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La nuova riforma parziale del processo civile - II libro

di Fabio Cossignani

Le modifiche al libro II del codice di procedura civile
1. - Talune delle modifiche che la l. n. 69/2009 ha apportato al II libro del codice di procedura civile – modifiche in parte già anticipate e analizzate nel commento alle novità che hanno interessato il libro I [Cossignani, F., La nuova riforma parziale del processo civile. Le modifiche al libro I del codice di procedura civile, in questa sezione di Approfondimenti] - sono nate dalla volontà del legislatore di ridurre quanto più possibile i tempi del processo di cognizione. Improbabile, tuttavia, che le meritevoli intenzioni riescano a sortire gli effetti sperati. Infatti, molti tra i primi commentatori della riforma non hanno mancato di sottolineare quanto che era già sub sole, ovvero che il reale ostacolo all’accelerazione dei tempi del processo risiede nelle deficienze strutturali della macchina giudiziaria più che nell’inadeguatezza della legge processuale.
Nella cornice della “ragionevole durata” (art. 111, secondo comma, Cost.) si possono inquadrare: a) l’introduzione della testimonianza scritta (art. 157 bis c.p.c.) e le novità in materia di testimonianza orale e di consulenza tecnica; b) le modifiche relative alla sospensione su istanza di parte; c) la concessione al giudice di un generale potere di rilevare e dichiarare anche d’ufficio l’estinzione del processo (art. 307, quarto comma, c.p.c.); d) la precisazione in tema di nuovi documenti in appello (art. 345 c.p.c.); e) la riduzione di molti termini processuali; f) l’introduzione della cassazione con “filtro” (art. 360 bis e 380 bis c.p.c.).
2.1. - Con ordine. A) L’introduzione della testimonianza scritta nasce dalla consapevolezza del legislatore in ordine alla diffusa violazione delle norme che il codice prescrive per l’assunzione della testimonianza orale, ovvero del fatto che di regola i testimoni vengono sentiti direttamente dagli avvocati lungo i corridoi dei palazzi di giustizia, limitandosi invece il giudice a presenziare alla sottoscrizione delle dichiarazioni rese. Queste udienze (di fatto) senza giudice potranno oggi essere evitate ricorrendo al nuovo istituto, il quale però risulta ex iure positivo condizionato dalla sussistenza di tutta una serie di presupposti, condizioni e formalismi, che probabilmente ne frustreranno non poco le potenzialità applicative.
Si tratta, infatti, di mezzo di prova non liberamente utilizzabile, essendo indispensabile l’accordo delle parti; ma non solo: tale accordo costituisce condizione necessaria ma non sufficiente, restando libero il giudice di non concedere l’assunzione scritta della testimonianza quando vi ostino la «natura della causa» e «ogni altra circostanza» (art. 257 bis, primo comma, c.p.c.).
Probabilmente la valutazione (altamente discrezionale) del giudice costituirà un setaccio a maglie larghe; più incerto è il pronostico sul consenso della parti, il quale potrà risultare fortemente condizionato sia dalla litigiosità dei partecipanti alle singole controversie, sia dall’importanza delle circostanze che si intende provare, sia, e più in generale, dal favore che la nuova testimonianza incontrerà tra gli avvocati. Ad ogni modo, in forza del combinato disposto degli artt. 257 bis c.p.c. e 103 bis disp. att. c.p.c. la parte che ha richiesto l’assunzione deve predisporre il «modello» di testimonianza; tale modello – conforme a quello approvato dal Ministero della giustizia – deve contenere l’indicazione del procedimento e dell’ordinanza di ammissione, l’ammonimento al testimone e la formula del giuramento, l’avviso in ordine alla facoltà di astensione ai sensi degli artt. 200, 201 e 202 c.p.p., le richieste di cui all’art. 255, primo comma, c.p.c., nonché infine «l’avvertenza che il testimone deve rendere risposte specifiche e pertinenti a ciascuna domanda e deve altresì precisare se ha avuto conoscenza dei fatti oggetto della testimonianza in modo diretto o indiretto»; ovviamente, non può mancare neppure la trascrizione degli articoli ammessi. Sarà invece onere del testimone quello di inserirvi le proprie generalità, l’indicazione della residenza e del domicilio, di un recapito telefonico, solo ove possibile, e le risposte ai capitoli in uno con le precisazioni richieste (ad esempio: conoscenza diretta o indiretta dei fatti); questi dovrà inoltre specificare i «quesiti» cui non è in grado di rispondere, indicandone la ragione oppure illustrando i motivi che giustificano l’astensione. Infine, occorre che la parte che ha curato la compilazione del modello ne sottoscriva ogni foglio, mentre il testimone è tenuto ad apporre firma sia su ciascuna delle facciate del foglio di testimonianza (art. 527 bis, quarto comma, c.p.c.), sia al termine di ogni risposta, in quella che è stata definita efficacemente una vera e propria «girandola di firme» [Della Pietra, G., Le modifiche alla trattazione e all’istruzione nell’ultima novella del processo civile, in Dir. giur., 2009, 241]. Ciascuna delle sottoscrizioni del testimone deve inoltre essere autenticata (gratuitamente) da un segretario comunale o dal cancelliere di un ufficio giudiziario. Il documento, così completo, deve quindi essere spedito o consegnato a mano (in busta chiusa) alla cancelleria del giudice, nel termine fissato originariamente; la consegna oltre il termine rende possibile la condanna alla pena pecuniaria prevista dall’art. 255, primo comma, c.p.c.
Quando invece la testimonianza ha ad oggetto documenti di spesa già depositati, le formalità si riducono decisamente, potendo la testimonianza scritta essere resa mediante una semplice dichiarazione sottoscritta dal testimone e trasmessa al difensore della parte nel cui interesse la prova è stata ammessa, senza pertanto che si renda necessario il ricorso al «modello».
Alcune considerazioni. Superfluo osservare come quasi sicuramente saranno gli avvocati a riempire il «modello», col rischio che il mezzo possa prestarsi a pratiche poco leali come, ad esempio, il riferimento delle risposte a circostanze di fatto non strettamente riconducibili ai capitoli, al fine di ovviare indirettamente a deficienze degli atti introduttivi. A impedire tale e altri inconvenienti dovrebbe soccorrere l’ultimo comma dell’art. 257 bis c.p.c., ai sensi del quale il giudice, esaminate le risposte e le dichiarazioni, può sempre disporre che il testimone sia chiamato a deporre davanti a lui o davanti al giudice delegato, col che l’efficacia probatoria della dichiarazione scritta precedentemente assunta dovrebbe quantomeno degradare a semplice argomento di prova (art. 116, secondo comma, c.p.c.).
Passando invece alla questione relativa al consenso, ci si è chiesti se il processo contumaciale sottragga alla testimonianza scritta ogni margine applicativo. Benché gli argomenti per sostenere un’incompatibilità tra contumacia e testimonianza scritta non manchino, la tesi contraria appare preferibile. Occorre concentrarsi sulla funzione dell’accordo: il consenso della parte che non ha proposto l’assunzione si rende necessario perché altrimenti la parte stessa perderebbe, per atto unilaterale dell’avversario, alcune facoltà riconosciutegli dalla legge, ovvero a) la possibilità di fare osservazioni sull’attendibilità del testimone e di ricevere così i chiarimenti necessari (art. 252 c.p.c.); b) il diritto, pel tramite del giudice, di ottenere, nell’immediatezza dell’assunzione, chiarimenti sui fatti oggetto della deposizione (art. 253 c.p.c.). Il contumace, decidendo liberamente di non partecipare in maniera attiva al processo, ha già rinunciato a tali facoltà, circostanza che induce a ritenere la stessa contumacia quale manifestazione implicita di consenso all’assunzione della testimonianza scritta.
Per concludere, non si può non rilevare come non faccia onore al legislatore l’aver introdotto questo mezzo di prova muovendo dalla considerazione che la testimonianza orale, così come assunta nei nostri tribunali, non sia altro che una testimonianza scritta “camuffata”. Piuttosto che perseguire l’obiettivo dell’“oralità” e combattere il malcostume, fornendo gli uffici giudiziari di mezzi adeguati, dal Parlamento giunge una sorta di dichiarazione di resa.
2.2. – Per quel che concerne la disciplina della prova testimoniale (orale) tre aspetti dell’istituto risultano riformati. Partendo dalle disposizioni di attuazione del codice di rito, il primo comma dell’art. 104 si arrichisce della precisazione a tenore della quale - nel caso in cui la parte non abbia regolarmente intimato il testimone a comparire (art. 250 c.p.c. e 103 disp. att. c.p.c.) e questi non sia comparso - il giudice dichiara la parte «anche d’ufficio, decaduta dalla prova, salvo che l’altra parte dichiari di avere interesse all’audizione».
Altra addizione è riservata all’art. 255 c.p.c. al fine di disciplinare in maniera puntuale l’ipotesi in cui il testimone, benché regolarmente intimato, non si sia presentato a due udienze successive: il giudice è tenuto a disporne l’accompagnamento all’udienza stessa o ad altra successiva e a pronunciare nei suoi confronti la condanna a una pena pecuniaria non inferiore a 200 euro e non superiore a 1.000. La novità risiede nel fatto che, mentre in precedenza il giudice poteva anche disporre - e così (potenzialmente) all’infinito - una nuova semplice intimazione, ora è obbligato, in caso seconda assenza ingiustificata, a disporre l’accompagnamento del testimone e la sua condanna.
Infine, si è operato l’adeguamento del rinvio dell’art. 249 c.p.c. alle norme del codice di procedura penale, dal momento che il vecchio testo richiamava le disposizioni del c.p.p. del 1930, abrogato dal nuovo codice del 1988. La norma rinvia ora correttamente agli art. 200, 201 e 202 c.p.p.
2.3. - Anche la consulenza tecnica risulta modificata dall’intervento riformatore. In primo luogo, con l’ordinanza di nomina del consulente il giudice deve formulare anche i questiti. In secondo luogo, nel provvedimento pronunciato al termine dell’udienza ex art. 193 c.p.c., devono essere fissati tre termini: il primo al consulente per la trasmissione della relazione alle parti; il secondo alle parti per la trasmissione al consulente di eventuali osservazioni; il terzo ancora al consulente per il deposito in cancelleria della relazione, delle osservazioni, nonché di una sintetica valutazione delle stesse. Inutili udienze funzionali allo svolgimento delle medesime attività dovrebbero pertanto scomparire.
Nell’ambito delle disposizione di attuazione, l’art. 23 impone al presidente del tribunale di vigilare sulla equa distribuzione degli incarichi tra gli iscritti nell’albo dei consulenti tecnici, precisando che tale controllo deve avvenire «in modo tale che a nessuno dei consulenti iscritti possano essere conferiti incarichi in misura superiore al 10 per cento di quelli affidati dall’ufficio» [dalla nuova disposizione trae spunto per alcune considerazioni critiche in tema di scelta e di nomina del consulente tecnico Auletta, F., La scelta del consulente tecnico d’ufficio nel processo civile come «Sache des Parteien», in www.judicium.it].
3. - B) Discorso sicuramente più rapido può essere riservato alla modifica in tema di sospensione su istanza di parte (art. 296 c.p.c.). Viene semplicemente precisato che tale sospensione non può essere disposta che per «una sola volta» e soltanto ove ricorrano «giustificati motivi», riducendone contestualmente la durata da 4 a 3 mesi. Simili novità servono esclusivamente a restringere l’operatività di un istituto che già nella vecchia formulazione aveva trovato scarsissima applicazione, atteso che le parti riescono a perseguire lo stesso risultato chiedendo un semplice rinvio d’udienza che normalmente si estende per un periodo ben più ampio dei 3 o 4 mesi previsti dall’art. 296 c.p.c.
4. - C) Ben più rilevanti le interpolazioni in materia di estinzione, segnatamente sul quarto comma dell’art. 307 c.p.c. La precedente lettera della legge disponeva, infatti, che l’estinzione, pur operando di diritto, dovesse essere eccepita dalla parte interessata prima di ogni altra sua difesa, con formula apparentemente contraddittoria. Tale contraddizione scompare nell’attuale testo poiché, ferma l’operatività di diritto, viene introdotta - rectius: reintrodotta, se si considera che identica soluzione caratterizzava l’originaria formulazione della norma, poi corretta dalla riforma del ’50 – viene introdotta, dicevamo, la sua rilevabilità, con conseguente dichiarazione, «anche d’ufficio». I primi commentatori non hanno gradito tale intervento legislativo [per tutti, Proto Pisani, A., La riforma del processo civile: ancora una legge a costo zero (note a prima lettura), in Foro it., 2009, V, 225]. La distonia cui si accennava in precedenza era, infatti, pienamente giustificabile. Il processo, pur estintosi a seguito dell’inattività delle parti, poteva dalle stesse essere “rianimato” non eccependo l’evento (in caso di “inattività cd. semplice”) o la tardività dell’atto sanante (in caso di “inattività cd. qualificata”). D’altronde, se entrambe le parti intendono proseguire nel giudizio – che normalmente ha oggetto diritti disponibili – perché sottrarre loro questa facoltà? Peraltro, non si è mancato di sottolineare come il nuovo sistema di rilevabilità dell’estinzione rischi paradossalmente di produrre in taluni casi l’effetto esattamente inverso rispetto a quello sperato. Salve eventuali prescrizioni e decadenze, non si può escludere, infatti, che la parte interessata finisca per promuovere un nuovo giudizio identico al precedente, col che si ottiene una duplicazione di processi laddove si intendeva garantire la ragionevole durata degli stessi. A tale censura si sottrae solo il caso di estinzione per inattività cd. “qualificata”, ove il mancato compimento dell’atto volto a eliminare un ostacolo alla decidibilità nel merito della causa avrebbe comunque condotto, anche sotto il vecchio regime, a una sentenza di rito. Le novità, per questa ipotesi, si riducono al fatto che, mentre la sentenza in rito garantiva alla parte l’effetto sospensivo della prescrizione (in giurisprudenza, da ultimo, Cons. St., sez. VI, 25 giugno 2008, n. 3229, in Giust. civ. Rep., 2008, voce Prescrizione e decadenza in materia civile, n. 24), con la nuova, necessaria sentenza di estinzione alla stessa parte residua il solo beneficio dell’interruzione della prescrizione conseguente alla proposizione della domanda (art. 2945 c.c.).
Sempre nell’ambito dell’interruzione del processo, altra novità interessa l’art. 300, quarto comma, c.p.c., ai sensi del quale se l’evento interruttivo riguarda la parte dichiarata contumace, il processo è interrotto anche quando l’evento viene documentato dall’altra parte, ipotesi che si aggiunge così a quelle della notificazione e della certificazione da parte dell’ufficiale giudiziario nella relazione di notificazione di uno dei provvedimenti di cui all’art. 292 c.p.c.
5. - D) Per quanto riguarda invece la disciplina delle nuove prove in appello, l’art. 46, diciottesimo comma, della legge di riforma puntualizza che il divieto di cui all’art. 345 c.p.c. si estende anche ai documenti, che, pertanto, potranno essere prodotti in appello solo se ritenuti dal collegio indispensabili per la decisione della causa. In verità, il legislatore si è qui limitato a recepire quanto già raggiunto in via interpretativa dalla giurisprudenza (da ultimo Cass. 17 giugno 2009, n. 14098), risolvendo così un contrasto ancora vivo solo in ambito accademico.
6. - E) Sempre nell’ottica della ragionevole durata del processo numerosi termini processuali vengono ridotti (art. 296 c.p.c.), più spesso dimezzati (artt. 297, 305, 307, terzo a quarto comma, 327, 353, secondo comma, c.p.c.), in due casi addirittura ridotti ad un quarto rispetto alla precedente estensione (artt. 307, primo comma, e 392 c.p.c.). L’intervento più importante è chiaramente quello che incide sul termine lungo per proporre impugnazione (art. 327 c.p.c.), che da un anno diviene di 6 mesi, ma non va sottovalutata la riduzione del termine per la riassunzione del processo interrotto (da 6 a 3 mesi: art. 305 c.p.c.).
7. - F) Di certo, tuttavia, l’innovazione di maggiore rilievo è rappresentata dall’introduzione del cd. “filtro” in cassazione (art. 47 l. n.69/2009). In queste brevi note non è possibile affrontare compiutamente le molteplici questioni – tecniche, di sistema, costituzionali - che questo nuovo istituto solleva. Per un’analisi esaustiva di tutti i profili non possiamo quindi che rinviare a quanto già espresso dalla dottrina [tra molti, Carratta, A., Il “filtro” al ricorso in cassazione fra dubbi di costituzionalità e salvaguardia del controllo di legittimità, in Giur. it., 2009, 1563 ss.; Costantino, G., Il nuovo processo in Cassazione, in Foro it., 2009, V, 301 ss.; Scarselli, G., Il processo in Cassazione riformato, ibidem, 310 ss.], mentre ci limiteremo in questa sede a qualche rapida osservazione.
Abrogato l’art. 366 bis sui “quesiti”, la legge di riforma introduce un filtro, ossia un momento iniziale del giudizio di cassazione, nel quale «apposita sezione» verifica la sussistenza dei presupposti per la pronuncia in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375, primo comma, nn. 1 e 5, c.p.c.: inammissibilità del ricorso, anche per l’assenza di uno dei motivi previsti dall’art. 360 c.p.c. (n. 1); manifesta fondatezza o infondatezza del ricorso principale o incidentale (n. 5). Contestualmente vengono ampliate le ipotesi di inammissibilità del ricorso per effetto dell’introduzione del nuovo art. 360 bis. Ai sensi della norma appena citata, il ricorso è altresì inammissibile: 1) quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa; 2) quando è manifestamente infondata la censura relativa alla violazione dei principi regolatori del giusto processo.
Il lessico tradisce la paternità non propriamente dotta. Il legislatore, sotto una rubrica che fa espressamente riferimento all’«inammissibilità», elenca, all’inverso, ipotesi di «infondatezza»; ciò avviene velatamente sub n. 1, con formula inequivoca sub n. 2, con l’originale conseguenza che il ricorso potrebbe essere dichiarato “inammissibile perché infondato”. Non è chi non veda quanta e quale sia la confusione: le questioni di ammissibilità appartengono al rito, quelle di fondatezza al merito.
Ad ogni modo, l’ipotesi di cui al n. 1 dell’art. 360 bis è funzionale al rafforzamento della funzione nomofilattica della Corte (art. 65 ord. giud.) a scapito del diritto – garantito costituzionalmente (art. 111, settimo comma, Cost.) – di ricorrere in cassazione per violazione di legge. L’auspicio è che si riesca a perseguire lo scopo senza violare la Carta [perplesso, a riguardo, Carratta, A., op. cit., 1565 ss., il quale evidenzia come la questione di legittimità costituzionale delle recenti norme coinvolga non solo l’art. 111, ma anche gli artt. 101, secondo comma, e 25 Cost.]. Quanto invece al n. 2, la norma pare intendere che il ricorso debba essere considerato ammissibile solo ove risulti manifestamente fondata la «censura relativa alla violazione dei principi del giusto processo», con l’effetto di incidere sull’ampiezza dei motivi di ricorso di cui all’art. 360 c.p.c. Ancora una volta la tensione con le norme costituzionali è evidente, ma la dottrina tende a fornire un’interpretazione assolutamente restrittiva delle nuove disposizioni tanto da sterilizzarne gli effetti [Ricci, G.F., La riforma del processo civile, Torino, 2009, 72, parla di «norma inutile»].
Ma altre incongruenze emergono dall’analisi dell’attuale giudizio di legittimità. La cruda lettera della legge induce a credere che quando la sezione filtro non dichiara inammissibile il ricorso, gli atti sono rimessi al primo presidente, che procede all’assegnazione alle sezioni semplici (art. 376, primo comma, c.p.c.); il relatore potrebbe a questo punto ritenere che ricorrano i presupposti per la pronuncia in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375, primo comma, nn. 2 e 3, c.p.c. (art. 380 bis, terzo comma, c.p.c.). L’interrogativo è il seguente: esiste una netta separazione di funzioni tra la “sezione filtro”, cui compete la decisione in ordine all’inammissibilità o manifesta fondatezza/infondatezza del ricorso (art. 375, primo comma, nn. 1 e 5, c.p.c.), e la sezione semplice “tabellarmente competente”, chiamata invece – ove ne ricorrano i presupposti - a ordinare l’integrazione del contraddittorio, a disporre la notificazione dell’impugnazione a norma dell’art. 332 ovvero che la stessa sia rinnovata, e infine a provvedere in ordine all’estinzione in ogni caso diverso dalla rinuncia (art. 375, primo comma, nn. 2 e 3, c.p.c.)? Rispondendo affermativamente avremmo un’“apposita sezione” che «potrebbe provvedere sulla ammissibilità, sulla manifesta infondatezza o sulla manifesta fondatezza del ricorso a contraddittorio non integro, in pendenza dei termini per la proposizione delle impugnazioni incidentali da parte di altri litisconsorti, ovvero anche in base a un ricorso irritualmente notificato» e che «non potrebbe dichiarare l’estinzione del processo. Il che è palesemente assurdo. Una ragionevole interpretazione della disciplina induce, quindi, a ritenere che la valutazione della ammissibilità, della manifesta infondatezza e della manifesta fondatezza del ricorso, nonché la pronuncia dei provvedimenti ordinatori e l’estinzione del processo siano destinate ad essere compiute vuoi dalla ‘apposita sezione’, vuoi dalla sezione tabellarmente competente» [Costantino, G., op. cit., 305].
Neppure può dirsi, infine, che il nuovo giudizio di cassazione rispetti quello stesso principio della ragionevole durata tanto sbandierato. Si pensi all’eventualità che dopo il “filtro” il ricorso passi alle sezioni semplici, il cui relatore opti - ex art. 375, primo comma, nn. 1, 2, 3 o 5, e 380 bis, terzo comma, c.p.c. - per il giudizio in camera di consiglio, al termine del quale, tuttavia, la Corte, ritenendo che non ricorrano i presupposti elencati dall’art. 375 c.p.c., rinvii alla pubblica udienza (art. 380 bis, quarto comma, c.p.c.). Non è escluso, in buona sostanza, che il “filtro” possa in certe occasioni finanche complicare il lavoro della Corte.
Scompare invece dalla disciplina del giudizio di cassazione l’ultimo comma dell’art. 385 c.p.c., in ragione dell’introduzione di un’equivalente norma di carattere generale nel libro I (art. 96, terzo comma, c.p.c.). Con l’occasione, si ricorda in questa sede un’interessante ordinanza della Corte costituzionale [C. cost. 23 dicembre 2008, n. 435, in www.cortecostituzionale.it e in Giur. it., 2009, pag. 2242, con nota di F. Maccario], chiamata a pronunciarsi sulla legittimità del vecchio art. 96 c.p.c., proprio nella parte in cui non prevedeva, a differenza dell’ultimo comma dell’art. 385 c.p.c. ora abrogato, la possibile condanna d’ufficio della parte soccombente a una somma equitativamente determinata. La Consulta ha dichiarato manifestamente infondata la questione.
8. - Le restanti innovazioni della riforma, sempre per quanto concerne il libro II, non sono invece strettamente connesse con l’esigenza di riduzione dei tempi del processo. Tra queste particolare rilievo assume il mutamento di disciplina che interessa l’art. 182 c.p.c., il cui secondo comma così oggi recita: «quando rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione ovvero un vizio che determina la nullità della procura al difensore, il giudice assegna alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l’assistenza, per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, ovvero per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa. L’osservanza del termine sana i vizi, e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono fin dal momento della prima notificazione». Tre sono le novità: in primo luogo, il giudice che rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione ovvero un vizio che determina la nullità della procura (non più può ma) deve assegnare un termine per la sanatoria del difetto riscontrato; in secondo luogo, compiuta l’attività richiesta nel termine perentorio, la sanatoria opera ex tunc, non invece, secondo quanto previsto in precedenza, ex nunc – restando invece incerta la sorte e gli effetti della stessa attività se compiuta fuori termine: sanatoria solo ex nunc? -; infine, il meccanismo sanante è esteso anche alle ipotesi di «vizio che determina la nullità della procura» e addirittura – così implicitamente abrogando il secondo comma dell’art. 125 c.p.c. - a quelle di inesistenza della stessa (ad esempio, ai casi di procura mai rilasciata o priva di sottoscrizione), come si evince dalla possibilità che il termine venga concesso, oltre che per la rinnovazione, anche per il rilascio della procura.
Due brevi considerazioni. Dal carattere obbligatorio della concessione del termine per la sanatoria dovrebbe discendere che un’eventuale omissione possa essere fatta oggetto di censura attraverso i normali mezzi di impugnazione. Inoltre, la norma, se sembra applicabile anche in appello ex art. 359 c.p.c., probabilmente non potrà operare nel giudizio di cassazione, la cui disciplina positiva difetta di una disposizione di rinvio alle norme dettate per il procedimento di primo grado.
9. – Ulteriori novità riguardano la disciplina delle notificazioni della sentenza e dell’impugnazione. Per quanto concerne la notificazione della sentenza, l’attuale art. 285 c.p.c. richiama le modalità dell’art. 170 c.p.c. senza però escludere, come in passato, il secondo comma della citata disposizione, concedendo così che in caso di procuratore costituito per più parti sia sufficiente la consegna a questi di una sola copia; del pari e con le medesime conseguenze, l’art. 170 c.p.c. è ora richiamato “in blocco” anche dall’art. 330 c.p.c. in tema di luogo di notificazione dell’impugnazione.
Le novità, se perseguono il meritevole obiettivo del superamento di certi ingiustificati formalismi, possono creare qualche inconveniente per il caso in cui la parte non voglia notificare la sentenza o l’impugnazione a tutte le parti per le quali è costituito l’unico procuratore. Ciò è perfettamente plausibile quando si sia in presenza di cause scindibili o indipendenti, nel qual caso è necessario che nella relata di notifica si specifichino la parti verso le quali è rivolta la notificazione dell’atto.
10. – Particolare interesse suscita anche il “calendario del processo” previsto dal nuovo art. 81 bis disp. att. c.p.c.: «il giudice, quando provvede sulle istanze istruttorie, sentite le parti e tenuto conto della natura, dell’urgenza e della complessità della causa, fissa il calendario del processo con l’indicazione delle udienze successive e degli incombenti che verranno espletati». La durata del processo acquista in questa maniera il carattere della “prevedibilità”, a condizione che i termini così fissati non vengano prorogati – su istanza di parte, anteriore alla loro scadenza, o d’ufficio - «per gravi motivi sopravvenuti». Non si possono non condividere le intenzioni del legislatore, ma l’istituto sembra disegnato per uffici giudiziari efficienti e che siano in grado di concentrare la trattazione di certe controversie in un breve lasso di tempo senza che questo comporti un irragionevole differimento delle attività istruttorie relative alle altre cause pendenti. Non è questa la situazione in cui versa la giustizia civile italiana, dove il carico di lavoro dei singoli magistrati finirà con molta probabilità per condizionare (negativamente) il “calendario” o ab initio o successivamente, giustificando così ampiamente quelle proroghe d’ufficio che la stringente formula dei «gravi motivi» sembra all’inverso voler limitare.
11. – In fine si ricorda il nuovo periodo che completa il primo comma dell’art. 444 c.p.c. Poiché la norma attribuisce al giudice del luogo di residenza dell’attore la competenza in materia di previdenza e assistenza obbligatorie, la riforma opportunamente precisa che «se l’attore è residente all’estero, la competenza è del tribunale, in funzione del giudice del lavoro, nella cui circoscrizione l’attore aveva l’ultima residenza prima del trasferimento all’estero ovvero, quando la prestazione dagli eredi, nella cui circoscrizione il defunto aveva la sua ultima residenza».
 
Pubblicato il  30/12/2009

 


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