Icona_Motore-di-ricercaMotori di Ricerca Banche dati
  Biblioteche Meteo
 

Verso la semplificazione dei procedimenti civili?
Considerazioni sparse sulle disposizioni in materia di riduzione e semplificazione dei riti (d.lgs. n. 150/2011)

di Fabio Cossignani

Il decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150, tenta di semplificare, almeno parzialmente, i molteplici procedimenti civili presenti nella legislazione speciale. Tale riordino è attuato riconducendo i singoli procedimenti in questione a tre riti ‘modello’: il processo ordinario di cognizione; il rito del lavoro; il procedimento sommario di cognizione. Si coglie l'occasione per compiere alcune riflessioni a prima lettura sul testo della legge, prendendo in considerazione, dapprima, i rapporti tra il decreto e la legge delega (art. 54 l. n. 69/2009) e, in seguito, alcuni esempi concreti di semplificazione (nella specie, il procedimento si liquidazione degli onorari degli avvocati, il procedimento di opposizione a decreto di pagamento delle spese di giustizia, il procedimento di opposizione a ordinanza-ingiunzione e il procedimento di opposizione a verbale di accertamento di violazione del codice della strada).

1. - In virtù della delega contenuta nell’art. 54 l. n. 69/2009, il 1° settembre è stato emanato un decreto legislativo (d.lgs. 1.9.2011, n. 150, GU del 21 settembre: Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell’articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69) volto alla riduzione e semplificazione dei riti civili, col quale i differenti riti contenuti nella legislazione speciale vengono ora ricondotti a tre riti ‘modello’: il rito del lavoro, il rito sommario di cognizione e il rito ordinario. Si tenterà in questa sede un'analisi sommaria dei criteri direttivi contenuti nella delega e del modo con cui questi sono stati recepiti nel decreto.
Preliminarmente, occorre comprendere cosa debba intendersi per «semplificazione» e «riduzione» e da dove nasca questa esigenza.
Nel nostro ordinamento sono presenti molteplici procedimenti speciali di cognizione a carattere decisorio e ognuno di essi è destinato alla tutela di un nucleo più o meno ampio di specifiche posizioni soggettive (siano esse diritti ovvero status).
Corrispondendo quindi a determinati diritti specifici procedimenti giurisdizionali dichiarativi, si è cominciato a parlare di tutela giurisdizionale differenziata.
Orbene, se questa differenziazione risultava funzionale a esigenze concrete e teleologicamente orientata verso una migliore tutela dei diritti, tuttavia il legislatore ha evidentemente abusato di tale pratica, arrivando a moltiplicare oltre misura il numero dei riti speciali.
Tale abuso è stato in verità duplice.
Per un verso, infatti, è stata spesso coniata una pluralità di procedimenti speciali per la tutela giurisdizionale di posizioni soggettive in tutto analoghe. Si pensi al differente rito e alle differenti competenze che caratterizzano il procedimento per la cancellazione dal registro dei protesti cambiari e il procedimento di riabilitazione dei debitori protestati (disciplinati rispettivamente dall’art. 4 l. n. 55/1977 e dall’art. 17 l. n. 108/1996).
Per altro verso, il legislatore si è servito del procedimento in camera di consiglio disciplinato dagli artt. 737 ss. – inteso quale «contenitore neutro» – per regolare un’ampia gamma di specifiche controversie, allo scopo di ridurre i tempi della giustizia, ma innescando nel contempo un processo di tendenziale sommarizzazione dei giudizi, dal momento che le forme, nel procedimento cameral-sommario, sono rimesse pressoché integralmente alla discrezionalità del giudicante e quindi sottratte a quella preregolazione legislativa imposta dalla Costituzione (artt. 3, 24 e 111 Cost.).
Di fatto gli operatori del diritto si sono trovati a far fronte ad una continua ricerca del rito corretto da instaurare e delle relative facoltà legittimamente esercitabili al suo interno. Ovviamente, l’incertezza ha dominato per lungo tempo la scena. D’altronde, la stessa funzione nomofilattica della Cassazione non ha potuto per forza di cose realizzarsi pienamente e garantire quindi l’uniforme interpretazione della legge (art. 65 ord. giud.): quanto più numerosi sono i riti, tanto più cresce il numero delle questioni e aumenta per conseguenza il rischio di addivenire a soluzioni interpretative contrastanti e disomogenee, pur a fronte di situazioni processuali analoghe. Ma non solo: alle numerose questioni risolte in sede di legittimità corrisponde necessariamente anche un maggiore sforzo informativo da parte degli operatori del diritto (specialmente avvocati e magistrati), con l’evidente pericolo che questi non riescano facilmente a tenersi aggiornati sugli sviluppi giurisprudenziali e che la prassi non riesca a recepire in concreto gli indirizzi espressi dal Giudice della nomofilachia.

2.1. - È dunque in quest’ottica di recupero della necessaria semplificazione che deve essere inquadrato l’odierno decreto legislativo n. 150, il cui obiettivo appare pertanto assolutamente condivisibile. Occorre però valutare se alle intenzioni abbiano fatto seguito opzioni legislative congrue rispetto allo scopo.
Cominciamo con l’individuazione di quanti e quali procedimenti speciali dovevano essere oggetto di tale semplificazione e riduzione secondo la delega.
L’art. 54 faceva innanzitutto riferimento ai «procedimenti civili di cognizione».
L’attenzione va focalizzata sulla specificazione «di cognizione»: la legge delega sembrava con questa locuzione voler limitare l’intervento del legislatore delegato ai soli procedimenti aventi funzione prettamente dichiarativa e carattere decisorio, escludendo per converso dall’intervento riformatore i procedimenti esecutivi e cautelari.
È stato rispettato questo criterio selettivo fissato dal Parlamento? Non mancano opinioni discordanti in merito alle scelte effettuate dal legislatore delegato. L’art. 5 del decreto suscita infatti dubbi di costituzionalità, dal momento che disciplina la Sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato, recando quindi una regolamentazione uniforme del sub-procedimento inibitorio, applicabile a tutti i giudizi a carattere oppositivo disciplinati dal decreto. Si tratta, come è stato osservato, di una disciplina che innova rispetto al passato (ossia rispetto ai precedenti e diversificati procedimenti inibitori), «incidendo tanto sui termini quanto sui presupposti per la concessione dei provvedimenti di sospensione, non meno che sulla procedura che sovrintende alla loro adozione» (Panzarola, Sub art. 5, in Sassani-Tiscini, La semplificazione dei riti, Roma, 2011, 54 s.).
La questione è pertanto seria e se si riconosce all’inibitoria in questione natura cautelare (in tal senso v. Bellè, Il processo di opposizione alla sanzione amministrativa, in Riv. dir. proc., 2002, 900 ss.), i sospetti di incostituzionalità si moltiplicano. Neppure la Relazione illustrativa (sub art. 5) offre sicuri argomenti di salvezza dell’intervento legislativo: se è vero che la legge delega (art. 54, comma 4, lett. c, l. n. 69/2009, su cui anche infra nel testo) imponeva la conservazione delle norme vigenti finalizzate a produrre «effetti speciali che non possono conseguirsi con le norme contenute nel codice di procedura civile», non altrettanto corretto appare l’accostamento tra tali norme e l’effetto inibitorio, dal momento che quest’ultimo potrebbe anche conseguirsi mediante un provvedimento d’urgenza (art. 700 c.p.c.).
Di certo, invece, si può affermare che tale razionalizzazione unitaria della disciplina dell’inibitoria mostra evidenti pregi di ordine pratico; addirittura non sembra azzardato sostenere che proprio l’art. 5 del decreto raggiunge il miglior risultato sotto il profilo della semplificazione procedimentale, pur nel sospetto che tale utile operazione non sia legittima in punto di diritto (sic).
Dubbi di costituzionalità del decreto per eccesso di delega si pongono poi anche in relazione al procedimento in materia di discriminazioni di cui all'art. 28 del decreto stesso. Secondo la Cassazione (Cass., 7 marzo 2008, n. 6172, in Foro it., 2008, I, 2168, con nota di Scarselli), infatti, il procedimento previsto dall'art. 44 del d.lgs. n. 268/1998 (cd. Testo unico sull'immigrazione) ha natura cautelare e quindi, se tale classificazione dovesse ricevere l'avallo della Consulta, la sua «semplificazione» sarebbe incostituzionale (Carratta, La semplificazione, cit.;Luiso, Diritto processuale civile, IV, I processi speciali, Milano, 2011, 105).

2.2. - Sempre dall’analisi della legge delega, si evidenzia che non sono soggetti a riduzione e semplificazione i riti speciali in materia di procedure concorsuali, di famiglia, di minori, i procedimenti disciplinati dallo statuto dei lavoratori, dal codice della proprietà industriale e dal codice del consumo, nonché quelli disciplinati dalla legge sull'assegno (r.d. n. 1736/1933) e dalla legge cambiaria (r.d. n. 1669/1933). Col che, dunque, la stragrande maggioranza dei procedimenti speciali che di regola vengono instaurati nei palazzi di giustizia continueranno ad essere regolati in via speciale e differenziata. Appare dunque evidente come la semplificazione risulti, per questa via, alquanto ridimensionata; inciderà solo in maniera parziale.

2.3. - La legge delega fissava un ulteriore limite circa l’individuazione dei procedimenti da sottoporre a semplificazione e riduzione: la lett. b) del quarto comma dell’art. 54 si riferiva infatti ai procedimenti «autonomamente regolati dalla legislazione speciale». Come doveva essere intesa la locuzione? O meglio, quali sono i procedimenti non autonomamente regolati dalla legislazione speciale che, pertanto, non dovevano costituire oggetto di semplificazione?
Probabilmente il legislatore delegante intendeva dire questo: che là dove la legge speciale richiama interamente la disciplina processuale di uno dei procedimenti utilizzati per la semplificazione, lo scopo di riduzione e semplificazione risulta già perseguito dalla legge speciale in questione, e che quindi non v’è ragione per un ulteriore intervento legislativo.
Il caso paradigmatico è quello del processo agrario, che si doveva (e si deve) svolgere presso le sezioni specializzate agrarie, e che era integralmente disciplinato dalle norme del c.p.c. sul rito del lavoro, secondo quanto disposto dal rinvio contenuto all’art. 9 l. n. 29/1990: «Tutte le controversie in materia di contratti agrari o conseguenti alla conversione dei contratti associativi in affitto sono di competenza delle sezioni specializzate agrarie di cui alla legge 2 marzo 1963, n. 320, ed assoggettate al rito di cui agli articoli 409 e seguenti del codice di procedura civile».
Situazione analoga caratterizzava – prima del d.lgs. n. 150 – il procedimento per la cancellazione dagli elenchi dei protesti cambiari. L’art. 4 della l. n. 77/1955 disponeva infatti che «in caso di reiezione dell’istanza di cancellazione o di mancata decisione sulla stessa, l’interessato può ricorrere all’autorità giudiziaria» e che «per il procedimento si osservano, in quanto compatibili, le norme di cui agli articoli da 414 a 438 c.p.c.».
È evidente, allora, che questi due procedimenti apparivano regolati non autonomamente dalla legge speciale, risultando eteroregolati mediante rinvio diretto al rito del lavoro disciplinato dal codice di procedura. Questa circostanza avrebbe dunque dovuto indurre il legislatore delegato a omettere questi procedimenti dal decreto di semplificazione. Ma così non è stato. Il decreto, infatti, si occupa di questi due procedimenti rispettivamente agli artt. 11 e 12, e quindi vìola il criterio direttivo contenuto nella delega, risultando pertanto in parte qua viziato da incostituzionalità per violazione dell’art. 76 Cost.
A questa opinione si potrà forse obiettare che, in verità, il decreto non fa che ricondurre entrambi i procedimenti al rito del lavoro, come accadeva già in precedenza, e che quindi nulla è cambiato per effetto della riforma in questione. Tuttavia, tale obiezione sarebbe corretta solo in parte: se è vero infatti che il decreto riconduce entrambi i procedimenti al rito del lavoro, tuttavia si tratta di un rito del lavoro che potremmo definire ‘speciale’, rispetto al rito del lavoro vero e proprio. E ciò perché l’art. 2 si premura di precisare che a tutte le controversie che il decreto riconduce al rito del lavoro non si applicano numerose disposizioni contenute all’interno della disciplina codicistica di tale rito.
È chiaro, pertanto, che il processo del lavoro che disciplinava le controversie agrarie –inteso nella sua interezza, specialmente in caso di contratto di affitto a coltivatore diretto – è in parte diverso dal rito del lavoro che si applicherà oggi alle stesse controversie, in quanto depurato da numerose disposizioni.
Un esempio dovrebbe chiarire meglio la situazione: l’affitto a coltivatore diretto, pur imponendo l’applicazione del rito del lavoro davanti alle sezioni specializzate agrarie, non escludeva l’applicazione delle norme di favore per l’affittuario, considerato alla stregua di un lavoratore: tra queste, ad esempio, gli artt. 423, secondo comma, e 429, ult. comma. In virtù del combinto disposto degli artt. 2 e 11 del d.lgs. n. 150/2011, invece, la prima delle disposizioni poc'anzi citate risulta applicabile a beneficio di entrambe le parti (ex art. 2), mentre la seconda resta esclusivo appannaggio dell'affittuario (art. 11). La scelta non appare perfettamente razionale (v. Licci, Sub art. 4, in Sassani-Tiscini, La semplificazione, cit., 116 s.).

2.4. - Ai sensi del 4 co, lett. a), della legge delega restano fermi i criteri di competenza e i criteri di composizione dell’organo giudicante. Su tali aspetti il legislatore delegato ha dunque trovato una rigida barriera posta dal Parlamento.
Il legislatore delegante è stato troppo cauto a riguardo. Si sarebbe infatti meglio perseguito l’obiettivo della semplificazione se si fosse delegato il Governo a ridurre i diversi criteri di competenza e di composizione del giudice, quantomeno per quel che riguarda quelle controversie caratterizzate da posizioni sostanziali non molto diverse tra loro. Si pensi, ad esempio, al fatto che, per effetto di questo limite insito nella delega, il procedimento per la cancellazione dal registro dei protesti va instaurato dinanzi al giudice di pace (art. 12, secondo comma), mentre il giudizio di opposizione al diniego di riabilitazione dal parte del presidente del tribunale appartiene alla competenza della corte d’appello in unico grado (art. 13, secondo comma).
Analoghe considerazioni possono compiersi per quel che concerne la composizione del giudice: anche a seguito dell’entrata in vigore del presente decreto il giudizio di liquidazione degli onorari degli avvocati è attribuito al tribunale in composizione collegiale (art. 14, secondo comma), quando controversie ben più complesse – tra le quali, paradossalmente, la controversia circa la validità ed esistenza del rapporto di mandato tra avvocato e cliente (Cass., 14 ottobre 2010, n. 21233) – sono invece attribuite al tribunale in composizione monocratica in base ai criteri generali (art. 50 ter c.p.c.). Del resto, anche il giudizio di opposizione a decreto di pagamento delle spese di giustizia – giudizio analogo a quello di liquidazione di onorari – è attribuito dall’art. 170 del TU sulle spese giustizia (d.P.R. n. 115/2002) alla competenza del giudice monocratico (presidente) e non collegiale.

3.1. - Chiarito quindi l’ambito entro il quale poteva operare la delega ed individuati i criteri per selezionare i procedimenti speciali da semplificare, appare opportuno analizzare i criteri direttivi forniti dalla delega circa il quomodo di questa semplificazione.
Innanzitutto, occorreva ricondurre i singoli procedimenti speciali a uno dei tre riti ‘modello’ (il rito ordinario, il rito del lavoro, il procedimento sommario di cognizione).
Come stabilire in concreto a quale modello dovesse essere ricondotto ciascun procedimento?
La delega forniva criteri dai confini non ben definiti e tali, quindi, da lasciare ampio margine alla discrezionalità del legislatore delegato.
In particolare, «i procedimenti in cui sono prevalenti caratteri di concentrazione processuale, ovvero di officiosità dell'istruzione, sono ricondotti al rito disciplinato dal libro secondo, titolo IV, capo I, del codice di procedura civile» (art. 54, quarto comma, lett. b, n. 1). In relazione a tale criterio la selezione è stata di fatto compiuta valorizzando l'elemento dell'«officiosità dell'istruzione», in quanto strumento sicuramente più sicuro della mera «concentrazione».
Al procedimento sommario di cognizione, invece, la delega imponeva che fossero ricondotti «i procedimenti, anche se in camera di consiglio, in cui sono prevalenti caratteri di semplificazione della trattazione o dell'istruzione della causa». Nella selezione di tali procedimenti il legislatore delegato ha probabilente frainteso i criteri direttivi.
La delega sembrava piuttosto chiara là dove richiedeva la individuzione di quelle controversie che presentano, di regola, una istruzione o una trattazione semplificabili – perché le questioni di fatto sono, secondo l'id quod plerumque accidit, poco numerose e facilmente risolvibili sulla base di documenti o mediante una breve istruzione – allo scopo di rendere applicabili per esse il procedimento sommario. Con altre parole, veniva richiesto al legislatore delegato di effettuare a priori, sulla base della natura della controversia, la cernita di quei tipi di cause che presentano solitamente i caratteri della istruibilità e trattabilità in via sommaria, laddove tale valutazione è rimessa dall'art. 702 ter direttamente al giudice, in ragione di una ponderazione caso per caso.
Gli artt. 14-30 del decreto legislativo sono il frutto di un metodo radicalmente opposto. Anziché calibrare la scelta sulla natura della controversia, il legislatore ha individuato i singoli procedimenti speciali a struttura comeralsommaria e li ha ricondotti in blocco al procedimento sommario di cognizione, valorizzando la semplificazione delle forme contenuta nella legge speciale a scapito della semplicità della controversia richiesta dalla delega. Infatti, non tutti i procedimenti che in precedenza erano strutturati secondo il modello camerale erano destinati alla trattazione di controversie semplici e di tale circostanza vi erano tracce inequivocabili anche nella vecchia legge speciale, la quale, non di rado e non a caso, nascondeva dietro il velo della procedura camerale un processo a cognizione piena ed esauriente modellato sullo schema del processo ordinario di cognizione (v., sul tema, Carratta, La semplificazione dei riti civili: i limiti dello schema di decreto legislativo presentato dal Governo, in www.treccani.it).
Infine, ai procedimenti residui, che non risultino riconducibili ai primi due modelli (del lavoro e sommario), si applica il procedimento ordinario di cognizione.

3.2. - Ma l’individuazione del procedimento di destinazione costituisce solo una prima fase della semplificazione, perché la legge delega imponeva al delegato di mantenere in vita tutte quelle disposizioni – contenute nel rito speciale da semplificare – «dirette a produrre effetti che non possono conseguirsi con le norme contenute nel codice di procedura civile».
Questo criterio fissato dalla legge delega appariva piuttosto oscuro e si prestava ad essere inteso in due modi opposti. Infatti, trattandosi di procedimenti speciali, questi ultimi risultano per definizione caratterizzati da una disciplina peculiare e tendente a realizzare effetti processuali distinti da quelli propri del processo ordinario e degli altri procedimenti disciplinati dal codice: diversamente non si sarebbe neppure potuto classificarli tra i procedimenti speciali.
a) Una prima lettura, restrittiva, era dunque legata al fine del decreto, che era quello di semplificare. Orbene, per poter davvero semplificare la congerie di procedimenti disseminati nelle leggi speciali sarebbe stato necessario trasformare tali procedimenti in uno dei tre modelli indicati dalla delega (rito del lavoro, rito ordinario o rito sommario secondo il caso), lasciando in vita della vecchia legge «solo quelle norme processuali che prevedono delle tutele sostanziali speciali: che prevedono, in sostanza, quelli che in inglese si definiscono remedies, o che comunque incidono sul piano della tutela, ad es. disciplinando l'onere della prova» (così, Luiso, Diritto processuale civile, IV, I processi speciali, Milano, 2011, 107, il quale indica come esempi di tale categoria di norme l'art. 55 quinquies, primo comma, seconda parte, del d.lgs. n. 198/2006 ai sensi del quale «Il giudice può ordinare al convenuto di definire un piano di rimozione delle discriminazioni accertate», ovvero l'art. 23, undicesimo comma, della l. n. 689/1981 che consente al giudice di accogliere l'opposizione, «annullando in tutto o in parte l'ordinanza o modificandola anche limitatamente all'entità della sanzione dovuta»).
b) Una seconda lettura, evidentemente più lata, avrebbe viceversa condotto alla conservazione di numerose disposizioni della legge speciale, così frustrando di fatto lo spirito semplificatore della delega.
Purtroppo, è prevalso questo secondo indirizzo, con l’effetto che i singoli procedimenti, sebbene ricondotti all’interno di uno dei tre riti, continuano a presentare tante e tali disposizioni speciali che del rito di riferimento cui sono ricondotti non sopravvive che un esile scheletro, restando il ‘grosso’ della disciplina ancora oggi individuato da disposizioni derogatorie.
Per rendersi conto del fatto che le cose stiano effettivamente in questi termini basta dare una rapida occhiata al decreto. Una semplificazione rigida e rigorosa si sarebbe tradotta in un testo normativo assai scarno. Viceversa, l'analisi evidenzia che a ciascuna controversia speciale è dedicato un articolo del decreto e che in ognuno di questi articoli trova spazio una disciplina derogatoria del rito di riferimento spesso assai corposa.
Il risultato, con ogni evidenza deludente, è che la specialità di ciascuna controversia permane quasi intatta ancora oggi e che il decreto si è di fatto limitato a raccogliere in un unico corpo normativo un'ampia gamma di disposizioni processuali sparse nelle diverse leggi speciali: il decreto si è quindi limitato in concreto a formare un testo unico dei procedimenti speciali, ma non ha raggiunto l’obiettivo della uniformazione dei riti sulla base dei tre modelli, secondo l’auspicio del legislatore delegante.
Ancora una volta un esempio dovrebbe aiutare a capire meglio come ha operato il legislatore delegato. Il procedimento di liquidazione degli onorari degli avvocati si concludeva ai sensi dell’art. 29 della l. n. 794/1942 con ordinanza non impugnabile, ma ricorribile in cassazione in via straordinaria ex art. 111 Cost. (in virtù della ben nota – e condivisibilmente criticata: v. Lanfranchi, Il ricorso straordinario inesistente e il processo dovuto ai diritti, in Id., La roccia non incrinata, Torino, 2011, 307 ss. – interpretazione sostanzialista dell'art. 111 Cost. inaugurata dalla Cassazione proprio in riferimento al procedimento in questione: Cass., 30 luglio 1953, n. 2593, in Foro it., 1953, I, 1248).
Il legislatore delegato ha inteso questa non impugnabilità come uno di quegli effetti prodotti dalla legge speciale che non possono conseguirsi applicando le norme del codice di procedura civile e ha, pertanto, definito «non appellabile» il provvedimento (art. 14, ultimo comma, del decreto).
Ma è evidente che questa non appellabilità non trova la sua giustificazione nella natura del diritto che è fatto oggetto della controversia, né incide sul piano sostanziale della tutela. Se dunque il legislatore avesse abbandonato tale soluzione, non avrebbe a nostro avviso scavalcato i limiti della delega e avrebbe nel contempo assai meglio perseguito lo scopo di semplificazione, dal momento che avrebbe uniformato il regime impugnatorio dei singoli procedimenti ricondotti al rito sommario di cognizione; per tacere, poi, del fatto che un procedimento sommario di cognizione con funzione decisoria privato della garanzia dell'appello appare di dubbia tenuta a livello costituzionale.

4.1. - Sia consentito a questo punto analizzare alcuni dei procedimenti semplificati per comprendere ciò che è cambiato in concreto da un punto di vista procedimentale.
Cominciamo dai procedimenti ricondotti al modello del rito sommario di cognizione e in primis dal procedimento di liquidazione degli onorari degli avvocati.
È necessaria una premessa. È insegnamento consolidato, in dottrina (Andrioli, Sugli artt. 28 e 30 della legge 13 giugno 1942 sugli onorari dei professionisti forensi, in Foro It., 1943, I, 293 e segg) e in giurisprudenza (di recente, Cass., 14 ottobre 2010, n. 21233), quello secondo cui il procedimento di liquidazione in questione è utilizzabile solo ai fini di una mera determinazione del quantum spettante al professionista, a condizione quindi che non sussista contestazione circa la sussistenza stessa del diritto al compenso ovvero dei suoi presupposti. Laddove vi fosse una simile contestazione, allora il procedimento semplificato non potrebbe essere utilizzato, rendendosi necessario il mutamento nel rito ordinario di cognizione (applicando in via analogica l'art. 4 d.lgs. n. 150/2011; va peraltro osservato come la Cassazione, di recente, afferma che il mutamento del rito ha la «finalità di consentire la conservazione degli atti già compiuti, ma presuppone l'esistenza di due procedimenti a cognizione piena»; da tale premessa deduce, per il - vecchio - procedimento di liquidazione degli onorari degli avvocati - artt. 28-30 l. n. 794/1942 -, che ove venga in contestazione il diritto al compenso, il rito sommario non è procedibile, né è consentita l'adozione di un provvedimento di mutamento dello stesso, anche in ragione del differente oggetto tra la controversia sulla semplice determinazione del quantum e quella relativa alla sussistenza del diritto: v. Cass., 5 agosto 2011, n. 17053, ma soprattutto Cass., 9 settembre 2008, n. 23344, che ha mutato il precedente orientamento favorevole alla trasformazione del rito – Cass., 24 febbraio 2004, n. 3637).
Ciononostrante, la Cassazione ritiene che, anche in assenza di contestazione sull'an, il provvedimento che definisce il giudizio abbia carattere decisorio e da ciò deduce la sua ricorribilità in via straordinaria ex art. 111 Cost. Non è questa la sede deputata all'analisi critica di questa scelta interpretativa, tuttavia preme rilevare come la teoria ‘sostanzialistica’ non consenta di garantire la correlazione necessaria tra il giudicato sostanziale (art. 2909 c.c.) e la garanzia di un processo a cognizione piena, espletata o espletabile, in almeno un grado di giudizio (artt. 3, 24 e 111 Cost.). Infatti, affermare che per la legittimità costituzionale del procedimento sia sufficiente un ricorso straordinario per cassazione, potendosi al contempo soprassedere sulla qualità della cognizione offerta alle parti nell'unico grado di merito, significa aggirare il problema anziché risolverlo. Pertanto, ci sembrava – nel solco delle opinioni espresse da autorevole dottrina – che fosse ieri da preferire la negazione della natura decisoria dell'ordinanza conclusiva del procedimento a vantaggio di una sua classificazione nel genus dei provvedimenti lato sensu volontario-determinativi (Lanfranchi, Sulla tutela dei diritti nel fallimento, Milano, 1982, 97 e segg.; Id., La roccia non incrinata, cit., 55 ss., 91 ss., 294 e segg.; Proto Pisani, Lezioni di diritto processuale civile, Napoli, 2010, 682, lo colloca invecetra i procedimenti sommari-semplificati-esecutivi inidonei al giudicato). Tale soluzione armonizzava la previsione di un procedimento ultrasommario con la sua inidoneità alla produzione del giudicato sostanziale (art. 2909 c.c.), faceva salva la regola aurea della "correlazione necessaria" e giustificava il citato orientamento della giurisprudenza, pacifico nell'escludere l'applicazione del procedimento (solo) sommario ogni volta che il giudizio avesse a oggetto l'esistenza stessa del diritto e la validità del rapporto tra cliente e professionista. Ma se tale soluzione appariva praticabile de iure condito prima dell'intervento del decreto legislativo in esame (secondo il vecchio testo degli artt. 28-30 della l. n. 794/1942), si fa oggi più ardita. Sebbene, infatti, l'art. 14 del decreto legislativo abbia perpetuato il carattere solo sommario del giudizio di merito, e nonostante il riferimento alla non appellabilità non appaia sostanzialmente diverso dalla non impugnabilità del vecchio testo (art. 29 l. n. 794/1942), l'integrale richiamo del procedimento sommario di cognizione – e quindi anche dell'art. 702 quater – sembra a prima vista comportare anche l'idoneità al giudicato dell'ordinanza pronunciata in primo grado. Sennonché, essendo tale efficacia di giudicato espressamente collegata dall'art. 702 quater proprio alla mancata proposizione dell'appello, eliso l'appello, sembra venir meno anche tale idoneità a transire in vim iudicati.
Coscienti però del diverso e consolidato orientamento della Cassazione, preme ricordare che il provvedimento, oggi come ieri, continuerà ad essere ritenuto ricorribile in cassazione in via straordinaria. Si rammenta pertanto che, risolvendo un contrasto di giurisprudenza, le Sezioni unite (Cass., 8 giugno 1998, n. 5615, in Foro It., 1998, I, 2837) hanno precisato che il termine breve per proporre tale mezzo di impugnazione decorre dalla notifica del provvedimento, mentre il termine lungo ha come dies a quo la data di deposito dello stesso.
Tra le questioni schiettamente processuali va notato, infine, che manca, rispetto alla vecchia disciplina, il riferimento al tentativo di conciliazione, ma la Relazione indica nell'art. 185 c.p.c. lo strumento idoneo a colmare tale vuoto.

4.2. - Il giudizio di opposizione a decreto di pagamento delle spese di giustizia (oggi regolato dall'art. 15 del decreto, cui rinvia il novellato art. 170 d.lgs. n. 115/2002) può avere ad oggetto diverse situazioni giuridiche, in virtù di un complesso reticolo di rinvii che conduce all'applicazione dell'art. 170 TU spese di giustizia. In particolare: l'opposizione al decreto di liquidazione dei compensi del custode, dell'ausiliario del magistrato e delle imprese private cui è affidato l'incarico di demolizione e riduzione in pristino (artt. 168-170 TU spese di giustizia); l'opposizione al decreto di pagamento dell'onorario delle spese spettanti al difensore, all'ausiliario del magistrato, al consulente tecnico di parte e all'investigatore privato, in caso di ammissione al gratuito patrocinio (artt. 82-84 e 104 TU spese di giustizia); l'opposizione al provvedimento con cui il giudice civile nega l’ammissione al gratuito patrocinio (arg. per analogia dall'art. 84 TU spese di giustizia: soluzione avallata da Cass., 27 maggio 2008, n. 13833, in Giur. it., 2009, 418 ss., con nota di Cossignani); l'opposizione al provvedimento di liquidazione dell'onorario e delle spese spettanti al difensore della persona ammessa al programma di protezione dei collaboratori di giustizia, al difensore d'ufficio, al difensore d'ufficio di persona irreperibile e al difensore d'ufficio del minore (artt. 115-118 TU spese di giustizia); l'impugnazione del provvedimento di revoca (art. 136 TU) dell'ammissione al gratuito patrocinio nel processo civile (in applicazione analogica dell'art. 170 TU spese di giustizia: Cass., 23 giugno 2011, n. 13807).
Nei casi enumerati, si applica dunque il procedimento sommario di cognizione, che sostituisce il precedente richiamo al procedimento di liquidazione degli onorari degli avvocati. La Cassazione – in relazione a procedimenti instaurati prima dell'entrata in vigore del decreto n. 150, ma con argomentazioni estensibili alla legge ora vigente – ha inoltre precisato che i giudizi collegati all'art. 170 del TU devono essere trattati dai magistrati addetti al servizio civile (Cass., S.U., 3 settembre 2009, n. 19161, in Giust. Civ., 2009, I, 2362) e decisi in ultima istanza dalla Cassazione civile, con quel che ne consegue dal punto di vista processuale (effetto devolutivo dell'opposizione, termini per il ricorso in cassazione ecc.). E ciò in ragione della natura civilistica della controversia avente ad oggetto la liquidazione degli onorari e delle spese.
Per converso, sembra invece che l'opposizione al provvedimento, con cui il giudice penale nega l’ammissione al gratuito patrocinio (art. 99 TU spese di giustizia, in virtù del richiamo al procedimento di liquidazione degli onorari degli avvocati) o la revoca, sia da attribuire ancora oggi alla trattazione del giudice penale (Cass. pen., 2 marzo 2011, n. 12491), in virtù del carattere «accessorio» di tale controversia, che pertanto resta strettamente collegata al procedimento principale. Tale circostanza comporta diversi problemi interpretativi. Poiché infatti l'art. 99 non è stato modificato dal d.lgs. n. 150/2011, il richiamo in esso presente al procedimento di liquidazione degli onorari degli avvocati potrebbe condurre, per un verso, all'applicazione dell'art. 14 del decreto stesso in luogo dell'art. 15 (applicabile invece per tutti i giudizi di liquidazione degli onorari e delle spese connesse al testo unico sulle spese di giustizia – siano esse relative a processi civili o penali – e per i procedimenti relativi all'ammissione al patrocinio gratuito nei processi civili); per altro verso, impone il difficile adeguamento di norme processuali civili (il procedimento sommario di cognizione, ex art. 14 o ex art. 15 del decreto) nell'ambito di una trattazione della controversia attribuita al giudice penale. Date le pericolose disomogeneità e oscurità presenti (e persistenti) sia nel TU, sia nella corrispondente giurisprudenza di legittimità, sarebbe quantomeno auspicabile un intervento riformatore capace di riportare chiarezza nella materia, riducendo le discrasie legislative e promuovendo in concreto l'uniformità dei procedimenti.
Ma se da un lato l'intervento riformatore non ha sfruttato l'occasione per risolvere annose questioni, purtroppo, dall'altro, ha introdotto nel tessuto normativo nuove contraddizioni e difficoltà operative. Rispetto al vecchio art. 170 del Testo unico, ad esempio, l'odierno art. 15 si dimentica di indicare il termine di decadenza per proporre opposizione, che in precedenza era di venti giorni. La lacuna non sembra che possa essere colmata in via interpretativa poiché i termini decadenziali, come noto, devono risultare chiari nella legge. Paradossalmente, tuttavia, resta in vigore il termine di venti giorni previsto per l’opposizione contro il diniego di ammissione al gratuito patrocinio nel solo processo penale; non essendo stato infatti abrogato l’art. 99 del TU il termine da esso individuato continuerà a vincolare l'opponente. Per quanto concerne il giudizio civile, invece, la giurisprudenza ha precisato che il provvedimento che nega l’ammissione è impugnabile – per analogia – ricorrendo alle forme e ai termini previsti dall’art. 170, che però oggi rinvia all’art. 15 del decreto n. 150, il quale, a sua volta, come già evidenziato, nulla dispone circa il termine di decadenza.
Ma anche un'altra particolarità relativa al processo penale merita di essere sottolineata. In caso di opposizione a decreto di pagamento ai sensi dell'art. 15, l’ordinanza che definisce il giudizio – ad instar di quanto disposto per il procedimento di liquidazione degli onorari degli avvocati – non è appellabile, ma evidentemente ricorribile in cassazione in via straordinaria. Tale ricorso, per effetto del terzo comma dell'art. 360 è ammesso per tutti i 5 motivi previsti dal primo comma dello stesso articolo. In caso di opposizione al provvedimento che nega l’ammissione al patrocinio nel giudizio penale, invece, si continua ad applicare l’art. 99 TU, non abrogato dal decreto, il quale prevede che l’ordinanza può essere oggetto di ricorso in cassazione «per violazione di legge», sia processuale che sostanziale. Vero è, però, che la Cassazione penale, in merito alla violazione di legge, continua a ritenere che essa si estenda a ricomprendere la motivazione assente e quella "apparente", ma non la motivazione illogica o contraddittoria (Cass. pen., 10 dicembre 2009, n. 3271), con evidente limitazione della deducibilità del vizio in sede di legittimità nelle due differenti ipotesi (ricorso alle sezioni penali e ricorso alle sezioni civili). Anche a seguito del decreto in commento permangono dunque differenze di disciplina assolutamente prive di giustificazione e che insinuano nell'interprete il sospetto di illegittimità costituzionale di tali disposizioni di legge per violazione del canone di uguaglianza (art. 3 Cost.).
Tornando all’art. 15, si osserva infine che il giudizio di opposizione a decreto di pagamento del compenso (ad esempio, del ctu) è sottoposto ad un regime di litisconsorzio necessario che non si estende solo alla parte – a carico della quale è posta l’anticipazione della spesa – e all’ausiliare: secondo la Cassazione devono partecipare tutte le parti del giudizio. La giustificazione è facilmente intuibile. Se il giudice ha ordinato col decreto che l’anticipazione sia posta a carico di una sola delle parti, tuttavia la sentenza finale potrebbe modificare il carico delle spese relative alla ctu; per cui la parte non immediatamente gravata dall’onere non solo può proporre impugnazione ma deve anche partecipare al giudizio nell'ipotesi in cui l’opposizione risulti proposta da altra parte (Cass., 30 marzo 2006, n. 7528).

5.1. - Per quel che concerne i procedimenti ricondotti all’interno del rito del lavoro, innanzitutto si osserva che l’art. 2 del decreto delegato pone una normativa generale per tutti i procedimenti collegati a tale modello e, secondo quanto già accennato in precedenza, esclude l'applicazione di molte delle disposizioni contenute negli art. 409 ss. Pertanto, si tratta di un rinvio al rito del lavoro a sua volta ‘speciale’, perché da intendersi al netto delle disposizioni che non si applicano ai sensi dell’art. 2.
Per molte di queste disposizioni, l’inapplicabilità si può facilmente giustificare col fatto che la ratio delle norme ivi contenute presuppone una controversia che abbia ad oggetto un rapporto di lavoro.
Ciò è vero, ad esempio, per l’art. 421, terzo comma, c.p.c. che disciplina l’ordine di accesso ai luoghi di lavoro; oppure per l’art. 431, commi 1-4, che consente al lavoratore di intraprendere l’esecuzione anche sulla base del solo dispositivo, senza attendere la stesura della motivazione della sentenza.
Altre volte le norme del rito lavoro, anziché divenire inapplicabili, subiscono delle parziali modifiche. Si pensi all’art. 421 secondo comma, che disciplina i poteri istruttori officiosi del giudice: si precisa che nei procedimenti cui si applica il rito del lavoro (ma che non hanno ad oggetto cause di lavoro) tali poteri devono essere esercitati all’interno dei limiti previsti dal codice civile.
Contro quest'ultima limitazione si è obiettato che gli ampi poteri istruttori ufficiosi previsti dal rito del lavoro non risultano concessi dall’art. 421 come favor per il lavoratore, potendo essere esercitati anche in vantaggio del datore di lavoro. Per cui sembra a tale dottrina che la norma tuteli il migliore accertamento dei fatti nel processo e che non sia chiara la ragione per cui si sia ritenuto di dover rinunciare a tale disposizione (in questo senso Bove, Applicazione del rito del laoro nel d.lgs. n. 150 del 2011, in www.judicium.it, 3 s.).
Permangono poi ulteriori dubbi: in particolare, il legislatore ha esaustivamente individuato tutte le norme del rito lavoro che non si applicano, oppure altre elisioni devono essere effettuate in via interpretativa?
Si pensi agli artt. 410 e 411 sul tentativo di conciliazione, non menzionati dall'art. 2 del decreto: sembra a rigor di logica che anche queste due disposizioni non siano compatibili coi procedimenti semplificati. D’altronde, che senso avrebbe promuovere un tentativo di conciliazione davanti alla Direzione provinciale del lavoro in caso di opposizione a ordinanza-ingiunzione o a verbale di accertamento di violazione del codice della strada? Peraltro, la conciliabilità di molte delle controversie ricondotte al rito del lavoro deve essere esclusa.
Altra disposizione non richiamata è quella dell’art. 428 c.p.c. che, quindi, sembrerebbe da intendersi come applicabile. Non manca però chi è espresso in senso contrario (Bove, Applicazione, cit., 2.), ritenendo che il potere del giudice di rilevare anche in prima udienza la questione di incompetenza per territorio sia legata ad un favor verso il lavoratore e che, non trattandosi qui di controversie di lavoro, la disposizione non possa trovare applicazione. La tesi sembra convincente: d’altronde, l’art. 428 richiama le cause di cui all’art. 409 c.p.c., lasciando intendere quindi che la disposizione sia legata a doppio filo alle controversie di lavoro e che non sia da applicare tutte le volte che mediante il rito del lavoro vengono trattate controversie aventi un oggetto differente.

5.2. - L'ampio art. 6 del d.lgs. n. 150 è dedicato alla disciplina dell'opposizione all'ordinanza-ingiunzione.
Secondo il criterio imposto dalla delega, i criteri di competenza restano invariati: giudice di pace o tribunale.
Il termine per proporre la domanda resta di 30 giorni, e il ricorso può essere depositato anche mediante servizio postale (comma sesto) (giusta quanto aveva stabilito C. cost., 18 marzo 2004, n. 98). La domanda si considera tempestiva se la spedizione è effettuata nel termine, anche ove la ricezione da parte dell’ufficio giudiziario risulti successiva a tale data.
Cambiano i termini a comparire: in precedenza erano di 90 giorni; ora, invece, tra la notifica del decreto e del ricorso e la data dell’udienza non devono trascorrere termini inferiori a 30 giorni.
L’inibitoria è disciplinata in via generale dall’art. 5 del decreto, per tutti i procedimenti oppositivi. Tale articolo prevede che la sospensione sia concessa se ricorrono «gravi e circostanziate ragioni esplicitamente indicate nella motivazione». Quid novi, dunque, rispetto al passato?
Si passa dai «gravi motivi» di cui all’art. 22 l. 689/1981 alle «gravi e circostanziate ragioni» dell'attuale art. 5. Ciò nonostante, non mi sembra che si configuri un apprezzabile aggravamento del periculum necessario per ottenere la sospensiva. La vera novità risiede piuttosto nel fatto che la motivazione deve fare esplicito riferimento alle ragioni che sono poste a fondamento del provvedimento di sospensione, col che il giudice non si potrà limitare all'uso di formule di stile. Se questo è dunque l’obiettivo del legislatore (rendere più seria la valutazione della sussistenza dei presupposti per la concessione dell’inibitoria), appare tuttavia assai probabile che tale scopo risulterà frustrato dalla pratica. Infatti, l’ordinanza è dichiarata dalla legge «non impugnabile»: ergo, il giudice potrà continuare di fatto a servirsi di formule di stile, dal momento che non è previsto alcuno strumento di controllo contro il provvedimento.
È inoltre prevista la concessione dell'inibitoria in via d’urgenza, fuori udienza e, si ritiene, inaudita altera parte. In verità, la norma non fa alcun riferimento – come fa l’art. 669 sexies c.p.c. – alla cautela concessa inaudita altera parte. Anzi, forse non vi è ragione in suddette ipotesi per omettere la comunicazione della istanza di inibitoria all’amministrazione pubblica, con l'effetto di inibirne la facoltà di deposito di memorie scritte. Infatti, la immediata partecipazione della controparte al procedimento inibitorio non sembra in grado di pregiudicare, dal punto di vista dell'effettività, le ragioni del ricorrente. Non reca alcun vantaggio tacere l'istanza alla controparte, contrariamente a quanto accade in caso di sequestro conservativo. Lì, infatti, procedendo inaudita parte si intende evitare che il debitore, consapevole dell’imminente sequestro, si liberi dei beni che costituiscono la garanzia delle obbligazioni assunte. Qui, viceversa, simile rischio non sembra sussistere e ragioni di tutela del diritto di difesa (art. 24 Cost.) impongono l’immediata instaurazione del contraddittorio, anche se in maniera informale.
Vero è, tuttavia, che la norma parla di concessione dell’inibitoria fuori udienza con «decreto»: poiché il decreto è il tipico provvedimento emesso inaudita altera parte (si pensi al decreto ingiuntivo), anche la tesi favorevole all’assenza di contraddittorio presenta convincenti argomenti. A questi si aggiunge anche la circostanza che il decreto dovrà sempre essere confermato o revocato con ordinanza in udienza; tale udienza di conferma non avrebbe probabilmente ragion d’essere se la decisione fosse già stata assunta in precedenza a contraddittorio integro.
In relazione al procedimento di merito, invece, va sottolineato che, con il decreto che fissa l’udienza, il giudice ordina all’autorità che ha emesso il provvedimento di depositare in cancelleria 10 giorni prima dell’udienza «copia del rapporto e dei documenti relativi all'accertamento nonché della contestazione o notificazione della violazione» (ottavo comma).
Identico ordine di deposito era previsto anche dal vecchio art. 23 l. n. 689/1981, ma la Cassazione aveva sempre precisato che il mancato rispetto del termine di 10 giorni non realizzava un’ipotesi di decadenza dal deposito, il quale poteva dunque essere compiuto in un momento successivo (Cass., 19 marzo 2009, n. 6716).
Va osservato, però, che oggi il procedimento risulta regolato dal rito del lavoro, tipicamente caratterizzato da stringenti barriere preclusive anche in ordine alla produzione di documenti, sicché si sostiene che il termine di 10 giorni sia diventato perentorio e che quindi l’autorità non potrà effettuare il deposito oltre i 10 giorni (Bove, Applicazione, cit., 9 s.).
Tale novità non è di poco momento in quanto è in grado di influenzare la disciplina di numerose fattispecie che possono verificarsi in concreto. La lett. b) del co. 10, ad esempio, prevede che, quando l’opponente non compare in udienza senza addurre un legittimo impedimento, il giudice convalidi il provvedimento impugnato, salvo che l’illegittimità del provvedimento risulti dalla documentazione già in atti ovvero quando l’autorità opposta non abbia depositato i documenti richiesti col decreto di fissazione di udienza.
Ipotizzando che il deposito sia avvenuto in concreto ma senza rispettare il termine di 10 giorni e che all’udienza la parte opponente non sia comparsa, il giudice dovrà accogliere il ricorso per non aver l’autorità depositato i documenti nel termine perentorio o dovrà viceversa convalidare il provvedimento impugnato per mancata comparizione dell’opponente?
Essendo entrambe le condotte (deposito omesso o tardivo e mancata comparizione) punite dalla legge con la soccombenza, sembra che sia determinante stabilire quale tra le due si sia verificata per prima da un punto di vista cronologico. Quindi, nell'ipotesi prospettata, l'autorità amministrativa risulterà soccombente e il ricorso accolto, ogni volta che non sia rispettato il termine di deposito dei documenti di cui all'ottavo comma dell'art. 7 d.lgs. n. 150/2011, indipendentemente dalla comparizione o meno all'udienza successiva della parte opponente.
Per il caso in cui il ricorso risulti proposto fuori termine, il decreto (art. 6, decimo comma, lett. a) prevede la declaratoria di inammissibilità in forma di sentenza suscettibile di appello. Si ha dunque un'evidente innovazione rispetto al passato, quando tale inammissibilità doveva essere pronunciata con ordinanza ricorribile in cassazione.

5.3. - A conclusione di questa breve e incompleta analisi del decreto sulla semplificazione dei riti, sia concesso indugiare sulle alcune delle novità che hanno interessato il procedimento di opposizione a verbale di accertamento di violazione del codice della strada, e segnatamente su quelle di più immediato e largo impatto.
È osservazione scontata quella per cui il procedimento disciplinato dall'art. 7 sarà applicabile solo ove la parte scelga di proporre ricorso al giudice di pace; in caso di ricorso al Prefetto sarà questi a pronunciare l'ordinanza-ingiunzione opponibile secondo le disposizioni dell'art. 6 del decreto.
Il termine per proporre l'opposizione di cui all'art. 7 è di trenta giorni (dimezzato, quindi, rispetto alla precedente disciplina), che diventano sessanta in caso di opponente residente all'estero; i termini a comparire sono invece di trenta giorni ex art. 415 c.p.c.
Trattandosi di un procedimento a carattere impugnatorio, anche in questo caso l'inibitoria è disciplinata dall’art. 5 del decreto, che reca una disciplina diversa da quella precedente.
In caso di istanza di inibitoria, la legge imponeva la fissazione di un’udienza entro 20 giorni dal deposito del ricorso (art. 204 bis, comma 3 bis,c.d.s.). Oggi questa previsione non v’è più, e spetterà alle parti o attendere la prima udienza; o richiedere una sospensione in via d’urgenza, ove ne ricorrano i presupposti; ma non si può escludere che diventi prassi invalsa quella chiedere la fissazione di un’udienza ad hoc in cui decidere sui presupposti dell'inibitoria.
Ma la novità più importante concerne l’impugnabilità del provvedimento; in precedenza, l’art. 204 bis, comma 3 ter, c.d.s. prevedeva che l’ordinanza pronunciata dal giudice di pace potesse essere impugnata con ricorso al tribunale. L'art. 5 del decreto non prevede oggi alcun rimedio impugnatorio contro l'ordinanza che concede o nega la sospensione del provvedimento opposto.
Preme sottolineare ancora una volta il metodo poco ortodosso con cui il legislatore delegato ha attuato i criteri direttivi contenuti nella delega. Nella specie, non si capisce perché questa particolare impugnazione del provvedimento inibitorio non sia stata considerata come uno di quegli «effetti che non possono conseguirsi con le norme contenute nel codice di procedura civile», e quindi come una di quelle caratteristiche del procedimento che avrebbero dovuto comunque sopravvivere alla semplificazione. Stupisce ancor di più la scelta non appena si pone mente al fatto che, proprio in attuazione dello stesso principio di delega, il legislatore ha deciso di conservare la non appellabilità, tra altri, del provvedimento che decide sulla liquidazione degli onorari degli avvocati. Col che tale principio di delega, per un verso, ha impedito la concessione di una garanzia essenziale per le parti (l'appello ex art. 702 quater c.p.c.) e, per altro verso, ha legittimato la sottrazione di un'altra garanzia esistente (il ricorso al tribunale avverso l'ordinanza che decide sulla sospensione del provvedimento impugnato).
In questo caso come in altri, resta il dubbio che le intenzioni del legislatore delegante fossero (almeno) parzialmente diverse e che comunque si potesse pervenire ad un'interpretazione delle stesse più congrua dal punto di vista sistematico e costituzionale.

Pubblicato il 23/01/2012

SCELTI NEL WEB

Temi in rete

Strumenti Treccani

UN LIBRO

Contributo allo studio della distribuzione della somma ricavata nei procedimenti di espropriazione forzata

Alessandro Nascosi

Con la sua monografia Alessandro Nascosi fornisce un utile contributo allo studio della distribuzione della somma ricavata al termine dei vari procedimenti di espropriazione forzata.