02 agosto 2016

Donald Trump, il più anti-elitario dei politici americani

di Sebastiano Caputo

Può un miliardario inizialmente dato all'un per cento alle primarie mettere in crisi un intero sistema-Paese? Pare di sì. Donald Trump non è un candidato qualsiasi ma un vero e proprio terremoto politico che ha ribaltato qualsiasi pronostico. Era già accaduto negli Stati Uniti d'America che una personalità fuori dagli schemi tradizionali riuscisse a calamitare su di sé consensi così importanti. L'ultimo caso, in ordine cronologico, fu quello di Ross Perot nel 1992. E per quanto venga considerato dalla maggior parte degli analisti un outsider del Partito Repubblicano, nonché un uomo di rottura con l'establishment, possiamo affermare con certezza che il tycoon di New York incarna più di chiunque altro politico di professione un determinato spirito americano. Pater familias, businessman, signore di casinò, icona pop dei reality show, comparsa hollywoodiana, Donald Trump ha costruito un'immagine e uno stile che affondano le radici in una lunga tradizione nazionalpopolare che va dalla dottrina paleocons - individualista e isolazionista - all'utilizzo di un linguaggio politico semplice, il più delle volte, supportato dal genere comico. Pertanto la chiave del suo successo elettorale è nella capacità di incarnare il carattere nazionale di quell'America avversa ai circoli intellettuali e di élite.

Anti-intellettuale è la sua storia personale. Trump è un uomo cresciuto con la camicia ma pur sempre di strada che ha costruito la propria fortuna sul mattone e non sulla speculazione finanziaria. Il suo profilo ricalca perfettamente quello descritto da Richard Hofstadter nel libro L'anti-intellettualismo nella vita americana (1963) in cui virtù come il pragmatismo, l'efficienza e il sapere pratico vengono trattate con disprezzo morale. Così come Richard Nixon che derideva l'intellighenzia formattata dalle università - “Harvard bastards” li soprannominava - anche Trump nei suoi discorsi ha preferito una retorica popolare e populista avversa al “politically correct”, o meglio, a quella “cultura del piagnisteo” narrata da Robert Hughes. Anti-elitario poi è il suo modo di essere. Quello che sembrava un complesso di inferiorità si è rivelato un punto di forza della campagna elettorale. Trump è un rappresentante di un certo capitalismo - protestante ma teutonico di spirito - che non ha mai esteso affari e interessi fuori dai confini nazionali. Inoltre a differenza di molti businessmen statunitensi non frequenta i salotti della “power élite” di Charles Wright Mills ed è escluso dai circoli ristretti e cosmopoliti di Christopher Lasch. Dalle periferie di New York è arrivato a Manhattan e lì è rimasto. E mentre gli altri suoi competitor cavalcavano silenziosamente il globalismo, lui faceva la voce grossa incidendo il proprio nome su grattacieli e megastrutture che andava costruendo in giro per gli Stati Uniti.

E probabilmente è questa totale trasparenza, nel modo di dire e di fare, in una società chiusa, permeata di gruppuscoli segreti e sette universitarie, che ha fatto dimenticare al suo elettorato - “l’America impoverita” (Noam Chomsky) esclusa dalla globalizzazione - il suo immenso patrimonio. In fondo anche il gusto kitsch (dalla scelta dell'ex modella Melania fino all'arredamento dei suoi immobili) è diventato uno strumento efficacissimo per comunicare: il plurimiliardario non ha nulla da nascondere. Così anche nella retorica da palcoscenico: Trump, con un linguaggio quasi adolescenziale, dice tutto quello che pensa, a volte contraddicendosi. Più che uno speech da convention, la sua è una performance da vero e proprio one man show slegato da preconcetti, dogmi e ideologie. Traspare un uomo non manovrato, spin doctor di sé stesso e a proprie spese, all'interno di un sistema elettorale dominato dalle lobby del denaro. Non a caso il leitmotiv per screditare i suoi avversari politici gira intorno a questa libertà di dire e di fare. “Le grandi aziende, le élite dei media e i grandi finanziatori sostengono Hillary Clinton", ha dichiarato recentemente, “perché hanno il controllo assoluto su tutto quello che fa. Lei è il loro burattino e loro tirano le fila”. Questa immagine di sé viene poi rafforzata da un programma tutto sommato primordiale articolato su individuo, patriottismo e libero mercato, tre elementi cari al popolo americano e facilmente comprensibili. Qualche anno fa Trump sarebbe stato un candidato indipendente, eppure è riuscito a sotterrare le grandi dinastie e a occupare un intero partito che non ha mai amato particolarmente. La verità è che negli Stati Uniti come in Europa sono saltati gli schemi tradizionali. Lo slogan adottato, “Make America great again!”, ripreso dal vocabolario reaganiano, convince lo zoccolo duro degli elettori del Grand Old Party e fa breccia anche tra alcuni progressisti, molti dei quali sostenitori di Sanders alle primarie del partito democratico, che vedono in Trump l'ultimo rappresentante della maggioranza silenziosa del Paese esclusa dai processi di globalizzazione.

 

Bibliografia
M. Ferrarini, La febbre di Trump. Un fenomeno americano, Venezia, Marsilio, 2016.

 

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