19 giugno 2017

Helmut Kohl, il tempismo che divenne visione

di Michele Chiaruzzi

La scomparsa di Helmut Kohl sembra destinata a segnare profondamente anche i simboli della politica europea. Se le intenzioni manifestate dal presidente della Commissione europea Juncker si concretizzeranno, allora, per la prima volta nella storia, si terrà una cerimonia di Stato europea in memoria di un uomo politico. Strasburgo, sede del Parlamento europeo, dovrebbe essere il luogo politico principale di questa cerimonia. A prescindere dai pochi dettagli attuali si comprende fin d’ora l’inedita portata politica di un simile progetto. Dopo essere stato insignito in vita della cittadinanza onoraria europea – un riconoscimento concesso dal Consiglio europeo solo ad altre due figure politiche, Jacques Delors e Jean Monnet – Kohl sarebbe celebrato, nel momento della sua morte, come vero e proprio statista europeo, immortalato da un funerale di Stato organizzato dall’Unione Europea.

Ma l’UE non è uno Stato e dunque quest’ossimoro rivela un fatto politico interessante. Se quel funerale sarà effettivamente celebrato, gli Stati europei avranno per la prima volta condiviso nella loro precaria unione sovranazionale un altro elemento fondamentale di quel formidabile apparato, materiale e immateriale, che per secoli li ha invece separati. Un apparato che ha definito la vita politica in Europa attorno alla dimensione nazionale e, giocoforza, alle divisioni ch’essa strutturalmente produce proprio a partire da un sistema di simboli particolare ed esclusivo, quello statuale, creato per distinguere e separare gli uni dagli altri.

Sarebbe dunque un atto politico di notevole portata quello auspicato da Juncker, oltre che l’omaggio più appropriato a colui che oggi viene considerato uno statista europeo proprio per aver condotto alla riunificazione una grande potenza europea, contribuendo, da una posizione di comando, a richiudere la più profonda e lacerante delle divisioni in Europa, quella tra Germania orientale e occidentale, simbolo fondamentale della separazione europea tra Est e Ovest. Rinsaldare quella divisione resta ancora un’urgenza dell’integrazione europea e la vicenda di Kohl lascia, dunque, ai posteri un’intera lezione da imparare.

Vi è però, in quella lezione, perlomeno un aspetto che si può subito inquadrare. Il tempismo è stato una virtù politica essenziale di quest’uomo che amava citare Bismarck e si considerava nel solco di Adenauer. Esso consiste tanto nel creare occasioni quanto nel coglierle quando si presentano e Kohl ne fu consapevole: «Cito sempre, per la situazione in cui mi venni a trovare, Otto von Bismarck, perché non trovo immagine migliore: “Quando il mantello di Dio agita la storia, si deve saltare e afferrarlo”». Sebbene fosse in parte volto a impressionare, questo elemento filosofico rifletteva il senso profondo che certi risultati in politica non possono essere assicurati come Bismarck stesso spiegò in un celebre discorso alla dieta della Confederazione tedesca del Nord il 16 aprile 1869. «Immaginare di poter sveltire il trascorrere del tempo mettendo avanti gli orologi è uno sbaglio del quale vorrei darvi avvertimento», disse quel giorno. «Non possiamo fare la storia. Possiamo solo attendere che abbia luogo. Non possiamo ottenere più velocemente un frutto maturo mettendolo sotto una lampada. E se cogliamo un frutto prima che sia maturo, ne impediamo solamente la crescita e lo sciupiamo».

Kohl non fu, dunque, un anticipatore, com’è stato scritto. Non precorse il tempo politico; lo colse. Ma cogliere il momento politico non è solo un fatto d’attesa, bensì di discernimento, come quello invocato proprio dall’altro referente di Kohl – Adenauer – in un discorso al Parlamento di Bonn del 29 aprile 1954: «Vi è un grosso pericolo nel rimandare continuamente la realizzazione dei piani per un’unione europea. Nella storia, certe costellazioni favorevoli non durano all’infinito e solo raramente si ripresentano. Dobbiamo essere consapevoli della gravità di questo momento e mostrarci all’altezza delle sfide, affinché le generazioni future non ci condannino come deboli e irresponsabili. Dobbiamo essere consapevoli che se il processo di unificazione europea fallisse l’esistenza stessa del continente potrebbe vacillare». È qui, nel punto in cui il tempismo diventa visione, che il cancelliere della Repubblica Federale di Germania ha superato il “cancelliere di ferro”, unendo, senza sangue e senza ferro, un continente che si prepara a onorarne le spoglie e, forse, a studiarne la lezione diplomatica. 

 

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