrato.
Quanto al secondo passaggio, relativo all’ impugnabilità e all’efficacia del lodo, le perplessità che sorgono nella sede qui considerata sono esattamente le stesse già evidenziate dai relatori rispetto al contenuto del 4° comma dell’art 412:
a)  Il lodo è annullabile per i 5 motivi di cui all’art. 808 ter, dinanzi al tribunale in funzione di giudice del lavoro, il quale decide in unico grado. Quest’ultima previsione mi lascia molto perplessa, essendo scritta, tra l’altro, in deroga sia ai principi generali, sia al II comma dell’art. 808 ter, nel quale si dice che il lodo contrattuale (irrituale) è annullabile secondo le disposizioni del libro I: si tratta, pertanto, di impugnativa di tipo negoziale, perciò proposta davanti al giudice di primo grado, la cui decisione è destinata naturaliter alle impugnazioni. E’ sorto, inoltre, il dubbio, tra gli interpreti, se, nei casi qui in esame, il lodo possa essere assoggettato esclusivamente alle ipotesi di annullabilità espressamente richiamate dal legislatore, oppure se esso possa essere censurato anche per nullità radicale, determinata dalla violazione di norme inderogabili o di ordine pubblico (per es. non arbitrabilità della controversia deferita): la risposta è stata per lo più positiva (Punzi, Op. cit., 269 ss.), fatta sempre salva l’osservanza del termine di legge (30 giorni dalla notificazione del lodo), mentre nulla si dice di un eventuale termine lungo decorrente dalla sottoscrizione dello stesso: secondo alcuni il decorso di un termine che, per analogia con l’art. 327, dovrebbe essere di 6 mesi, preclude comunque ogni possibilità di accesso al giudice.
b) Decorsi i 30 gg. senza che le parti abbiano impugnato il lodo, oppure nel caso in cui abbiano fatto formale accettazione per iscritto dello stesso, oppure nel caso in cui il ricorso introduttivo dell’azione di impugnativa sia stato respinto – e qui l’impugnante soccombente non ha altre possibilità di accesso al giudice – quello stesso lodo “è depositato” (deve? Io credo “può”, ma è chiaro l’interesse della parte che, dal lodo stesso, risulti creditrice) nella cancelleria del tribunale, dove il giudice, su istanza della parte interessata, lo dichiara esecutivo con decreto, previo controllo della sola regolarità formale.
Qui si marca la vera differenza tra il lodo irrituale previsto dalla regola generale dell’art. 808 ter c.p.c.  e quello lavoristico, in specie quello di cui all’art 412, IV co. e al 12° comma dell’art 31 l. n. 183: essa risiede nella concedibilità dell’exequatur che, secondo le regole generali, è data al solo lodo rituale, ex se destinato ad acquistare efficacia di sentenza, sia pure con le precisazioni che la più attenta dottrina sull’argomento continua a prospettare (cfr., su tutte le tematiche, Donzelli, La risoluzione arbitrale delle controversie di lavoro, in Cinelli – Ferraro, Op. cit., 106 ss.).
 
Proprio attraverso quest’ultima constatazione, mi è consentito passare ad affrontare l’ultimo argomento sul quale intendevo fare queste brevi considerazioni.
E’ di tutta evidenza che il legislatore delle nuove norme processual-lavoristiche fa un uso molto promiscuo delle nozioni di arbitrato rituale e irrituale, ma anche – e qui risulta, a volte, quasi sconcertante – delle nozioni di conciliazione (a volte di transazione) e arbitrato: l’intento deflattivo è chiaro (anche se non è affatto sicuro il risultato), così come è ancora più chiaro l’intento di sottrarre il più possibile le controversie di lavoro al giudice, in favore di una giustizia privata – perché l’arbitrato, per quanto quasi esasperatamente processualizzato anche dal c.p.c., si deve ancora considerare tale - . In particolare il legislatore sembra non aver chiaro ciò che la migliore dottrina sull’argomento va ripetendo da sempre: la distinzione tra la funzione propriamente compositiva di una controversia, riconosciuta alla conciliazione e quella, invece, risolutiva, riconosciuta all’arbitrato, essendo l’arbitro colui che emette un dictum, un pronunciamento che sicuramente, almeno dal punto di vista del contenuto, è sovrapponibile alla sentenza del giudice (Punzi, Op. cit., 64 ss.).
Si tratta di considerazioni in fondo piuttosto elementari, del tutto trascurate nelle norme che stiamo esaminando, nelle quali quei concetti si confondono in un magma indistinto, particolarmente evidente laddove il legislatore descrive l’efficacia dell’atto conclusivo della procedura conciliativa o arbitrale di volta in volta seguita.
Per quanto riguarda la prima – procedura conciliativa – al di là della condivisibile abrogazione del tentativo preventivo obbligatorio di conciliazione, dalla lettura dei nuovi artt. 410 e 411 c.p.c. il tentativo di conciliazione promosso ante causam risulta fortemente processualizzato (anche questa sembra una contraddizione in termini), in quanto la parte che assume l’iniziativa deve indicare, nella richiesta che trasmette alla controparte nelle forme di legge, anche “l’esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della domanda”, mentre la controparte che intenda aderire alla richiesta deve depositare, presso la commissione di conciliazione, una memoria “contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale”; è, probabilmente, proprio in ragione di detta processualizzazione che, in caso di riuscita del tentativo, il verbale, pur sottoscritto dalle parti e dai componenti della commissione di conciliazione, non è esecutivo, ma lo diventa solo con decreto del giudice, emesso su istanza della parte interessata (una qualsiasi). Nel caso, invece, in cui il tentativo non riesca, la commissione deve formulare una proposta di bonaria composizione della lite; se non viene accettata dalle parti, se ne dà atto a verbale unitamente alle valutazione delle parti stesse ed il tutto verrà poi travasato nel processo, a meno che non risulti (ritengo, al giudice) che la mancata accettazione della proposta sia stata adeguatamente motivata: “il giudice ne tiene conto in sede di giudizio” (così il II comma dell’art. 411).
Anche qui si pone il problema del significato concreto da attribuire alla suddetta espressione: così come avevo osservato a proposito dell’art 420 c.p.c. modificato, è preferibile ritenere che si tratti della valutazione di argomenti di prova e non di mera considerazione finalizzata ad un aggravio delle spese per la parte che si renda responsabile della mancata accettazione, in quanto ogni volta che il legislatore ha inteso riconnettere questo solo significato a determinate espressioni, lo ha detto con chiarezza.
Sempre con riguardo alla fase conciliativa, se essa si è svolta in sede sindacale, il processo verbale di mancata conciliazione deve essere depositato, in primis, presso la Direzione provinciale del lavoro a cura di una delle parti; in quella sede, il Direttore ne accerta l’autenticità e provvede poi a depositarlo nella cancelleria del tribunale; qui, infine, il giudice, su istanza di parte, lo dichiara esecutivo con decreto, previo controllo di regolarità formale.
Ci troviamo, quindi, di fronte a ipotesi di omologazione giudiziale del verbale di avvenuta conciliazione e di omologazione giudiziale del lodo arbitrale anche irrituale. In entrambi i casi, dal punto di vista dell’espansione dell’efficacia esecutiva, possiamo ritenere che si vada oltre i limiti dell’espropriazione, in favore dell’esecuzione degli obblighi di fare, in applicazione dell’ultimo comma dell’art. 474. Non altrettanto sarebbe accaduto se il legislatore si fosse fermato alla sola previsione dell’autentica del verbale depositato, perché in tal caso, in applicazione del n. 2 dell’art. 474, quel verbale sarebbe stato titolo idoneo per la sola espropriazione.
 In ogni caso, ancorché il titolo, di volta in volta, sia di formazione stragiudiziale, la contestabilità dell’ingiustizia di esso in sede esecutiva non potrà che essere limitata alle sopravvenienze, a meno che non risulti l’inesistenza dello stesso titolo; per quanto riguarda, invece, la denuncia delle invalidità, mentre il lodo soggiace ai termini di impugnazione dello stesso, con conseguente restringimento anche dell’ambito di applicazione dell’art. 615, non altrettanto accade per l’accordo conciliativo omologato, per il quale vigono le regole proprie delle impugnative contrattuali, con la conseguenza che i termini, che sono di prescrizione e non di decadenza, sono molto più dilatati (addirittura l’azione di nullità è imprescrittibile) e i vizi sono denunciabili anche in sede di opposizione all’esecuzione.
Quanto, infine, al decreto di omologazione emesso dal tribunale in formazione monocratica, non può, a mio avviso, avere alcun rilievo il fatto che esso sia dato anche nei confronti di lodo irrituale o di verbale di conciliazione, ai fini della reclamabilità prevista espressamente dall’ultimo comma dell’art. 825, sia nei confronti del provvedimento positivo che di quello negativo; mi pare, quindi, che essa debba essere riconosciuta anche nei casi qui considerati, pur non essendo, questa, un’opinione unanimemente condivisa (sulle tematiche da ult. considerate, cfr. Tiscini, Nuovi (ma non troppo) modelli di titolo esecutivo per le prestazioni derivanti dal contratto di lavoro: il verbale di conciliazione stragiudiziale dopo il restyling della l. n. 183/2010 cd. Collegato lavoro, in www.judicium.it).
Giorgetta Basilico
 
Pubblicato il 13/07/2011

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