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La roccia non incrinataLucio Lanfranchi
La roccia non incrinata. 
Garanzia costituzionale del processo civile e tutela dei diritti
G. Giappichelli Editore, Torino, 2011
pp. XXII-786

 

La roccia non incrinata. Garanzia costituzionale del processo civile e tutela dei diritti, raccolta di scritti di diritto processuale civile del prof. Lucio Lanfranchi, è giunta alla sua terza edizione.
Già il titolo, che evoca la nota “roccia” di Calamandrei, indica al lettore il nucleo solidissimo dei diritti fondamentali; nucleo a sua volta fatto proprio dalla nostra “splendida” Costituzione, la quale, sapientemente, ha “riconosciuto” tali diritti. E quel che si mostra definitivamente “costituito”, inviolabile tra gli uomini, non può essere estirpato e resiste, pertanto, anche al potere di revisione costituzionale: non v’è Creonte che possa cancellare le “incrollabili leggi non scritte” invocate da Antigone (emblematiche le intitolazioni di tre dei sei nuovi saggi: La rigidità della Costituzione italiana ed il suo fondamento - cap. XVI -; Lo Stato costituzionale e le «clausole di eternità» - cap. XVIII -; Le «clausole di eternità» e la Costituzione italiana - cap. XIX), le quali – occorre precisare – appaiono quale risultato di un processo storico e culturale e quale frutto di un più maturo giudizio di valore, anziché come un’immanente necessità giusnaturalistica.
La “roccia”, dunque, non incrinata e non incrinabile, garantisce anche una tutela giurisdizionale sui diritti e sullo status delle persone, che si esplica necessariamente nelle forme della cognizione piena ed esauriente in almeno un grado di giudizio di merito oltre al ricorso per cassazione ordinario. Solo la cognizione piena, infatti, è in grado di assicurare uguaglianza tra le parti, rispetto del diritto d’azione e di difesa, nonché essenzialmente quella necessaria predeterminazione legale delle forme idonea a proteggere le parti dai rischi dell’incertezza o, peggio, dell’arbitrio.
L’Autore precisa, tuttavia, che tale cognizione non deve necessariamente svolgersi in concreto perché possa formarsi il giudicato sostanziale ai sensi dell’art. 2909 c.c. Ciò che appare indispensabile, soprattutto a livello costituzionale, è che il transito verso tale cognizione non risulti escluso dalla legge; per cui anche un provvedimento emesso al termine di un procedimento sommario può legittimamente acquisire efficacia di giudicato ogni volta che la fase a cognizione piena, benché disponibile, non sia stata in concreto espletata per inerzia della parte che avrebbe avuto interesse ad opporre/impugnare il provvedimento. Il decreto ingiuntivo è paradigmatico in tal senso, ma numerosi e ulteriori esempi si rinvengono sia nel codice di rito che nelle leggi speciali, in primis nella legge fallimentare.
In virtù di tali premesse, risulta chiara la ragione per cui all’Autore appaiono assolutamente deprecabili, per un verso, la c.d. cameralizzazione del giudizio sui diritti ovvero l’(ab)uso da parte del legislatore del modello del procedimento in camera di consiglio ai fini della giurisdizione su diritti e status; e, per altro verso, la teoria sostanzialista fatta propria dalla Cassazione. Entrambi i fenomeni, infatti, generano un ampliamento dei procedimenti che possono concludersi con provvedimenti idonei a passare in giudicato, ma non garantiscono la subordinazione di tale efficacia al concreto o potenziale espletamento di almeno un grado di cognizione piena ed esauriente. Ciò nonostante, l’Autore ritiene che de iure condito non siano comunque individuabili nell’ordinamento procedimenti decisori esclusivamente camerali o sommari, poiché delle due una: o la fase sommaria può trasformarsi, in forza di un’opposizione/impugnazione, in un grado di giudizio a cognizione piena; oppure tale pienezza risulta comunque individuabile mediante operazioni esegetiche condotte nella prospettiva di una necessaria costituzionalizzazione del procedimento. La tesi trova conforto in numerose pronunce della Corte costituzionale, le quali hanno allargato le “sommarie” trame del rito camerale utilizzato in funzione contenziosa, integrandole con le garanzie proprie del processo ordinario a cognizione piena.
Questo, per sommi capi, il pensiero dell’Autore presente in ciascuno dei contributi che compongono la raccolta. Un pensiero che affonda le radici nella dottrina più classica, ma che non può dirsi superato dai più recenti stravolgimenti politico-economici o dal turbine di riforme che ha investito sia il codice di procedura sia la legge fallimentare.
Tale persistente attualità dell’insegnamento di Lanfranchi è comprovata proprio da questa terza edizione, impreziosita da sei nuovi saggi. Due in particolare. Il primo (Costituzione e procedure concorsuali. Introduzione) ha ad oggetto la riforma delle procedure concorsuali effettuata tra il 2006 e il 2007. Questa ha stravolto l’impianto della precedente legge fallimentare introducendo nuove disposizioni che, nel migliore dei casi, appaiono di difficile intelligibilità, quando addirittura non si mostrano quale espressione di una “degiurisdizionalizzazione” del fenomeno fallimentare a vantaggio di una poco difendibile “contrattualizzazione” della crisi d’impresa. L'effetto immediato di tale "devastante" intervento si traduce in un'asserita duplice violazione a livello costituzionale – espropriazione delle ragioni creditorie e sottrazione alle parti delle garanzie del “giusto processo” – la quale non lascia all’interprete, ancora una volta, che la via dell’interpretazione costituzionalizzante, l’unica «in grado di riplasmare il coacervo testuale in un organismo compatibile con i principi fondamentali tuttora alla base del nostro ordinamento giuridico»; via, questa, solo indicata nel saggio, ma dall’Autore concretamente percorsa nella recente monografia “Costituzione e procedure concorsuali” (Giappichelli, 2010; lo scritto, infatti, già apparso in Corr. Giur., 2007, 877 ss., rappresenta il capitolo introduttivo della stessa monografia).
Il secondo (Diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità, giusta tutela giurisdizionale e clausole di eternità dello Stato costituzionale), invece, sublima gli insegnamenti dell’Autore confrontandoli con una delle più drammatiche e, al contempo, civili battaglie del nostro tempo: la dolorosa vicenda di Eluana Englaro. Si rinnovano, dunque, le riflessioni dell’Autore sui temi dei diritti inviolabili e delle “decisioni senza legge”. La meditazione si risolve nella difesa della «funzione giurisdizionale “creativa”» della giurisprudenza, sia in ragione dei doveri di interpretazione costituzionalizzante riconosciuti al giudice ordinario dalla Consulta, sia in ossequio al divieto del non liquet. Ma tale funzione non può prescindere dal rispetto delle garanzie del “dovuto processo”, le quali, ove non espressamente e inequivocabilmente previste, devono in ogni caso risultare integrate all’interno del procedimento: «nulla del “dovuto processo” ai diritti supremi coinvolti dalla vicenda in esame è, nella specie, mancato. […] E’ difficile, forse impossibile, incontrare un complessivo iter giudiziale più degno del “puro concretarsi dell’ordinamento nella sua universalità”, più degno dell’alto “giudizio di valore”, che l’hanno concluso».
 

Fabio Cossignani

 

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