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Diritto processuale penaleVincenzo Garofoli
Diritto processuale penale
Giuffrè, Milano, 2008

Con l’intensa attività legislativa che interessa periodicamente il processo penale – si pensi alla recente legge 23 luglio 2008, n. 124: “Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato” e al decreto legge 23 maggio 2008, n. 92 conv. con modifiche nella legge 24 luglio 2008, n. 125: “Misure urgenti in materia di pubblica sicurezza” – e la scure della Corte costituzionale che, sistematicamente, ne ridefinisce i contenuti (vedi, tra le altre, 6 febbraio 2007, n. 26; 6 febbraio 2007, n. 32; 20 luglio 2007, n. 320; 20 giugno 2008, n. 219; 30 luglio 2008, n. 305) diventa quanto mai arduo proporre un’opera che sappia offrire una lettura compiuta ed esaustiva del processo penale.
Si assiste, con sempre più preoccupante frequenza, alla destrutturazione del sistema processuale, mediante la creazione di meccanismi speciali per cui ne viene “corrotta” la coerenza dell’impianto normativo in conseguenza della crescita, al suo interno, di "norme intruse", rivelatrici di antinomie, conflitti e sottosistemi autoreferenziali.
In questo quadro, non certo favorevole, il classico “filo logico” che deve condurre il lettore nello studio dell’opera che assurge a divenire esposizione sistematica di un settore del sapere giuridico finisce, inevitabilmente, per frantumarsi in numerosi segmenti e l’epilogo non è certo edificante: il disinteresse per questa materia e il ritorno all’arcaica idea del processo come “strumento” per l’applicazione del diritto penale sostanziale.
Restituire coerenza a un sistema che coerente non è sembra, dunque, essere l’obiettivo dell’autore del volume “Diritto processuale penale” attraverso il più classico dei percorsi epistemologici che, partendo da un’approfondita disamina dei principi generali, sia in grado di fornire gli adeguati canoni ermeneutici per affrontare lo studio di tutti gli istituti del processo penale.
Il metodo della giurisdizione, innanzi tutto, come complesso di attività e garanzie cui è affidata la “corretta” applicazione delle norme dell'ordinamento. Nei vari passaggi argomentativi emerge insistentemente la concezione teleologica dell’interpretazione intesa come attività tesa alla ricerca della verità: non una verità sostanziale e assoluta, bensì una verità formale, debole, relativa perché “non pretende di essere la verità”.
Che, nel ragionamento dell’autore, questo non rappresenti un mero sofisma ma, piuttosto, un approdo culturale cui informare l’intero studio del diritto processuale penale emerge, in tutta chiarezza, nel capitolo dedicato a “Le decisioni del giudice”, ove emerge insistentemente il rifiuto del mito della verità come "corrispondenza", riconoscendogli al massimo la natura di principio limite, mai compiutamente raggiungibile. In aderenza alle più accreditate risultanze epistemologiche, anch'esso sposta l'accento dalla verità al rigore, ed eleva le regole decisorie da mere condizioni di validità delle decisioni giudiziarie, a vere e proprie condizioni di verità delle stesse. Ed invero, è la ricerca della verità che permea l’intera logica del processo penale, perché è noto che veritas, non auctoritas facit judicium.
L’adozione del metodo della giurisdizione come canone ermeneutico cui informare l’interpretazione di tutti gli altri istituti processuali, trasforma inevitabilmente il processo da strumento di potere a strumento di sapere, con l’adozione di regole chiare che, in stretta aderenza al principio ispiratore dell’ordinamento giuridico, fanno sì che tale metodo risulti di gran lunga il più idoneo ad offrire un’idea di omogeneità e di giustizia capace di andare al di là del “caso singolo” e della situazione contingente destinati, inevitabilmente, a svilire la sistematicità del sistema.
Nella parte dell’opera dedicata alla decisione, si assiste a una definita scelta di campo: l’abbandono della vetusta immagine del processo penale visto nella sua “tensione dinamica verso l’applicazione della legge penale e la conseguente esecuzione della pena”, tutta imperniata sul concetto di reato; ove la definizione di processo penale si risolve essenzialmente nel dire che esso è lo strumento predisposto per l’accertamento delle responsabilità penali.
Ecco il punto nevralgico della giurisdizione penale: non una malintesa “strumentalità” alla norma sostanziale, bensì il punto di incontro di opposte esigenze, il cui equilibrio riecheggia le particolari angolazioni storiche in cui viene a formarsi, nel tentativo di dare al brocardo nulla poena sine iudicio un significato non solo formale, ma anche, e soprattutto, sostanziale. Ed è proprio in questo equilibrio che deve necessariamente inserirsi la distinzione fra colpevoli ed innocenti.
È nel sottile equilibrio tra istanze di difesa sociale ed esigenze garantistiche, cui il processo è necessariamente informato, che l’autore delinea lo studio degli istituti processuali. Criterio dirimente, sotto questo aspetto, non può essere rappresentato che dalla “ragionevolezza” non solo nell’attività legislativa, ma anche in quella, non meno importante, interpretativa. Tradizionalmente sviluppata intorno al concetto di eguaglianza, il criterio di ragionevolezza, nell’opera, viene più efficacemente utilizzato per procedere a un sindacato “per linee interne” della norma per poterne offrire una lettura agevole e, soprattutto, razionale e coerente, basata sul principio di non contraddizione e, quindi, avente ad oggetto non “la voluntasdel legislatore ma la conseguenziarietà del ragionamento sviluppato in base alla medesima”.
L’impiego di canoni ermeneutici chiari ed esplicitamente ispirati al principio di ragionevolezza spiega i suoi effetti su tutti gli istituti processuali; in questo senso, nel volume “Diritto processuale penale” si è inteso indugiare su alcuni temi che rappresentano l’indice di coesione di un sistema processuale verso tali principi.
Uno su tutti: il sistema delle informazioni processuali. Gli avvertimenti assolvono a un’imprescindibile esigenza propria del processo penale, quella cioè di fornire ai soggetti che vengono coinvolti (non solo ed esclusivamente nella veste di indagato o imputato) nel procedimento penale la possibilità di contribuire in maniera edotta e, quindi, più efficace al procedimento medesimo. Un soggetto “informato” infatti, è un soggetto “libero moralmente” di assumere il comportamento che più ritiene confacente ai propri interessi all’interno del processo penale con la consapevolezza di non essere in “balia” dell’autorità procedente.
Sensibile alle esigenze di tutela dell’imputato “non considerato colpevole sino alla condanna definitiva” (art. 27, comma 2 Cost.), l’autore sente l’esigenze di soffermarsi approfonditamente sugli aspetti funzionali dell’avvertimento processuale, come garanzia all’interno del sistema processuale, rappresentando al suo destinatario delle situazioni di rilievo giuridico che l’uomo comune, dotato di normale diligenza e, pertanto, sfornito di cognizioni tecnico-giuridiche, altrimenti non sarebbe capace di comprendere. Ed altrettanto emblematica è la collocazione di questo argomento nella struttura dell’opera: subito dopo l’enunciazione dei principi generali, a simboleggiare l’importanza epistemologica dell’informazione nell’ambito del procedimento penale e prendendo le distanze dal criterio della segretezza che, invece, informava il sistema processuale precedente.
Gli avvertimenti, insomma, sono i maggiori strumenti con il quale il nostro ordinamento affronta la problematica dell’ignoranza della legge, nella fattispecie della legge processuale. Partendo, quindi, dalla considerazione che i destinatari di questi avvertimenti sono privi di cognizioni tecnico-giuridiche, il legislatore si fa carico della maggiore esigenza di tutela di cui questi abbisogna; d’altro canto, essendo il processo un “complesso di garanzie preordinate a salvaguardia dell’individuo”, se non si rendesse il soggetto edotto delle facoltà di cui dispone si ridurrebbe, fino a neutralizzare, il sistema di tutela predisposto, perchè non basta a conferire al singolo la titolarità ex lege di certi diritti e guarentigie, occorrendo altresì, che di tali diritti egli sia posto a conoscenza affinché possa praticamente esercitarli.
Non è un caso che l’art. 111, comma 3 Cost. (ma formule del tutto assimilabili sono contenute nell’art. 6, n. 3, lett. a) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e nell’art. 14 n. 3 lett. a) del Patto internazionale sui diritti civili e politici) statuisca che “nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico”. È innegabile come sullo sfondo di questa norma vi sia l’esigenza di scongiurare che il trascorrere del tempo fra il momento in cui inizia il procedimento penale a carico di un soggetto e il momento in cui quest’ultimo ne viene a conoscenza abbia riflessi negativi sulla sua difesa. L’opera, in questo senso, rappresenta un sicuro punto di riferimento nella parte in cui si sofferma sul rapporto fra disciplina codicistica e normativa sovranazinale: insomma, il processo come è e come deve essere nelle pagine del “Diritto processuale penale” che assurge a divenire un moderno strumento per lo studio del rito penale, attraverso le contraddizioni che tale confronto pone “drammaticamente” in evidenza.
Sotto questo aspetto, l’accoglimento tout court del metodo della giurisdizione come canone ermeneutico per la ricostruzione di quel “filo logico” che in tutta l’opera impegna l’autore rende inevitabile l’adozione di un giudizio critico verso l’applicazione di taluni istituti processuali che, sin dalla loro introduzione, hanno destato e destano, da più parti, diverse perplessità.
D’altronde, se non ci si soffermasse sui risvolti pratici del sedimentarsi dei diversi interventi legislativi e della Corte costituzionale succedutisi nel tempo su determinati istituti (che potremmo, senza esagerazione, definire “martoriati”, si pensi, per esempio, alla disciplina del diritto alla prova), svilendone la natura funzionale, si rischierebbe di fornire una lettura solo parziale dei contenuti problematici della materia.
Sensibile a queste tematiche, l’opera effettua un’analisi penetrante sulle asimmetrie giuridiche che vengono concretamente create da questa “alluvionale” produzione legislativa, con tutti i riverberi sull’intero ordinamento giuridico.
In questo sforzo ermeneutica, non poteva essere risparmiato il recente orientamento della Corte costituzionale (sent. 24 ottobre 2007, n. 348 – 349), per cui la Convenzione europea dei diritti dell'uomo – ma il discorso riguarda tutte le norme convenzionali recepite nella legislazione italiana – costituisce un vincolo per il legislatore: una "fonte interposta", un parametro di costituzionalità ex art. 117 Cost., alla luce del quale devono essere sindacate le norme di legge nazionali. In particolare, si è evidenziato come queste pronunce involgano la giurisdizione penale, laddove esclude che il controllo di "convenzionalità" della norma nazionale possa essere diffuso, accentrandolo a livello costituzionale, in applicazione della norma di cui all'art. 117 Cost. sui limiti alla potestà legislativa nazionale, derivanti dal rispetto degli obblighi internazionali.
Alla stessa stregua, la consapevolezza che un’opera sistematica di diritto processuale penale non possa prescindere da un’analitica trattazione delle tematiche concernenti la cooperazione giudiziaria internazionale, è stata puntualmente presa in considerazione, segnando l’inversione di tendenza rispetto ad un recente passato, in cui la dimensione nazionale della criminalità, unita ad una certa ritrosia a cedere consistenti porzioni di sovranità nazionale in favore di un consolidamento dei rapporti di solidarietà tra gli Stati, ha indotto la manualistica ad assegnare uno spazio del tutto marginale in subiecta materia. Compito essenziale di ogni esposizione sistematica di diritto processuale penale che si rispetti è quella di mettere in evidenza come il rafforzarsi – e il conseguente “complicarsi” – della collaborazione giudiziaria internazionale abbia attraversato fasi alterne lungo tutto il processo di evoluzione politico-sociale europea.
In questo senso, il volume “Diritto processuale penale”, mettendo in evidenza come la cooperazione giudiziaria internazionale abbia assunto una precisa fisionomia a partire dalla metà del XX secolo, quando la creazione di una stabile rete di relazioni internazionali, unitamente all’impietoso evolversi del fenomeno della globalizzazione dei fenomeni a base criminale hanno imposto l’adozione di una serie di meccanismi indicativi di una prima, ma significativa propensione degli Stati a conferire meno rigore al principio di territorialità della legge penale, rappresenta un sicuro punto di riferimento nella materia.
Queste le linee ermeneutiche attraverso cui si delinea tutto il quadro espositivo dell’opera in commento, realizzando compiutamente la ricostruzione di quel “filo logico” che è l’obiettivo preordinato dell’autore.

Prof. Giorgio Spangher

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Con la sua monografia Alessandro Nascosi fornisce un utile contributo allo studio della distribuzione della somma ricavata al termine dei vari procedimenti di espropriazione forzata.