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La semplice veritàMichele Taruffo
La semplice verità. Il giudice e la costruzione dei fatti
Editori Laterza, Bari, 2009
pp. 318


Non è probabilmente una banale generalizzazione ritenere che nell’opinione del comune cittadino il processo rappresenti il luogo e il momento dell’accertamento della verità dei fatti oltre che dell’applicazione ad essi della opportuna regola di diritto.
L’opinione comune coglie, dunque, la normale presenza di una dimensione epistemica del processo, soprattutto di quello penale, ma anche di quello civile; non è tuttavia in grado di apprezzare le differenze tra i vari sistemi processuali, tutti caratterizzati dalla propria e peculiare efficacia/inefficacia nel perseguimento della verità.
I cinque capitoli che compongono il volume di Michele Taruffo “La semplice verità” costituiscono la perfetta guida per conoscere tali sistemi e per analizzare gli elementi del processo che ne influenzano la dimensione epistemica. Ci si sofferma, pertanto, sulle ordalie, sulle particolarità delle narrazioni processuali, sul giudice professionale, sul jury trial, sulle cross examinations, sulla non-contestazione dei fatti ecc.
Ne emerge che il processo – nella cultura occidentale - non ha forse mai rinunciato, non almeno fino in fondo, a svolgere una funzione epistemica, neppure quando era frequente il ricorso alle ordalie, rappresentando queste più lo strumento per il superamento dell’incertezza che un mezzo per l’accertamento della verità. Ciò non toglie, comunque, che taluni sistemi processuali siano (o siano stati) epistemologicamente più orientati di altri, o che altri ancora lo siano stati maggiormente in passato di quanto lo siano oggi. Le vicende dell’istituto della giuria sono emblematiche in tal senso.
Ad ogni modo, là dove la funzione epistemica del processo incontra limiti e ostacoli, questi si giustificano di regola con ragioni ideologiche, in quanto anche altri e differenti valori cercano di ottenere pieno riconoscimento nel medesimo contesto: si pensi alle ragioni sottese alla disciplina del segreto o ai corollari della visione del processo come Sache der Parteien, o ancora al bisogno che i mezzi probatori siano predeterminati dalla legge.
L’Autore, oltre ad offrire una serie di informazioni puntuali e di analisi scientifiche difficilmente contestabili, non tace la propria opinione, peraltro già espressa in precedenti lavori. Non a caso il favore viene accordato agli strumenti probatori dotati di forte efficienza per l’accertamento della verità: tra altri, l’eliminazione dei limiti di ammissibilità della prova testimoniale e la concessione al giudice di ampi poteri istruttori. D’altronde, «l’accertamento della verità dei fatti è necessario, anche se non è da solo sufficiente a determinare la giustizia della decisione». «Allora, il problema non è di escludere in assoluto qualunque limite o condizionamento alla ricerca della verità nell’ambito del processo. Si tratta piuttosto di valutare quali limiti e condizionamenti siano giustificati e quali invece – oltre ad essere epistemologicamente controindicati – siano anche privi di un’accettabile giustificazione ideologica».
Si può esprimere consenso o dissenso verso le tesi di Taruffo, ma non si può negare il fascino di un testo in cui la “semplice verità” è esposta attraverso una altrettanto semplice ed elegante sintassi; non si può non apprezzare una prosa che – non disdegnando riferimenti anche a Rabelais e Grisham – tende la mano a ogni lettore, persino a quello meno avvezzo alla riflessione giuridico-filosofica.

Fabio Cossignani

 

 
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