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Il "filtro" al ricorso in Cassazione e la prima pronuncia delle Sezioni unite

di Antonio Carratta

1. Con l’ordinanza 6 settembre 2010, n. 19051 le Sezioni unite della Cassazione intervengono per la prima volta sul nuovo art. 360 bis c.p.c., la cui travagliata introduzione, avvenuta – come noto – con l’art. 47 della l. 69/2009 e fortemente auspicata dall’allora Primo Presidente Vincenzo Carbone (v. la Relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009 (Roma, 30 gennaio 2009), p. 79), ha inserito nuove ipotesi di inammissibilità del ricorso per Cassazione come «filtro» per l’accesso al giudizio di legittimità. E stabilisce che i nuovi vizi di inammissibilità del ricorso per cassazione, previsti dall’art. 360 bis c.p.c., introdotto dall’art. 47 l. 18 giugno 2009, n. 69, si applicano anche al regolamento di competenza, in quanto alla medesima conclusione la giurisprudenza della Corte era già pervenuta con riferimento all’abrogato art. 366 bis c.p.c.
In particolare, due sono i profili della disposizione che il provvedimento prende in considerazione: a) l’interpretazione della previsione contenuta nel n. 1 dell’art. 360 bis c.p.c., il quale letteralmente prevede che «il ricorso è inammissibile: 1) quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa»; b) l’applicabilità di questa previsione anche al regolamento di competenza.
A ciò si aggiunge la circostanza che alla pronuncia del provvedimento in esame i giudici delle Sezioni unite pervengono facendo applicazione dell’art. 363, 3° co., c.p.c., cioè enunciando un principio di diritto in materia di particolare rilevanza, nonostante che, nel caso di specie, le parti avessero rinunciato al proposto regolamento di competenza, determinando, così, l’estinzione del giudizio. Per arrivare a questo, tuttavia, i giudici delle Sezioni unite sono costretti ad affrontare altre rilevanti questioni, e cioè: c) quello della competenza a dichiarare l’estinzione del giudizio, laddove la rinuncia delle parti sia intervenuta, nell’ambito del procedimento camerale di cui all’art. 380 bis c.p.c., solo dopo che sia stato emesso il decreto di fissazione dell’adunanza collegiale in camera di consiglio; d) quello della possibilità che la Corte utilizzi il potere riconosciutole dall’art. 363, 3° co., c.p.c., nonostante che vi sia stata la rinuncia delle parti al ricorso proposto e la conseguente estinzione del giudizio.
 
2. Ancor prima di entrare nell’esame della decisione in epigrafe, merita di essere evidenziato anche il fatto che l’ordinanza in esame è stata deliberata il 6 luglio 2010 dalle Sezioni unite, presiedute dal Primo Presidente Carbone, mentre è stata sottoscritta e depositata in cancelleria il 6 settembre 2010, quando lo stesso Primo Presidente era stato già collocato a riposo. Il provvedimento non prende esplicitamente in considerazione la questione, facendo proprio, evidentemente, l’orientamento secondo cui una simile circostanza non va ad incidere sulla validità del provvedimento, in quanto «il momento della pronuncia della sentenza - nel quale il magistrato deve essere legittimamente preposto all'ufficio per potere adottare un provvedimento giuridicamente valido - va identificato con quello della deliberazione della decisione collegiale, mentre le successive fasi dell'iter formativo dell'atto, e cioè la stesura della motivazione, la sua sottoscrizione e la conseguente pubblicazione, non incidono sulla sostanza della pronuncia» (così Cass., sez. un., 12 maggio 2008, n. 11655, in Mass. Giur. It., 2008; Id., 20 luglio 2007, n. 16155, in Corr. Giur., 2008, 818, con nota di De Angelis; Id., 27 ottobre 2006, n. 23191, in Giur. it., 2007, 1995; nel senso che «in caso di collocamento in pensione, dimissioni, o comunque in tutte le ipotesi (diverse dal trasferimento ad altra sede o ad altro incarico) in cui il magistrato abbia cessato di fare parte dell’ordine giudiziario, la sottoscrizione della sentenza da parte del medesimo - pur non sussistendo un impedimento assoluto alla sua materiale apposizione - non è coercibile, e ben può essere rifiutata senza che egli ne debba rispondere penalmente o disciplinarmente», Id., 16 giugno 2003, n. 9616, in Corr. Giur., 2004, 910, con nota di Noviello, e in Giust. Civ., 2004, I, 127, con nota di Lipari).
E questo dovrebbe valere anche con riferimento all’iter formativo di detto provvedimento, e cioè la sua stesura, la sua sottoscrizione e la conseguente pubblicazione, così come disciplinato dagli artt. 132 e 133 c.p.c., che, dunque, sono stati ritenuti applicabili anche in questo caso.
 
3. Passando al contenuto del provvedimento, va subito rilevato come dalla sua lettura emerga chiaramente la volontà delle Sezioni unite di affermare il principio di diritto che hanno affermato sull’interpretazione del n. 1 dell’art. 360 bis. E, per arrivare a questo, non disdegnano di seguire un percorso che, nei suoi vari passaggi, non sempre appare pienamente persuasivo, come vedremo. Quasi che le Sezioni unite volessero offrire la loro autorevole interpretazione del n. 1 dell’art. 360 bis (e, a norma dell’art. 374, 3° co., c.p.c., sostanzialmente vincolante per la VI Sezione, istituita appositamente per l’applicazione dell’art. 360 bis dalla stessa l. 69/2009) (sul «vincolo interpretativo» derivante dal nuovo 3° co. dell’art. 374 c.p.c. rinviamo a Carratta, Sub art. 374, in Le recenti riforme del processo civile, Commentario a cura di Chiarloni, Bologna, 2007, I, 405 e segg.), per evitare che la stessa Sezione semplice pervenga a conclusioni diverse.
Ed in proposito, particolarmente significativo appare un passaggio della motivazione dell’ordinanza in esame, laddove le Sezioni unite introducono alcune considerazioni generali sulla funzione del nuovo istituto processuale nel nostro ordinamento, sebbene si tratti di considerazioni che non offrono alcun ulteriore argomento significativo a sostegno della decisione assunta.
Il riferimento è a quella parte della motivazione nella quale i giudici della legittimità si soffermano sull’opportunità del meccanismo del «filtro» all’accesso in Cassazione, osservando che esso si giustifica alla luce della convinzione, «che oggi ha guadagnato la larga maggioranza della dottrina» (così nel § 7.3. della motivazione), che si debba attuare «in nome del principio di effettività della tutela giurisdizionale, un adeguato bilanciamento tra diritto delle parti al ricorso per cassazione per violazione di legge, affermato dall’art. 111 Cost., e concreta possibilità di esercizio della funzione di giudice di legittimità, garanzia a sua volta del principio di eguaglianza del cittadino di fronte alla legge (art. 3 Cost.)». Ed aggiungendo che un tale bilanciamento sarebbe attuabile «solo con un impiego economico» del ricorso per Cassazione, «che per ragioni intrinseche alla funzione richiede d’essere esercitata da un numero di giudici tale da consentire e non impedire la formazione di indirizzi interpretativi dotati, oltre che di persuasività, di tendenziale stabilità» (ancora il § 7.3. della motivazione).
 
4. Come dicevamo, si tratta di considerazioni che non assumono alcuna rilevanza con riferimento alla decisione del caso in esame, essendo evidente che, dal punto di vista del «bilanciamento» di cui parlano le Sezioni unite, non si vede quale importanza rivesta la proposta «interpretazione» del n. 1 dell’art. 360 bis c.p.c. come presupposto per pronunciare la manifesta infondatezza del ricorso in sostituzione della prescritta pronuncia di inammissibilità dello stesso. Piuttosto, il riferimento al «bilanciamento» appare quasi come una excusatio non petita dell’introduzione del nuovo meccanismo processuale, una giustificazione preventiva della costituzionalità dell’operato del legislatore del 2009, volta a prevenire future eventuali eccezioni di illegittimità costituzionale dell’art. 360 bis c.p.c., che potrebbero essere sollevate dai giudici della Sezione VI, chiamata ad applicarlo direttamente.
Ma, se così fosse, ci pare che l’odierna pronuncia delle Sezioni unite ed il riportato passo della sua motivazione non sposti di una virgola il problema della conciliabilità dell’art. 360 bis c.p.c. con la garanzia costituzionale dell’art. 111, 7° co., Cost. Ed anzi, che proprio per valutare se il «bilanciamento» prospettato dalle Sezioni unite per giustificare la costituzionalità della nuova disposizione, diventa ancor più necessario che della questione si investano i giudici costituzionali.
E’ vero che, di recente, proprio con riferimento al nuovo art. 360 bis si è rilevato come l’obiezione posta dal richiamo dell’art. 111, 7° co., Cost. costituisca un’obiezione «di indubbio peso», ma si è anche aggiunto come essa sembri «viziata dal considerare isolatamente il settimo comma dall’art. 111 senza interpretarlo sistematicamente col principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, enunciato tra i principi fondamentali della nostra costituzione al primo comma dell’art. 3. Invero, in tanto ha senso che la nostra costituzione abbia costituzionalizzato il ricorso per cassazione per violazione di legge, in quanto abbia ritenuto che il ricorso per cassazione per violazione di legge fosse funzionale alla attuazione del principio di eguaglianza: e, lo si è visto, il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge può essere assicurato solo ove si introduca un idoneo filtro all’accesso in cassazione» (così Proto Pisani, Sulla garanzia costituzionale del ricorso per cassazione sistematicamente interpretata, in Foro It., 2009, V, 381 e segg., riprendendo quanto già sostenuto in precedenza in Id., Crisi della cassazione: la (non più rinviabile) necessità di una scelta, ivi, 2007, V, 122 e segg.; hanno sottolineato la rilevanza dell’uniforme interpretazione del diritto ai fini della salvaguardia del principio di uguaglianza anche Denti, L’art. 111 della Costituzione e la riforma della Cassazione, ivi, 1987, V, 228 e segg.; Montesano, Ricondurre la Cassazione al giudizio di legittimità?, in Riv. Dir. Proc., 1966, 623 e segg.).
E’ parimenti vero, però, che, nel dibattito dottrinale intorno all’introduzione di «filtri» all’accesso in Cassazione, la valutazione sulla loro utilità anche nel nostro ordinamento, in prospettiva de iure condendo, è stata condotta di pari passo con la diffusa convinzione che, a Costituzione invariata ed in presenza dell’art. 111, 7° co., Cost., una tale strada non sia costituzionalmente percorribile (in proposito rinvio a Carratta, Il “filtro” al ricorso in Cassazione fra dubbi di costituzionalità e salvaguardia del controllo di legittimità, in Giur. It., 2009, 1563 e segg.; Id., La Corte costituzionale ed il ricorso per cassazione quale “nucleo essenziale” del «giusto processo regolato dalla legge»:un monito per il legislatore ordinario, in Giur. It., 2010, 627 e segg.). E non lo fosse perché questa disposizione costituzionale senza dubbio «rappresenta un unicum nel quadro europeo, e […] condiziona fortemente l’attuazione di riforme in linea con quelle realizzate in altri paesi» (Denti, L’art. 111 della Costituzione e la riforma della Cassazione, in Foro It., 1987, V, 228).
Né si può trascurare, a questo proposito, il fatto che la convinzione, pure condivisa da parte della dottrina, secondo cui il rafforzamento della funzione nomofilattica (Franceschelli, Nomofilachia e Corte di cassazione, in Giust. e Cost., 1986, 39 e segg.; Senese, Funzioni di legittimità e ruolo di nomofilachia, in Foro It., 1987, V, 262 e segg.; E. Carbone, Quattro tesi sulla nomofilachia, in Pol. Dir., 2004, 599 e segg.; Chiarloni, Efficacia del precedente giudiziario e tipologia dei contrasti di giurisprudenza, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 1989, 118 e segg.; Id., Ruolo della giurisprudenza e attività creative di nuovo diritto, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 2002, 1 e segg.; Taruffo, Il vertice ambiguo. Saggi sulla cassazione civile, Bologna, 1991, 12 e segg.) della Corte Suprema assicuri meglio la certezza del diritto e l’uguaglianza di trattamento di casi simili non può non fare i conti, oggi, con la considerazione che è la nozione stessa di nomofilachia o di «uniforme interpretazione della legge» che richiede di essere rivisitata, in quanto, intesa nel senso presupposto dall’art. 65 ord. giud., rinvia necessariamente – come è stato opportunamente sottolineato da altra parte della dottrina - ad una ben precisa teoria dell’interpretazione, da tempo ormai superata (illuminante, in proposito, l’origine storica di questa nozione, che continua a trovare cittadinanza solo nel nostro ordinamento: v. Biscardi, voce «Nomophylakes», in Nss. Dig. It., XI, Torino, 1965, 312 e segg.). Essa, cioè, «presuppone che interpretare la legge significhi identificare il significato “oggettivo” delle norme e che compito del giudice sia per l’appunto di enucleare e “dichiarare” questo significato» (così Taruffo, La Corte di cassazione e la legge, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 1990, 362) e si ricollega ad «una visione autoritaria e fortemente accentrata della giustizia che è l’opposto di quella che possiamo trarre dalle pieghe di un ordinamento autenticamente democratico» (Verde, In difesa dello jus litigatoris (sulla Cassazione com’è e come si vorrebbe che fosse), in Riv. Dir. Proc., 2008, 10 e segg.), mentre il pluralismo contraddittorio della giurisprudenza costituisce l’inevitabile conseguenza del pluralismo di valori che si confrontano nella società ed una garanzia contro i rischi di involuzione autoritaria dell’organo chiamato a svolgere la c.d. funzione nomofilattica (così Chiarloni, Ruolo della giurisprudenza, cit., 10 e segg.).
 
5. Gli stessi giudici delle Sezioni unite, inoltre, nell’inserire in motivazione le considerazioni sopra richiamate tralasciano di rilevare che, in presenza della perentorietà dell’art. 111, 7° co., Cost. e stante la necessità di un simile bilanciamento fra principi entrambi costituzionalmente rilevanti, nel nostro ordinamento la funzione di individuare il grado di bilanciamento dei due principi costituzionali e di parziale sacrificio che inevitabilmente tale bilanciamento determina in almeno uno di essi, spetta solo alla Corte costituzionale e non certo al giudice della nomofilachia, al quale non altra funzione è riservata se non quella indicata dall’art. 65 ord. giud., ovvero – sulla scia dell’elaborazione di Calamandrei (Taruffo, La Corte di cassazione e la legge, cit., 352 e seg.; v. anche Franchi, La Cassazione secondo Calamandrei. Una rilettura, in Quaderni Fiorentini, n. 7, 1978, 565 e segg.) - «garantire l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale».
E se anche non si volessero riprendere la considerazione di Enrico Finzi, nella recensione ai volumi sulla Cassazione civile di Calamandrei, che «lo scopo della nomofilachia non [può] più essere nell’essenza stessa dell’Istituto» (così Finzi, Recensione a P. Calamandrei, La Cassazione civile, Milano-Torino-Roma, Bocca, 1920,in Arch. Civ., 1922, 107 ss., 123), certo non si può trascurare ciò che la stessa Corte costituzionale ha affermato a questo proposito nelle diverse occasioni nelle quali si è occupata della garanzia costituzionale dell’art. 111, 7° co., Cost. 
Come abbiamo già rilevato in altra occasione (Carratta, La Corte costituzionale ed il ricorso per cassazione, cit., 627 e segg.), i giudici costituzionali hanno offerto le utili indicazioni al fine di pervenire al «bilanciamento» cui si riferiscono oggi le Sezioni unite della Cassazione, affermando anche di recente in modo inequivocabile che – nel confronto fra la garanzia costituzionale del ricorso per cassazione, assicurata dall’art. 111, 7° co., Cost. e la funzione nomofilattica della Corte Suprema – debba senz’altro prevalere il profilo garantistico per le parti del giudizio (lo jus litigatoris), essendo il rimedio in questione quale componente essenziale dei principi del «giusto processo». In altri termini – hanno osservato i giudici costituzionali in maniera inequivocabile - «la garanzia del giudizio di cassazione si qualifica in funzione dell'art. 111 Cost., il quale […] non a caso continua a prevedere, quale nucleo essenziale del ‘giusto processo regolato dalla legge’, il principio secondo il quale contro tutte le sentenze ed i provvedimenti sulla libertà personale ‘è sempre ammesso il ricorso in cassazione per violazione di legge’» (così Corte cost., 9 luglio 2009, n. 207, in Giur. It., 2010, 627 e segg. con nostra nota). Ciò sta dunque a significare non soltanto che il giudizio di cassazione è previsto «come rimedio costituzionalmente imposto avverso tale tipo di pronunzie; ma, soprattutto, che il presidio costituzionale – il quale è testualmente rivolto ad assicurare il controllo sulla legalità del giudizio (a ciò riferendosi, infatti, l'espresso richiamo al paradigmatico vizio di violazione di legge) – contrassegna il diritto a fruire del controllo di legittimità riservato alla Corte Suprema, cioè il diritto al processo in cassazione» (così Corte cost., 28 luglio 2000, n. 395, in www.cortecostituzionale.it).
Non si vede, perciò, come possano i giudici delle Sezioni unite, senza tener conto degli approdi ai quali sono pervenuti i giudici costituzionali a proposito della garanzia costituzionale del ricorso per Cassazione, offrire la propria versione del bilanciamento in questione. In maniera più ortodossa – e rispettosa delle prerogative della Corte costituzionale – sarebbe opportuno che della questione venissero investiti i giudici costituzionali.    
 
6. Nel merito, l’ordinanza afferma il principio di diritto secondo cui l’art. 360 , perché manifestamente infondato, e non dichiarato inammissibile, se, al momento in cui la Corte pronuncia, la decisione di merito si presenta conforme alla propria giurisprudenza e il ricorso non prospetta argomenti per modificarla.bis n. 1 c.p.c. – nonostante la lettera della norma -va interpretato nel senso che il ricorso deve essere rigettato
E’ questo uno degli aspetti della nuova disposizione che maggiormente hanno interessato il dibattito sviluppatosi intorno ad essa (v., sull’evidenziazione dell’incongruenza del riferimento all’inammissibilità del ricorso in relazione all’art. 360 bis, Carratta, Il “filtro”, cit., 1563 e segg.).
Come già rilevavamo in sede di discussione sull’originario progetto di «filtro in Cassazione», presentato con un emendamento governativo nella discussione al Senato del 4 marzo 2009 sul d.d.l. 1441 bis, già approvato alla Camera,, «è insegnamento ormai risalente e diffuso che il vizio di inammissibilità del mezzo di impugnazione attenga all’insussistenza dei presupposti indicati dal legislatore per il corretto esercizio del diritto di impugnazione e non al merito dell’impugnazione proposta, che, piuttosto, richiede dal giudice dell’impugnazione una valutazione di fondatezza o infondatezza». Ed aggiungevamo che «con un escamotage linguistico abbastanza palese si pretende di far passare per vaglio di ammissibilità/inammissibilità del ricorso una valutazione che, invece, ha a che fare propriamente con il merito dell’impugnazione proposta» (Carratta, Le nuove modifiche al giudizio in Cassazione ed il «filtro» di ammissibilità del ricorso, in www.consiglionazionaleforense.it, § 4). Nello stesso senso, del resto, si era espresso il Parere del plenum del C.S.M. sul Disegno di legge n. 1441 bis A Camera dei Deputati, deliberato il 30 settembre 2008 (reperibile in www.csm.it; v. anche A.N.M., Osservazioni sul d.d.l. s/1082, 28 novembre 2008).
Non può sottacersi, però, il fatto che, quando le critiche alla non ortodossa formulazione della norma venivano mosse, si era in una fase nella quale la formulazione della norma poteva ancora essere corretta; mentre oggi, interpretare il riferimento testuale all’inammissibilità del ricorso, di cui al n. 1 dell’art. 360 bis, come manifesta infondatezza dello stesso significa – come sempre più spesso accade negli ultimi tempi (e basti ricordare, in proposito, ciò che è accaduto con riferimento all’interpretazione dell’art. 37 c.p.c. Il riferimento è a Cass., Sez. un., 9 ottobre 2008, n. 24883 ed a Cass., Sez. un., 30 ottobre 2008, n. 26019,in Giur. It., 2009, 1459 e segg., con nostra nota critica. V. anche, successivamente, Cass., Sez. un., 5 ottobre 2009, n. 21165, in Mass.Giur. It., 2009) – utilizzare la funzione nomofilattica per «riscrivere» le norme processuali. E trasformare la sanzione di inammissibilità del ricorso, impropriamente voluta dal legislatore, in decisione di merito sulla manifesta infondatezza dello stesso significa assimilare due profili che necessariamente vanno tenuti distinti: quello della valutazione di correttezza del ricorso formulato e di immunità dello stesso da vizi indicati dallo stesso legislatore e quello della valutazione nel merito delle contestazioni mosse dal ricorrente. Secondo il tradizionale insegnamento, infatti, la sanzione dell’inammissibilità dell’impugnazione ricorre o per carenza del potere di impugnare o per la presenza di vizi espressamente previsti dallo stesso legislatore e sempre determina l’impossibilità, per il giudice adito, di statuire sul merito (v., per tutti, Cerino Canova-Consolo, voce «Inammissibilità e improcedibilità: I) Dir. proc. civ.», in Enc. Giur. Treccani, XVI, Roma, 1995).
E certo non può essere sfuggito ai giudici delle Sezioni unite che questo di fatto comporta che, di fronte ad una fattispecie processuale sanzionata dal legislatore, sia pure impropriamente, con la declaratoria di inammissibilità, il giudice si sottrae all’applicazione della sanzione e ritiene pienamente ammissibile il ricorso, valutandone la manifesta infondatezza nel merito.  
Non v’è dubbio che oggi vi sia la consapevolezza che l’attività interpretativa della giurisprudenza racchiude in sé ineliminabili momenti di creazione del diritto, non potendosi essere limitata la funzione del giudice alla mitica bouche de la loi (Chiarloni, Un mito rivisitato: note comparative sul precedente giudiziale, in Riv. dir. proc., 2001, 614 e segg.; Id., Ruolo della giurisprudenza e attività creative di nuovo diritto, cit., 16 e segg.; Taruffo, Una riforma della Cassazione civile?, ivi, 2006, 755 e segg.; Alpa, La creatività della giurisprudenza. La giurisprudenza e le fonti del diritto, in Dizionario giurisprudenziale, a cura di Bessone, Torino, 1996, 105 e segg.). Ma da questo ad ammettere che, nell’attività interpretativa, il giudice prescinda totalmente dalla lettera della legge e dalla volontà del legislatore (dall’essere della norma) per arrivare a riscrivere ab imis la stessa norma come avrebbe dovuto essere o come si vorrebbe che fosse secondo lo stesso giudice chiamato ad applicarla il salto logico (prima ancora che giuridico) è troppo lungo per poter essere condiviso, alla luce sia dell’art. 102 Cost., che dell’art. 111, 2° co., Cost. e della riserva di legge assoluta nella disciplina dell’attività giudiziale.
Peraltro, la stessa interpretazione «correttiva» del testo normativo sembra essere alla base anche della seconda importante conclusione che emerge dall’ordinanza in commento, e cioè l’applicabilità dell’art. 360 bis anche al regolamento di competenza. A dire il vero, al fine di giustificare questa conclusione il provvedimento in esame richiama la soluzione accolta in relazione ai quesiti previsti dall’abrogato art. 366 bis c.p.c. (v., infatti, in questo senso Cass. 6 agosto 2009, n. 17974, in Foro it., Rep. 2009, voce Cassazione civile, n. 99; 20 marzo 2008, n. 7537, id., 2008, I, 1442, con nota di richiami). Ma si tratta di conclusione che, sebbene non pienamente suffragata dalla lettera dell’art. 360 bis c.p.c., che parla di «ricorso», appare ispirata all’esigenza di superare il dubbio di ragionevolezza alla quale si esporrebbe la norma, ove interpretata letteralmente e dunque ove si escludesse per i regolamenti di competenza e di giurisdizione l’applicabilità del «filtro» prevista, invece, per i ricorsi fondati sui motivi di giurisdizione o di competenza a norma dell’art. 360, 1° co., n. 1 e 2, c.p.c.
 
7. Molte perplessità, ancora, suscita l’applicazione dell’art. 363 c.p.c. nel caso di specie per arrivare ad affermare il principio di diritto sopra richiamato.
Come emerge chiaramente dal provvedimento in esame, presentato regolamento di competenza e fissata l’adunanza in camera di consiglio, le parti vi avevano rinunciato, validamente determinando l’estinzione del giudizio (invece, nel senso che «la rinuncia al ricorso per cassazione, espressa con atto sottoscritto dalla parte e dai suoi difensori, non notificato alle controparti costituite, non accettato da una di esse, né vistato dal difensore della stessa, è inidonea a determinare l’estinzione del processo ma consente la dichiarazione di inammissibilità dell’impugnazione», v. Cass. 18 febbraio 2010, n. 3876, id., 2010, I, 1799, con nota di richiami di C.M. Barone).
Ora, se ci si sofferma sull’art. 363 c.p.c. si comprende agevolmente che, mentre il P.G. può chiedere che la Corte enunci nell'interesse della legge il principio di diritto «quando le parti non hanno proposto ricorso nei termini di legge», quando «vi hanno rinunciato» o «quando il provvedimento non è ricorribile in cassazione e non è altrimenti impugnabile», ai sensi dell’art. 363, co. 3°, la Corte può provvedere anche d’ufficio soltanto «quando il ricorso proposto dalle parti è dichiarato inammissibile».
Sebbene qui si parli di «ricorso proposto dalle parti» giustamente sembra prevalere (anche presso la giurisprudenza della Corte) (v., infatti, per l’applicabilità dell’art. 363 c.p.c. in caso di inammissibilità del regolamento di giurisdizione proposto Cass., sez. un., 28 dicembre 2007, n. 27187, in Foro it., 2008, I, 778 e segg.; per la medesima conclusione con riferimento al regolamento di competenza Cass., sez. un., 12 maggio 2008, n. 11657) l’orientamento – cui si conforma anche la pronuncia in esame – che estende l’applicazione della norma anche ai regolamenti di giurisdizione e di competenza. In effetti anche in questo caso non sembra esservi una ragione plausibile per ammetterne l’applicazione quando il ricorso sia stato avanzato ai sensi dell’art. 360, 1° co., nn. 1 e 2 per ragioni di giurisdizione o di competenza e per escluderla quando la medesima questione sia oggetto di regolamento di giurisdizione o di competenza.
Piuttosto, il dubbio sul corretto modo di operare delle Sezioni unite emerge in relazione alla valutazione del presupposto della «inammissibilità» del ricorso avanzato, al fine di investire la Corte del potere di pronunciare d’ufficio il principio di diritto in materia di particolare importanza.
Certo, si è discusso, in dottrina, se il riferimento all’inammissibilità del ricorso, come presupposto per consentire alla Corte di fare applicazione di questa disposizione, vada limitato alle sole ipotesi in cui il ricorso risulti tale per la non impugnabilità del provvedimento (v. anche Cass., sez. un., 28 dicembre 2007, n. 27187, cit.) oppure se possa essere esteso a tutte le ipotesi in cui il ricorso risulti comunque inammissibile (così Sassani, Il nuovo giudizio di cassazione, in Riv. Dir. Proc., 2006, 230; Briguglio, Pluralità di riti e variazioni del rito innanzi alla Corte di cassazione, in Giusto Proc. Civ., 2007, 517; Reali, Sub art. 363, in La riforma del giudizio di Cassazione, cit., 179 segg.) (e probabilmente anche quando venga dichiarato improcedibile) (come ha ritenuto Cass., 21 maggio 2007, n. 11682; v. anche Balena, Elementi di diritto processuale civile, II, Bari, 2007, 426). Ma non si è mai dubitato sull’inapplicabilità del 3° co. dell’art. 363 c.p.c. quando il ricorso sia stato rinunciato dalle parti ed il giudizio estinto.
E dunque, nel caso che ha portato alla pronuncia in commento, mancavano i presupposti perché la Corte pervenisse correttamente all’applicazione del 3° dell’art. 363 c.p.c. Infatti, dando rilevanza alla rinuncia all’istanza di regolamento e mancando una richiesta del P.G. di pronunciare un principio di diritto nell’interesse della legge a norma del 2° co. del medesimo art. 363, non può esserci dubbio sul fatto che le Sezioni unite abbiano usato in maniera distorta il potere di pronunciare il principio di diritto. E’ acquisizione indiscussa, infatti, che, in caso di rinuncia all’impugnazione, venga meno il potere-dovere del giudice della legittimità di pronunciare sulla proposta domanda di cassazione del provvedimento impugnato (v., per tutti, Calamandrei-Furno, voce «Cassazione», in Nss. Dig. It., II, Torino, 1968, 1089).
Né convince il ragionamento offerto dal provvedimento in esame, quando rileva che, se la rinuncia sopravviene quando è stata già fissata l’adunanza in camera di consiglio, il potere di dichiarare l’estinzione appartiene al collegio e non al presidente, ai sensi dell’art. 391 c.p.c., perché quest’ultimo ha esaurito il suo compito. E di conseguenza, che «ciò che alla Corte è possibile anche quando il ricorso che le è stato rivolto non ha determinato la condizione perché dovesse pronunciarsi sul fondo dei motivi, non può essere impedito dalla rinunzia ad un ricorso, ammissibile o inammissibile che sia, dato che non si tratta di far esercizio del potere di giudicare con effetti sul concreto diritto dedotto in giudizio, che è ciò che la rinunzia al ricorso invece preclude di fare».
In realtà, se si mette in relazione l’art. 391 c.p.c. con l’art. 375, n. 3, c.p.c. emerge con chiarezza che l’intendimento del legislatore è esattamente opposto a quello assunto dalle Sezioni unite. Ed infatti, mentre l’art. 391 c.p.c. prevede che «sulla rinuncia e nei casi di estinzione del processo disposta per legge, la Corte provvede con sentenza quando deve decidere altri ricorsi contro lo stesso provvedimento, altrimenti provvede il presidente con decreto», l’art. 375, n. 3, c.p.c. si limita ad affidare alla pronuncia con ordinanza in camera di consiglio, sia a sezioni unite che a sezioni semplici, soltanto «l’estinzione del processo in ogni caso diverso dalla rinuncia».
Peraltro, non può essere sottaciuto il fatto che, in precedenza, gli stessi giudici della legittimità hanno evidenziato come «l’esercizio del potere officioso della corte di cassazione di pronunciare, ai sensi dell’art. 363, co. 3°, c.p.c., il principio di diritto quando il ricorso è inammissibile non si concilia con il rito camerale di cui agli art. 375 e 380 bis c.p.c., atteso che tale rito costituisce uno strumento acceleratorio del giudizio per l’esercizio di ben definite tipologie decisionali (art. 375c.p.c., nn.1-5), tra le quali non rientra l’enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge» (v. Cass., sez. lav., 31 dicembre 2009, n. 28327, in Mass. Giur. It., 2009). Aspetto, questo, sul quale le Sezioni unite osservano il più assoluto silenzio.
 
8. In conclusione, il provvedimento in esame fa sorgere non pochi dubbi sulla persuasività delle conclusioni alle quali perviene e sulla corretta valutazione di sussistenza dei presupposti per pronunciarlo in applicazione dell’art. 363, 3° co., c.p.c. Ed è auspicabile che sugli aspetti critici del provvedimento, evidenziati nelle pagine che precedono, le stesse Sezioni unite pervengano in futuro a più meditate e persuasive conclusioni.
Se poi si volesse limitare l’attenzione al contenuto del principio di diritto enunciato con riferimento al n. 1 dell’art. 360 bis c.p.c., viene da chiedersi, sommessamente, se il legislatore, nella formulazione dell’art. 360 bis, c.p.c. e nell’introduzione di un sistema di selezione dei ricorsi così approssimativo, poco meditato e di dubbia «tenuta» costituzionale, non sia stato fin troppo precipitoso e poco attento al delicato quadro normativo che andava a modificare.
Il quesito appare ancor più legittimo se si considera che, al risultato al quale oggi pervengono le Sezioni unite, attraverso un’evidente «forzatura» del testo dell’art. 360, n. 1, c.p.c. (ed altri non meno rilevanti «forzature» dell’art. 363), i giudici della Suprema Corte potevano agevolmente pervenire (così come sono già pervenuti nel passato) (v., ad es., Cass., sez. un., 4 luglio 2003, n. 10615, in Giur. It., 2004, 25 e segg., con nota di Lupano) attraverso l’applicazione dell’art. 375 n. 5 c.p.c. E senza aspettare di avere una norma come l’art. 360 bis, che, oltre ad apparire di difficile conciliabilità con l’art. 111, 7° co., Cost., appesantisce ulteriormente il giudizio di legittimità, imponendo il passaggio obbligato dei ricorsi dalla nuova Sezione «filtro», e – soprattutto - sottrae alle Sezioni semplici competenti la decisione nel merito di manifesta infondatezza del ricorso proposto avverso un provvedimento pronunciato in conformità alla giurisprudenza della Cassazione e, di conseguenza, la possibilità che siano queste a valutare se l’esame dei motivi dedotti offra oppure no elementi per mutare detta giurisprudenza.
E dunque, much ado about nothing?
In realtà, anche dall’esame della pronuncia odierna si ricava l’impressione che, con le più recenti riforme, in nome dell’efficienza della Cassazione e del rafforzamento della sua funzione nomofilattica, si siano volute introdurre modifiche – a cominciare proprio dall’art. 360 bis - che, da un lato, ne alterano profondamente l’identità e la funzione nel contesto delle garanzie costituzionali, e, dall’altro lato, ne modificano sensibilmente la stessa articolazione «interna» ed il tradizionale modo partecipativo e dialettico di formazione della sua giurisprudenza.

Pubblicato il  13/01/2011


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