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Interpretazione del giudice penale tra regole probatorie e regole decisorieClaudio Papagno
Interpretazione del giudice penale tra regole probatorie e regole decisorie
Giuffrè, Milano, 2009

In tempi di robuste e disomogenee oscillazioni legislative nella materia processuale penale, l’interpretazione del giudice penale assume sempre maggiore rilevanza, proprio laddove è più incisiva la portata delle norme processuali sui beni giuridici di particolare interesse per l’ordinamento giuridico, come le regole probatorie e le regole decisorie.
Guidati dalle disposizioni normative e dall’ispirazione di fondo del codice di rito, questo studio indugia sul ruolo del giudice penale, sulle cui prerogative verte la tenuta dell’intero assetto processuale, nell’ambito del procedimento probatorio e del procedimento decisionale.
È noto come siffatti procedimenti rappresentino i punti di più decisa rottura con il sistema previgente, ispirato alla logica inquisitoria. Il tutto nell’esigenza di ricercare la verità materiale sul cui altare non si esitano a sacrificare le garanzie più elementari.
Nel nuovo assetto processuale, potrebbe apparire, prime facie, sminuita la figura del giudice, marginalizzata ad un ruolo di terzietà con pochi ed eccezionali poteri probatori. Di qui, la spinta verso un ruolo del giudice penale sempre meno arbitro e sempre più protagonista della vicenda probatoria, con chiare implicazioni nella fase decisionale ove si proiettano gli inevitabili condizionamenti che il giudice assume nella formazione della prova.
Non è un caso che tutte le modifiche al codice di rito che si sono succedute all’indomani dell’entrata in vigore dello stesso siano state, per lo più, ispirate ad una logica di “recupero” dei poteri probatori del giudice. Si vedano, ad esempio, gli artt. 421-bis e 422 c.p.p. in tema di poteri istruttori del giudice nell’udienza preliminare, gli artt. 438, comma 5 e 441 c.p.p. per le prerogative probatorie nel giudizio abbreviato, per non dire delle leggi di natura emergenziale che hanno letteralmente “corrotto” la sistematicità del tessuto codicistico.
L’opera, in questo senso, mette efficacemente in evidenza come il ruolo che l’attuale sistema processuale di stampo accusatorio assegna al giudice sia tutt’altro che marginale: si delinea una fondamentale ed imprescindibile funzione di garante della legalità processuale che non si esplica nel semplice controllo delle “regole del gioco”, bensì nella esigenza di recuperare il valore della certezza processuale, onde assicurare la credibilità dell’intero sistema.
Consci dell’inidoneità del dettato normativo offerto dal codice di rito penale rispetto alle caratteristiche ispiratrici dello stesso, è apparso utile cimentarsi con lo studio dell’attività interpretativa del giudice, guidati dai principi generali del nostro sistema processuale.
È indubbio che i principi partecipino degli stessi connotati genetici delle regole; sono anzi essi stessi norme, seppure con carattenstiche del tutto particolari. È altrettanto indubbio, però, che essi richiedano al giurista un approccio diverso da quello consueto. Sono i loro tratti distintivi ad imporlo: pure essendo norme, costituiscono qualcosa di diverso rispetto a quest'ultime: per essere rispetto ad esse un prius logico, innanzitutto, e soprattutto perché al giurista chiedono altro che il mero ricorso alle consuete tecniche interpretative. È diverso il piano: mentre ai principi si aderisce, alle regole si ubbidisce, come è stato incisivamente notato, poiché i principi non possono essere interpretati attraverso l'analisi del linguaggio, ma al massimo intesi nel loro ethos. Un principio non è né vero né falso. Può essere solo condiviso o rigettato.

Prof. Giorgio Spangher

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Con la sua monografia Alessandro Nascosi fornisce un utile contributo allo studio della distribuzione della somma ricavata al termine dei vari procedimenti di espropriazione forzata.