16 giugno 2017

Gli eroi di Deir ez-Zor

di Sebastiano Caputo

Nei caffè damasceni dicono che una volta terminata la guerra gireranno un film incentrato su Deir ez-Zor. Gli elementi per farne un “colossal” ci sono tutti. Sperduta nel deserto nord-orientale, separata dal resto del Paese e letteralmente accerchiata dai miliziani di Daesh da quasi tre anni, questa città abitata ormai da solo 100.000 anime è diventata il simbolo della resistenza siriana alla barbarie del terrorismo. È una storia paragonabile, se non più eroica, a quella di Kobane, città che sorge al confine con la Turchia, dove i Curdi, supportati dall’aviazione statunitense, riuscirono a fermare l’avanzata delle bandiere nere; eppure i grandi mezzi d’informazione sembrano essersene dimenticati.

Fra il novembre 2011 e il febbraio 2014 la battaglia di Deir ez-Zor (che a quel tempo aveva ancora 250.000 abitanti) ha vissuto una serie di capovolgimenti di fronte che vedevano da una parte l’esercito siriano e dall’altra una variegata brigata composta da soldati dell’Esercito libero siriano e da miliziani di Jabhat al-Nusra. Per i ribelli controllare la regione e il suo capoluogo voleva dire isolare un intero territorio dal governo centrale di Damasco, ma soprattutto sottrargli le maggiori riserve petrolifere (secondo il Financial Times la produzione di greggio in quest’area dopo lo scoppio della guerra si attesterebbe tra i 34.000 e i 40.000 barili al giorno). Così, nel giugno del 2014, quando Abu Bakr al-Baghdadi proclamò da Mosul la nascita del sedicente Stato islamico, Deir ez-Zor diventò terra imprescindibile di conquista. Da lì è iniziato il più brutale lungo assedio dall’inizio della guerra all’ultima enclave governativa nel deserto siriano.

Da quasi tre anni quella popolazione, perfettamente riconoscibile dalla pelle scurita dal sole, gli occhi color sabbia e dalla kefiah poggiata sul capo, vive sotto i bombardamenti, senza acqua, elettricità e carburante, protetta da un manipolo di soldati che controllano l’unico aeroporto della città. Se cade, cade tutta Deir ez-Zor. Da mesi ormai i voli cargo sono stati sospesi per ragioni di sicurezza e solo gli elicotteri riescono a paracadutare rifornimenti di ogni sorta: viveri, medicinali, armi e munizioni. Anche i soldati feriti vengono portati via dal cielo per poi essere trasferiti negli ospedali militari di Damasco e sostituiti dai combattenti più preparati, spesso volontari, che impazienti attendono la chiamata alle armi. A coordinare tutte le operazioni sul campo c’è un druso di nome Issam Zahr al Din, della 104a brigata paracadutisti della Guardia repubblicana, che è stato convocato proprio nella città assediata a ottobre del 2013 per difendere le ultime postazioni governative dopo la morte del maggior generale Jameh. Col passare dei mesi il “comandante falco” (soprannome che gli è stato dato per via delle foto che lo immortalano con un falco sulla spalla sinistra) è diventato una delle personalità più popolari della Siria, tanto da ricevere la scomunica da uno dei massimi leader della comunità drusa, il libanese Walid Jumblatt, nemico giurato di Bashar Assad, di Hassan Nasrallah e Michel Aoun.

Intorno alla figura di Issam Zahr al Din, uomo sulla cinquantina, in uniforme militare, con la folta barba bianca e gli occhiali da sole, si è creata una vera e propria mitologia. Sui social network e i canali informativi mediorientali viene considerato una “star”. I suoi video da milioni di visualizzazioni e le sue fotografie con altrettanti “mi piace” e condivisioni lo raffigurano costantemente in prima linea a Deir ez-Zor, ferito, lo sguardo rivolto verso il cielo per la preghiera, in azione con il kalashnikov mentre si getta sul nemico o col binocolo mentre impartisce ordini ai suoi uomini. Pluridecorato al valor militare, il druso eretico nato a Tarba, ai confini con il Libano e Israele, è oggi diventato, insieme ai suoi uomini, l’ultima diga capace di respingere i miliziani di Daesh, in fuga da Raqqa, nel deserto siriano.

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata