20 marzo 2017

Cresce la tensione tra l’Europa e la Turchia di Erdoğan

Il solco che separa l’Europa dalla Turchia sta diventando più profondo. Tensione alle stelle, botta e risposta, confronti estremamente duri senza disdegnare una retorica spesso velenosa. Dietro c’è strategia, calcolo politico, c’è la necessità di lanciare messaggi chiari alle proprie opinioni pubbliche in un momento storico particolarmente complesso, ma c’è anche una sempre più accentuata reciproca distanza, che da tempo si va allargando e in futuro potrebbe diventare molto difficile da colmare.
Il casus belli attorno a cui ruota l’ultimo inasprimento dei rapporti si ricollega alla decisione – adottata in taluni Paesi europei – di bloccare alcuni eventi elettorali a cui avrebbero dovuto partecipare importanti esponenti politici turchi, in vista del decisivo referendum del 16 aprile. Una data, questa, che segnerà in modo significativo tanto il futuro politico e istituzionale della Turchia quanto probabilmente i destini del carismatico leader che negli ultimi 14 anni è stato protagonista assoluto sulla scena anatolica, l’ex primo ministro e oggi presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan.
Con il loro voto, i cittadini turchi dovranno, infatti, decidere se confermare o respingere la discussa riforma in senso presidenziale fortemente voluta dal capo dello Stato e approvata dal Parlamento nel mese di febbraio. Dell’iter seguito per modificare la Costituzione, delle polemiche che hanno accompagnato l’approvazione della riforma e delle critiche avanzate verso un testo che incrementerebbe in maniera pronunciata le prerogative presidenziali senza prevedere adeguati pesi e contrappesi, si è già parlato su questo Magazine quando le procedure non erano ancora state completate. Ora, la partita è più che mai politica e il presidente Erdoğan è deciso a giocarla fino in fondo, anche in considerazione del fatto che i recenti sondaggi sul referendum mostrano orientamenti contraddittori e non danno un’interpretazione univoca delle tendenze elettorali. Ogni voto diventa dunque essenziale, e in questo quadro la conquista della preferenza degli elettori della diaspora turca potrebbe essere estremamente importante.
Qui però sono emersi i problemi. A fine febbraio è stato il ministro degli Esteri dell’Austria Sebastian Kurz a sottolineare che eventuali visite del presidente Erdoğan in territorio austriaco per promuovere il referendum non sarebbero state opportune; una presa di posizione a cui Ankara non ha tardato a rispondere tacciando Vienna di razzismo e islamofobia. A inizio marzo poi, sono stati cancellati in Germania due eventi elettorali sul referendum nei centri di Gaggenau – dove era atteso il ministro della Giustizia turco Bekir Bozdağ – e di Colonia, per motivi di sicurezza. Anche in questo caso, la reazione turca non si è fatta attendere, con il presidente Erdoğan che si è scagliato contro chi si era macchiato di comportamenti «non diversi da quelli di epoca nazista». A Colonia comunque, il ministro turco dell’Economia Nihat Zeybekçi ha poi avuto modo di parlare, stemperando i toni e affermando che i milioni di turchi che vivono in Germania si trovano «in un Paese amico».
A causare le tensioni più acute è stato, tuttavia, quanto accaduto nei Paesi Bassi: qui, l’11 marzo, le autorità hanno, infatti, negato il permesso di atterraggio al ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu, che avrebbe dovuto promuovere la riforma nella città di Rotterdam, mentre alla ministra della Famiglia è stato impedito l’accesso al consolato. Il clima si è fatto incandescente, con Erdoğan che ha violentemente attaccato le pratiche “naziste” dei Paesi Bassi – suscitando la dura reazione del primo ministro dell’Aia Mark Rutte – e dichiarato di conoscere «L’Olanda e gli olandesi dai tempi del massacro di Srebrenica», un chiaro riferimento ai caschi blu del Paese che non impedirono nel 1995 il massacro di 8000 musulmani in Bosnia ed Erzegovina. I cittadini turchi residenti a Rotterdam hanno fatto sentire la loro voce, e le proteste non sono mancate neppure nei pressi del consolato olandese di İstanbul e dell’ambasciata dei Paesi Bassi ad Ankara, mentre le autorità turche rendevano noto che avrebbero bloccato il rientro in Turchia dell’ambasciatore dell’Aia, temporaneamente fuori dal Paese.
In questo caso, è probabile che anche da parte olandese ci siano state valutazioni politiche: alla vigilia di delicate elezioni e con il candidato dell’estrema destra Geert Wilders in rampa di lancio, il premier Rutte ha presumibilmente voluto mostrare il pugno di ferro, privando così il suo rivale – molto duro sui temi dell’immigrazione – di un argomento potenzialmente esplosivo negli ultimi giorni prima delle elezioni. E alla fine, può darsi che questo atteggiamento abbia in parte prodotto i suoi frutti, visto che il Partito popolare per la libertà e la democrazia di Rutte si è confermato prima forza politica del Paese nel voto del 15 marzo. Quanto alla Turchia, Erdoğan è consapevole di dover affrontare un appuntamento elettorale di straordinaria importanza e le polemiche con l’Europa possono rappresentare un utile strumento a fini propagandistici per far leva sul quel fortissimo orgoglio nazionale che i cittadini turchi – nei confini anatolici come all’esterno – coltivano.
Le polemiche intanto non sembrano smorzarsi: il ministro degli Esteri danese ha reso noto, infatti, di aver convocato l’ambasciatore turco per chiedere spiegazioni su presunte minacce ricevute da cittadini con doppia cittadinanza, mentre Erdoğan ha accusato il giornalista turco-tedesco Deniz Yücel – corrispondente di Die Welt arrestato in Turchia – di essere un agente terrorista, aggiungendo che sarà processato. Ankara pretende inoltre spiegazioni sulla manifestazione di sabato a Francoforte a cui hanno partecipato 30.000 curdi, mostrando anche bandiere del PKK.
 

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