Questo sito contribuisce all'audience di

Il «filtro» al ricorso in Cassazione e i dubbi di costituzionalità.

di Antonio Carratta

1. I continui e spesso improvvisati interventi legislativi degli ultimi anni sul processo civile ci hanno abituato, ormai, a prodotti normativi decisamente scadenti. E tuttavia, una cosa è la forma non eccelsa dei nuovi testi normativi, altra cosa la situazione che si determina quando dietro la cattiva qualità del testo si profila anche un’incisione di garanzie processuali costituzionalmente garantite. E’ quel che accade con l’art. 48 del d.d.l. 1441-bis B, approvato dalla Camera il 29 aprile 2009 e frutto di un emendamento votato all’unanimità in Commissione Giustizia, in una formulazione che sostituisce integralmente quella approvata in prima lettura dalla stessa Camera il 2 ottobre 2008 e dal Senato, ma con modifiche, il 4 marzo 2009.

Nell’attuale formulazione, che tiene conto di alcune delle numerose critiche mosse al precedente testo, si prevede che tutti i ricorsi in Cassazione (ad eccezione di quelli di competenza delle Sezioni Unite, a norma dell’art. 374 c.p.c.) passino al vaglio di una «apposita Sezione», di nuova istituzione, la quale sarà chiamata a valutare se sussistono le condizioni per dichiararli - con procedimento in camera di consiglio - inammissibili, manifestamente fondati o manifestamente infondati. Ne deriva che tutti i ricorsi avanzati – ad eccezione, ripeto, di quelli di competenza delle Sezioni Unite – siano indirizzati non alle Sezioni semplici di cui si compone la Corte di Cassazione, per essere da queste decisi, ma ad una Sezione ad hoc (una sorta di Sezione-«filtro») perché ne valuti il solo profilo dell’inammissibilità e della manifesta fondatezza o infondatezza.
Si prevede, inoltre, che detta Sezione debba comunque dichiarare inammissibile il ricorso quando lo stesso: 1) sia stato avanzato nei confronti di un provvedimento del giudice di merito che abbia deciso in maniera conforme alla giurisprudenza della Corte, a meno che non ritenga opportuno che la Corte (una delle Sezioni semplici) si pronunci nuovamente per mutare o confermare il proprio orientamento; 2) nel ricorso vengano denunciate violazioni, ad opera dei giudici di merito, dei principi regolatori del «giusto processo» manifestamente infondate (così il nuovo art. 360 bis c.p.c.).
Infine, si stabilisce che di tutti quelli vagliati dall’«apposita Sezione», quelli dichiarati «non inammissibili» ritornino al Primo Presidente, il quale provvederà ad assegnarli ad una delle Sezioni semplici per essere da questa decisi.
Con la nuova formulazione alcuni difetti (anche di rilevanza costituzionale) della precedente sono stati superati, ma continuano a permanerne altri già evidenziati [Carratta, Le nuove modifiche al giudizio in Cassazione ed il «filtro» di ammissibilità del ricorso, Relazione al IV Congresso di aggiornamento del C.N.F. (Roma, 20 marzo 2009), in www.consiglionazionaleforense.it] e che qui vanno ribaditi, mentre ulteriori ne emergono proprio con riferimento alla nuova versione dell’art. 48 del citato d.d.l. approvato dalla Camera il 29 aprile 2009. Il disegno che sta dietro una norma come questa è evidente: intervenendo sul profilo dell’inammissibilità del ricorso, e dunque su un istituto che tradizionalmente è connesso all’insussistenza dei presupposti per esercitare l’impugnazione, si vorrebbe – in nome di una malinteso concetto di nomofilachia – limitare di fatto il diritto al ricorso per cassazione, nonostante l’inequivocabile formulazione dell’art. 111, 7° co., Cost. («Contro le sentenze … è sempre ammesso ricorso per cassazione per violazione di legge»)..Ma al di là del profilo – certo non secondario e non trascurabile del contrasto della nuova disposizione con l’art. 111, 7° co., Cost. - ulteriori problemi emergono sia con riferimento al suo coordinamento con altre disposizioni del codice di procedura civile, ed in particolare con gli artt. 360, 366 e 375, sia – e soprattutto – con le garanzie costituzionali degli artt. 3, 24, 2° co., 25, 1° co., 101, 2° co., 111, 1° e 7° co., Cost.
 
2. Anzitutto, il nuovo art. 360 bis parla di inammissibilità del ricorso e la volontà del legislatore sembra orientata a consentirne l’applicazione solo all’inammissibilità dell’intero ricorso. Se così è, ne deriva che la nuova disposizione è destinata ad avere un ambito applicativo limitato, soprattutto con riferimento ai ricorsi contenenti una molteplicità di motivi; e determina un effetto «perverso» decisamente contrario al principio della «ragionevole durata» del processo dell’art. 111, 2° co., Cost. Ed infatti, tutti i ricorsi avanzati (ad esclusione di quelli da sottoporre alla decisione delle Sezioni Unite a norma all’art. 374) e solo parzialmente inammissibili (la maggior parte, probabilmente) dopo l’esame dell’«apposita Sezione» sono costretti a ritornare al Primo Presidente per essere assegnati ad una delle Sezioni semplici, la quale – evidentemente – dovrà ripetere l’esame sull’ammissibilità. Per la maggior parte dei ricorsi, dunque, si profila una duplice valutazione di ammissibilità: una prima, davanti alla Sezione-«filtro», per verificare se l’intero ricorso possa essere dichiarato inammissibile ex art. 360 bis (e del tutto inutile ove questa verifica dovesse sortire esito negativo); una seconda, davanti alla Sezione semplice, alla quale il ricorso verrà assegnato una volta che la Sezione-«filtro» abbia escluso la sua inammissibilità.
Un secondo problema attiene alla corretta individuazione dei presupposti ai quali l’art. 360 bis subordina l’ammissibilità del ricorso. In proposito, non si può non rilevare come esso parli di inammissibilità con riferimento ad ipotesi che non riguardano affatto l’insussistenza dei presupposti per il corretto esercizio del diritto di impugnazione, come normalmente accade quando si tratti effettivamente di valutare la presenza di un vizio di inammissibilità dell’impugnazione.
Nel nuovo art. 360 bis, piuttosto, con un escamotage linguistico si fa passare per vaglio di inammissibilità del ricorso una valutazione che attiene propriamente al merito dell’impugnazione proposta. Senza considerare, poi, che manca qualsiasi puntuale predeterminazione – tanto più necessaria vista la limitazione di una garanzia costituzionale che ne deriva - i criteri ai quali deve attenersi la Sezione-«filtro» per valutare l’inammissibilità (rectius: la manifesta infondatezza) del ricorso. E questo, oltre che rilevare con riferimento all’art. 111, 7° co., in quanto rimette alla valutazione puramente discrezionale del collegio la scelta se consentire o meno una decisione nel merito del ricorso proposto, rileva anche con riferimento sia al principio di uguaglianza dell’art. 3 Cost., in quanto si consente alla Sezione-«filtro» di valutare in maniera differente situazioni identiche, sia alla riserva di legge di cui all’art. 111, 1° co., Cost., in quanto i criteri di valutazione non sono predeterminati dal legislatore, ma rimessi al «fai-da-te» del collegio decidente.
In terzo luogo, non può essere trascurato il rischio di una profonda restrizione del controllo di legittimità che è insito nella nuova disposizione. Si pensi, anzitutto, all’ipotesi in cui il ricorso interessi una sentenza che abbia deciso «questioni di diritto» (sostanziale) in modo conforme ai precedenti della Cassazione, ma eventualmente errando per altri profili (come, ad es., l’applicazione della norma sostanziale alla fattispecie concreta). Stando alla formulazione del n. 1 dell’art. 360 bis anche in questo caso il ricorso potrebbe essere dichiarato inammissibile dalla Sezione-«filtro», precludendo – di conseguenza - la possibilità del ricorrente di ottenere il controllo sulla «violazione di legge» del giudice del merito, in contrasto con l’art. 360 c.p.c. e - di riflesso – con l’art. 111, 7° co., Cost. O ancora, si pensi a quanto prevede il n. 2 del nuovo art. 360 bis (il ricorso è inammissibile se risulta manifestamente infondata la denuncia di violazione di principi regolatori del giusto processo). Per come formulata, la disposizione potrebbe indurre a ritenere che il ricorso fondato sulla violazione di norme processuali vada dichiarato inammissibile dalla Sezione-«filtro» laddove la denunciata violazione (avanzata ai sensi dei n. 2, 4 o 5 dell’art. 360 c.p.c.) non appaia manifestamente fondata.
 
3. Infine, va anche detto che l’attribuzione delle funzioni di «filtro» dei ricorsi ad una «apposita Sezione» di nuova istituzione, se consente di superare alcuni problemi, anche di rilevanza costituzionale, che erano stati prospettati con riferimento alla precedente formulazione dell’art. 360 bis ed alla prevista formazione di un collegio ad hoc (composto da tre magistrati), essa inevitabilmente ne solleva di nuovi. E’ vero che alla sua composizione «sono chiamati, di regola [ovvero, non necessariamente], magistrati appartenenti a tutte le Sezioni». Ma, per i compiti della Sezione ad hoc e per l’indeterminatezza dei criteri ai quali viene ricollegato il loro esercizio, si profila una sostanziale incisione del principio del giudice naturale precostituito per legge dell’art. 25 Cost. Se si tiene presente quanto detto in precedenza a proposito della valutazione sostanzialmente di merito della Sezione-«filtro», che sta dietro la formulazione del nuovo art. 360 bis, pur apparentemente e formalmente incentrata su profili di inammissibilità, e se si considera che, comunque, ad essa viene attribuito anche il potere di decidere il ricorso per manifesta fondatezza o infondatezza, ci si rende agevolmente conto del fatto che è la stessa valutazione della Sezione ad hoc a condizionare l’individuazione del giudice competente a decidere nel merito. Determinando, di fatto, la possibilità che il «giudice naturale» (nel caso di specie, la Sezione alla quale spetta la decisione nel merito del ricorso, che normalmente viene individuata sulla base dei criteri prestabiliti dalla tabella deliberata dal C.S.M.) non risulti «predeterminato per legge», così come impone l’art. 25 Cost. (che rileva – come ha riconosciuto la Corte costituzionale – anche per quanto riguarda la determinazione del giudice-persona: sent. 23 dicembre 1998, n. 419; 25 luglio 2002, n. 393), ma rimesso alla valutazione che di volta in volta compirà la Sezione-«filtro». E basti pensare, in proposito, ai ricorsi in materia di controversie individuali di lavoro o previdenziali. Ai sensi dell’art. 19 l. n. 533 del 1973, la competenza «naturale», predeterminata dal legislatore, a decidere questi ricorsi spetta esclusivamente alla Sezione-lavoro della Corte; ma questa «predeterminazione» soccombe alla valutazione che la Sezione-«filtro» faccia di sussistenza dei presupposti per dichiarare inammissibile (rectius: manifestamente infondato) ex art. 360 bis il ricorso oppure per dichiararlo manifestamente fondato o infondato ex art. 375, n. 5 c.p.c.
Stupisce, allora, che in una materia così delicata il legislatore abbia seguito ostinatamente la rotta intrapresa e stupisce ancor più l’ampia adesione che questa soluzione ha avuto in sede parlamentare (nella seduta della Camera del 29 aprile 2009, l’art. 48 del d.d.l. citato è stato approvato con 416 voti favorevoli ed un solo astenuto, rispetto a 417 votanti). Altre soluzioni ci sono e possono essere sperimentate – in linea con quanto hanno fatto altri ordinamenti vicini al nostro (e penso soprattutto a quello francese ed alle formations restreintes) - nell’alveo delle competenze specifiche di ciascuna Sezione, oltre che nell’organizzazione interna alla stessa Corte. Ma - quale che sia la soluzione preferita - essa ha da essere conforme ai principi costituzionali. Si ha la netta sensazione, invece, che in questo caso il nostro legislatore abbia confuso il mezzo con il fine e, cedendo pericolosamente e troppo precipitosamente alla sollecitazione di limitare ad ogni costo l’accesso al giudizio in Cassazione, abbia trascurato che qui il fine non era quello di introdurre un «filtro» purchessia, ma di trovare il modo di far funzionare al meglio il controllo di legittimità voluto dal legislatore costituzionale.


Pubblicato il 6/07/2009


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata