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La firmitas del giudicato penale. Essenza e limitiFrancesco Callari
La firmitas del giudicato penale. Essenza e limiti
Giuffré Editore, Milano, 2009

Le esigenze di certezza sono alla base della dogmatica del giudicato penale, che trova nella Costituzione i suoi fondamenti sia per quanto attiene ai meccanismi di formazione, sia per quanto attiene ad alcuni dei suoi effetti. Di talché, l’esistenza del giudicato è subordinato all’avvenuto (o al mancato) esperimento di almeno un mezzo di impugnazione, rappresentato dal ricorso per cassazione per violazione di legge (art. 111, comma 7, Cost.); la sua essenza è riconducibile al sistema delle garanzie, ribadendo, così, la necessità e il valore della definitività come frutto della necessaria esistenza di un controllo sulla fondatezza della decisione di condanna (art. 27, comma 2, Cost.).
Quest’ultima disposizione normativa, in particolare, non è solo la “bussola” con cui orientarsi per individuare a chi si debba fare carico dell’onere della prova nel processo penale, ma è indicativa di un limite temporale che accompagna la non considerazione di colpevolezza: la cessazione degli effetti di questa garanzia che accompagna l’accusato nell’arco di tutto il procedimento penale è subordinata alla esistenza di una “condanna definitiva” e non soltanto, come avviene per la presunzione di innocenza ai sensi dell’art. 14 comma 2 Patto internazionale sui diritti civili e politici e dell’art. 6 c. 2 Conv. Europea dei diritti dell’uomo, all’intervenuto “accertamento legale” della colpevolezza. Una pena, quindi,  può essere applicata solo a chi sia stato definitivamente dichiarato colpevole per essersi contro lui addotte prove tali da travolgere questa considerazione.
Ma “definitività” non è un mero dato formale cui attenersi per individuare il momento in cui una decisione giudiziale è eseguibile, ma è soprattutto l’espressione di un valore sostanziale di “giustizia”, secondo una ideologia che dall’esistenza di determinati controlli sulla decisione e dalla possibilità di esperirli in concreto, fa discendere la maggior probabilità che la decisione stessa si avvicini al vero e quindi al giusto.
Ma per quanto ci si sforzi in tal senso, non è mai completamente eliminabile il rischio che si verifichi un errore giudiziario.
Da queste premesse indispensabili, corredate da un’ampia disamina storica dell’istituto, parte l’autore per analizzare gli strumenti con cui coniugare i preminenti fini di giustizia del processo penale con le esigenze di certezza del processo.
La dicotomia tra verità reale e verità processuale non può, d’altronde, essere esclusa, tanto più in ambito giudiziario ove esso è considerato «il tributo che l’umana fralezza quotidianamente paga alla natura inesorabile» (A. MARINI, Le vittime degli errori giudiziari, Camerino, 1911, 3).
Ma riconoscere che l’errore è insito nel sistema giudiziario impone – necessariamente – che si predispongano i rimedi per eliminarlo e per ricondurre la decisione giudiziaria ai canoni della giustizia. Già Ulpiano, nel coniare il noto brocardo “res judicata pro veritate accipitur”, riconosce il valore eminente della giustizia sulle esigenze di certezza che sono proprie di ogni sistema giudiziario.
La firmitas, quindi, come valore immanente del giudicato penale e delle esigenze di certezza ad esso sottese, ma che nel volume in commento diviene la base dialettica per la disamina di quegli istituti, come la revisione, che, ponendosi in chiave eccezionale, rispondono a quelle esigenze di giustizia che sono alla base dell’accertamento giudiziario.

 

Prof. Giorgio Spangher

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Con la sua monografia Alessandro Nascosi fornisce un utile contributo allo studio della distribuzione della somma ricavata al termine dei vari procedimenti di espropriazione forzata.