Questo sito contribuisce all'audience di

La ragionevole durata del processo e l'autorizzazione alla chiamata del terzo ad istanza del convenuto

di Fabio Cossignani

Una delle ultime applicazioni del principio della ragionevole durata dei processi ha interessato l’istituto della chiamata del terzo su istanza del convenuto. Secondo la Cassazione (S.U., 23 febbraio 2010, n. 4309) tale chiamata sarebbe subordinata alla autorizzazione da parte del giudice, autorizzazione da intendersi come discrezionale e finanche basata su «ragioni di economia processuale» e «ragionevole durata del processo».
L’analisi della decisione impone prima di tutto un passo indietro. L’art. 269 c.p.c. – prima dell’intervento della l. n. 353/1990 – disponeva che, in caso di richiesta di chiamata da parte del convenuto o dell’attore in prima udienza, il giudice potesse concedere a tal fine un termine, fissando all’uopo una nuova udienza (2° co.). Dall’utilizzo del verbo potere la giurisprudenza aveva argomentato il carattere assolutamente discrezionale di questa valutazione, la quale – fosse stata essa positiva o negativa – non era comunque suscettibile di censura in appello e in cassazione (Cass., 6 luglio 2006, n. 15362), anche in virtù del fatto che la mancata autorizzazione non era (né è) contemplata dall’art. 354 c.p.c. quale motivo di rimessione della causa al primo giudice (Cass., 13 aprile 1987, n. 3667, in Foro it., 1988, I, 542).
La succitata riforma ha, tuttavia, introdotto rilevanti novità nella disciplina dell’istituto. Il convenuto che intenda chiamare un terzo deve farne dichiarazione a pena di decadenza nella comparsa di risposta tempestivamente depositata (artt. 167, 3° co., e 269, 3° co., c.p.c.) chiedendo lo spostamento della prima udienza. L’attore, invece, può allargare soggettivamente la controversia solo ove il relativo interesse sia sorto a seguito delle difese svolte dal convenuto, previa richiesta di autorizzazione al giudice nel corso della prima udienza.
È chiaro, dunque, come le posizioni delle due parti siano state per questa via differenziate: l’attore è assolutamente libero di chiamare (tempestivamente) in causa il terzo, costituendo tale attività una «manifestazione ‘originaria’ del suo diritto di difesa» [così, Chiarloni, S., Prima udienza di trattazione, in Le riforme del processo civile, a cura di S. Chiarloni, Bologna, 1992, 189]; la richiesta dell’attore, invece, va preliminarmente sottoposta al vaglio del giudice circa la sussistenza di un duplice presupposto: a) la sussistenza della comunanza di causa e b) il fatto che l’interesse alla chiamata sia effettivamente sorto dalle difese del convenuto. Ciò anche in considerazione del fatto che, se l’interesse fosse stato attuale già al momento dell’instaurazione delle controversia, l’attore avrebbe potuto citare direttamente entrambi (id est l’originario convenuto e il terzo) già col primo atto. La dottrina assolutamente maggioritaria ritiene, comunque, che tale ultima autorizzazione non consenta valutazioni circa l’opportunità del cumulo, anche se qualcuno ha presto paventato la reiterazione dell’indirizzo giurisprudenziale consolidatosi sotto il regime della precedente formula della legge ed espressosi – come ricordato sopra – nel senso dell’insindacabilità in sede di impugnazione di tale potere autorizzatorio [Balena, G., La riforma del processo di cognizione, Napoli, 1994, 248 s.]. La differente posizione dei due contendenti (attore e convenuto) è stata poi ritenuta conforme a Costituzione dalla Consulta (C. cost., 23 luglio 1997, n. 260).
Percorso inverso ha invece vissuto – nello stesso periodo – il rito del lavoro, seppur in assenza di modifiche legislative. Mentre in un primo momento la giurisprudenza si è orientata nel senso di un’ampia e insindacabile libertà di chiamata da parte del convenuto che ne avesse fatto istanza nella memoria ex art. 416 c.p.c. (v. Cass., 28.1.1987, n. 828), successivamente si è assestata su posizioni opposte, ossia a favore di una valutazione discrezionale ed insindacabile della opportunità della chiamata prevista dal 9° co. dell’art. 420 c.p.c. (v. Cass., 28 agosto 2004, n. 17218).
Proprio sul più recente e consolidato orientamento in merito all’interpretazione dell’art. 420 c.p.c. la Cassazione fa oggi perno per predicare anche per il rito ordinario la sindacabilità della chiamata del terzo su istanza del convenuto (Cass., 5 agosto 2006, n. 18580), ma le conclusioni non convincono per diverse ragioni.
In primo luogo per evidenti ragioni testuali. Solo per l’attore è prevista l’autorizzazione del giudice e – come si è già evidenziato – tale opzione di legge, benché forse opinabile, risulta comunque ragionevole e, ciò che più conta, immune da vizi di costituzionalità. Infatti, fuori dai casi di litisconsorzio necessario il cumulo soggettivo è preferibile, ma pur sempre solo eventuale. D’altronde, l’attore che ne ha interesse sin da principio (se vuole) può cumulare le cause direttamente con l’atto introduttivo, ragion per cui la limitazione appare funzionale ad impedire il compimento di un’attività che più opportunamente avrebbe dovuto essere compiuta in precedenza. Qualora al contrario l’interesse alla chiamata nascesse solo a seguito delle difese svolte dal convenuto, il giudice non dovrebbe negare l’autorizzazione. Nell’ottica di un compiuto diritto di difesa e di una sicura parità delle armi, v’è solo da augurarsi che nel concreto il giudice non confonda tale potere di autorizzazione con la mera discrezione, benché poi ai fini di successive doglianze in sede di impugnazione queste finiscano per confondersi. Non così, invece, per quanto riguarda il convenuto, dal momento che a questi non può imputarsi una originaria negligenza, né si può tacere come la sua chiamata di terzo corrisponda di regola a uno strumento di difesa (si pensi alla chiamata in garanzia o alla chiamata del vero obbligato).
In secondo luogo, la sentenza non persuade perché, anche volendo ammettere una sindacabilità della chiamata del convenuto, questa – stando alla lettera della legge (art. 106 c.p.c.) – andrebbe comunque circoscritta alla sola sussistenza della «comunanza di causa» [v. Attardi, A., Le nuove disposizioni sul processo civile, Padova, 1991, 110], senza che possa estendersi fino alla valutazione di ragioni di mera opportunità del cumulo.
Infine perché neppure il richiamo ai principi di economia processuale e di ragionevole durata dei processi sembra calzante. Infatti, che l’allargamento oggettivo della controversia effettuato in limine sia contrario alla ragionevole durata del processo più di quanto possa esserlo la trattazione separata in due diversi processi, francamente, è opinione che lascia assai perplessi. Il cumulo processuale può comportare un disdicevole ritardo nella definizione della controversia solo quando si realizzi in una fase troppo avanzata del processo [v., ad esempio, la discussa lettura del 2° co. dell’art 268 c.p.c. in merito al termine finale per il compimento dell’atto di intervento volontario: v. Cossignani, F., Intervento volontario e preclusioni, in Giur. it., 2007, 2807 ss.] o quando, pur essendosi realizzato in limine, risulti poi in concreto preferibile la separazione delle cause (art. 103, 2° co., c.p.c.). Ma corre una sostanziale e incolmabile differenza tra la separazione delle cause disposta a fronte dell’evidenza dell’inopportunità del cumulo e l’impedimento originario dello stesso.
Queste sono le ragioni che ci inducono a preferire l’interpretazione letterale dell’art. 269 c.p.c. e a concedere al convenuto un’ampia libertà di chiamata dei terzi. D’altro canto, se ex post dovessero palesarsi gli intenti dilatori sottesi alla richiesta di allargamento soggettivo e oggettivo della controversia, resterebbe salvo in ogni caso il rimedio della integrale e aggravata sopportazione delle spese di lite (art. 96 c.p.c.).

Pubblicato l' 8/09/2010

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata