Flat Tax

di Francesco Corda

La Flat Tax è uno fra gli strumenti di natura fiscale indicati dal nuovo Governo tale da consentire di superare la crisi economica.

Senza pretesa di completezza si proveranno a chiarire, analizzandoli sinteticamente, gli elementi caratterizzanti del tributo nella sua definizione teorica, sfiorando la vexata questio della sua interpretazione e applicazione concreta.

 

Il dibattito economico - politico

L’ingresso nel dibattito pubblico della cosiddetta flat tax (imposta ad aliquota piatta) non è una novità, risalendo, infatti, almeno agli anni Ottanta del secolo scorso ed alla teorizzazione degli economisti americani Robert Hall e Alvin Rabushka, sulla scorta di quella formulata qualche decennio prima da Milton Friedman.

Invero il dibattito sulla flat tax viene ravvivato ciclicamente soprattutto in occasione delle scadenze elettorali – da proposte che sostengono politiche liberiste - ed anche in Italia la questione si era già venuta a porre alle elezioni del 1994, quando “tassa piatta” era stata inserita nel programma economico di Forza Italia, per poi essere riproposta nel D.d.L. presentato il 15 giugno 2015 alla Camera dei Deputati dalla Lega Nord, ed infine nella seconda parte del 2018, quando il nuovo Governo insediato ha dovuto dar seguito alle promesse fatte agli elettori nel corso dell’ultima campagna elettorale.

Ad oggi lo scontro appare fortemente polarizzato e gli argomenti stereotipati, tanto da non ammettere un’analisi obiettiva finalizzata ad evitare le radicalizzazione, necessaria, invece, al fine di evidenziare quelle che potrebbero essere le implicazioni dell’imposta.

 

La Flat Tax e la sua diversa interpretazione

La flat tax è un imposta con aliquota formale unica, invariante all’aumentare della base imponibile ed indica un modello impositivo applicabile al reddito personale degli individui. Imposta che, quindi, dovrebbe sostituire o riformare completamente la disciplina dell’IRPEF.

I sostenitori del modello impositivo generalmente individuano gli aspetti positivi dell’imposta nella forte semplificazione del sistema (basti pensare che si passerebbe da un sistema multi aliquota come quello odierno ad una aliquota unica) ed un allargamento della base imponibile. Allargamento determinato, sia dalla diminuzione delle deduzioni e detrazioni (agevolazioni in senso atecnico che permettono diminuzione dell’imponibile sulla base della situazione soggettiva del contribuente), sia soprattutto dall’incentivo al lavoro e alla produzione, derivante proprio dalla aliquota bassa ed uniforme. Inoltre, proprio la diminuzione dell’aliquota comporterebbe, sul medio e lungo termine, un ulteriore allargamento dei redditi tassabili, perché diventerebbe meno conveniente evadere ed eludere l’imposta.

I detrattori, invece, fondano le loro critiche sul fatto che non è dimostrabile che una minore imposta sui più ricchi gioverebbe anche la classe media grazie all’espansione economica che ne seguirebbe, facendo così venir meno anche il presunto recupero di gettito determinato dall’allagamento della base imponibile.

Inoltre la flat tax, secondo questi ultimi, tradirebbe il compito redistributivo per ben due volte: in primo luogo non assicurando un gettito sufficiente per l’attuazione delle politiche sociali, e in secondo luogo facendo pesare i carichi pubblici maggiormente, in termini percentuali, sui cittadini meno abbienti.

Infine, ma forse punto ancora più centrale, è che la flat rate tax sarebbe in contrasto con il principio di progressività sancito dall’art. 52, 2 comma, della Costituzione. Proprio su questa critica che bisognerà soffermarsi in particolare.

 

La progressività del sistema tributario ed il problema costituzionale della Flat Tax

Il comma secondo dell’articolo 53 della Costituzione recita che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Essa deve essere, quindi, intesa come “svolgimento ulteriore, nello specifico campo tributario, del principio di uguaglianza collegato alla rimozione degli ostacoli economico – sociali esistenti di fatto alla libertà e alla uguaglianza dei cittadini – persone umane” (così C. cost., 7.2.2000, n.34).

Sostanzialmente esprime un criterio di giustizia della tassazione fondato sulla ricerca di una effettiva eguaglianza del sacrificio dei contribuenti più ricchi rispetto a quelli meno ricchi, assumendosi che il prelievo percentualmente più elevato a carico dei primi incida su risorse destinate ad impieghi “meno vitali” di quelle che servono alle fasce più povere che per questo soggiacciono ad una minore decurtazione.

La norma parla di “sistema tributario” indicando una direttiva sull’andamento del sistema impositivo generale, per cui nulla impedisce che un singolo tributo possa non essere progressivo. Quando si parla di flat tax nei termini di imposizione personale sul reddito delle persone fisiche è ovvio che bisogna fare i conti con la norma costituzionale, visto che tale imposta è quella che genera maggior gettito e quindi influenza maggiormente il sistema tributario tout court.

Ebbene, i sostenitori della flat tax interpretano l’imposta come perfettamente conforme alla Costituzione se applicata in concreto con degli accorgimenti dettati anche dalla personalità del tributo come sua caratteristica precipua.

Innanzitutto scartando l’idea che un imposizione flat non preveda una soglia di esenzione del minimo vitale. E ciò in quanto tale quota non individua alcuna attitudine alla contribuzione per cui non può scontare alcun tipo di imposta indipendentemente da quale sia l’aliquota. Così si verrebbe a creare un assetto a due aliquote (una pari a zero e l’altra flat) dagli effetti progressivi.

Se non ciò non bastasse a garantire la progressività del tributo fisso contribuirebbero le deduzioni, possibilmente decrescenti all’aumentare del reddito e legate perlopiù ai carichi familiari o alla situazione personale.

Attraverso tali meccanismi calibrati si garantirebbe costituzionalmente l’imposta, oltre a ripristinare l’equità orizzontale dei redditi e avvantaggiare i redditi “guadagnati”. Infine, sempre i sostenitori della flat tax individuano come elementi che aumenterebbero la progressività del sistema l’introduzione, al di sopra di una certa soglia, di un’imposta generale sul patrimonio con una rivitalizzazione di quelle sulle donazioni e successioni attraverso una riforma delle aliquote e franchigie.

 

Conclusioni

In questo forte dibattito politico – economico si è inserita la riforma fiscale proposta per il 2019, riforma che però non prevede modifiche di sistema radicali.

Nella nota di accompagnamento al Def, infatti, la flat tax non è rivolta a tutti contribuenti, ma esclusivamente ai percettori redditi derivanti da partite Iva i cui ricavi annuali non superino i 65.000 euro.

Il nuovo sistema non sarebbe applicabile ai redditi risultanti da partecipazioni societarie, quindi riguarderebbe solo ai redditi percepiti da ditte individuali e professionisti.

Per cui la flat tax proposta è in realtà un ampliamento del regime forfettario già esistente, con l’unica e determinante differenza che il limite dei ricavi entro i quali dovrebbe applicarsi detto regime di vantaggio dovrebbe essere innalzato a 65.000 euro.

Non si può sapere se questo sarà un primo passo verso una riforma del sistema fiscale, ma vi sono comunque i presupposti perché il dibattito sull’eventualità dell’istituzione di una flat tax che informi il sistema tributario proceda.

 

pubblicato il 10/10/2018


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