26 maggio 2017

I trenta minuti di Trump con Bergoglio

di Alessandro Santagata

Come era ampiamente prevedibile, del tanto atteso incontro tra il presidente Trump e papa Francesco, trenta minuti di colloquio riservato – quello con Obama era durato il doppio – seguiti da altri dieci di incontro aperto all’intera delegazione statunitense, poco o niente è trapelato a beneficio degli organi di stampa. Eppure, basta guardare quelle fotografie con la coppia presidenziale e il volto serio, quasi cupo del pontefice, per capire che a fare da padrona è stata la freddezza.

Era difficile, del resto, aspettarsi qualcosa di diverso. Se della possibilità di un colloquio si era iniziato a parlare mesi fa, le ultime ore prima dello sbarco del presidente in Vaticano erano state animate da una piccola polemica su chi avesse invitato chi. «Sono onorato che papa Francesco mi abbia invitato, ho molto rispetto per lui» avrebbe dichiarato Trump sull’Air Force One che lo portava da Israele a Roma, durante un brevissimo colloquio con alcuni giornalisti a bordo. Peccato solo che non ci sia stato nessun invito, secondo la prassi vaticana che prevede di ospitare qualsiasi rappresentante internazionale di livello faccia richiesta. Una piccolezza certo, ma che si è inserita in un clima fattosi sempre più teso negli ultimi mesi.

Gli episodi di contrapposizione e le stilettate sono stati numerosi in questi quattro mesi della nuova presidenza statunitense: le dichiarazioni critiche di gennaio sull’immigration ban del cardinale Peter Turkson e di monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato, le perplessità manifestate dalla Santa Sede sulla linea antiecologica della nuova amministrazione, il tagliente messaggio di benedizione del papa in spagnolo al Super bowl, fino al più recente invito alla Conferenza episcopale americana ad agire come lobby in funzione di argine di fronte a progetti, per esempio, come quello del muro al confine con il Messico.

Stando all’autorevole ricostruzione dell’incontro data da Avvenire, «non è stato un colpo di bacchetta magica, ma nessuno si illudeva, del resto, che trenta minuti di colloquio – e cinquanta con il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin e il ‘ministro degli esteri vaticano’, Paul Richard Gallagher – bastassero ad appianare le fin qui evidenti divergenze tra l’azione politica». «Non dimenticherò quello che lei mi ha detto», ha affermato Trump al termine dell’incontro.

Il comunicato ufficiale della Santa Sede si è limitato a rendere noto che «i colloqui sono stati cordiali e hanno permesso uno scambio di vedute su alcuni temi attinenti all’attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento alla situazione in Medio Oriente e alla tutela delle comunità cristiane». Più interessante forse lo scambio di doni: una copia del messaggio per la Giornata mondiale della pace 2017 per Trump – «scritto personalmente per lei», ha chiosato il papa e, aggiungiamo noi, dopo l’uscita del papa contro la MOAB definita la «madre di tutte le bombe»  –  nonché dell’enciclica Laudato si' sull’emergenza ambientale.

«Abbiamo bisogno di pace» ha commentato Trump, che due giorni fa ha firmato contratti per vendere all’Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari e a Roma invece ha dato la notizia di uno stanziamento di 300 milioni di dollari a  favore di Sudan, Somalia, Nigeria e Yemen (da anni bombardato proprio dall’Arabia Saudita). «Nel corso dei cordiali colloqui – si legge ancora nella nota – è stato espresso compiacimento per le buone relazioni bilaterali esistenti tra la Santa Sede e gli Stati Uniti, nonché il comune impegno a favore della vita e delle libertà religiosa e di coscienza». Si tratta di un’ulteriore conferma del fatto che le divisioni con la Chiesa riguardano soprattutto i grandi nodi della politica estera e del profilo assunto dall’amministrazione Trump sulla questione sociale particolarmente cara al papa – si aggiunga, tra le altre, la questione dello smantellamento dell’Obamacare. Non mancano invece i punti di contatto con l’episcopato americano in materia di biopolitica e diritti civili: elementi che complicano un quadro trilaterale – papa, conferenza episcopale e amministrazione repubblicana – che si presenta particolarmente complicato da districare per la Santa Sede e rispetto al quale il rapido incontro romano non può certo essere stato risolutivo.

 

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