16 febbraio 2017

La scelta (anti)olimpica tra Orbán, Trump e, forse, Le Pen

di Lorenzo Longhi

Richard Peterkin è il presidente del Comitato olimpico dell’isola caraibica di Santa Lucia e, dal 2009, è membro permanente del Cio. A settembre, nel congresso che si terrà a Lima, sarà anche il suo voto a decidere quale città organizzerà i Giochi del 2024; dopo l’abbandono di Roma - definitivamente fuori dallo scorso 3 febbraio, ultima data utile per la consegna delle candidature ufficiali - in lizza sono rimaste, in rigoroso ordine alfabetico, Budapest, Los Angeles e Parigi. Richard Peterkin, però, è anche l’unico membro del Cio ad avere pubblicamente espresso un'opinione fortemente critica nei confronti del muslim ban, l'ordine esecutivo emesso da Trump lo scorso 27 gennaio (e in seguito sospeso dalla Corte d’appello statunitense) per limitare l’accesso nel paese ai cittadini di sette stati a prevalenza musulmana. Lo ha fatto attraverso Twitter, definendo la decisione come «totalmente contraria agli ideali olimpici»; di lì ad ipotizzare la strada in salita per le possibilità di successo della candidatura di Los Angeles - peraltro supportata con vigore dallo stesso presidente - il passo può essere breve: lo sport è la politica con altri mezzi e, se l’amministrazione Trump dovesse continuare sulla medesima strada, magari riuscendo ad eludere la Corte suprema, inevitabilmente certi passi finirebbero per incidere sul processo di selezione.

Al di là delle esplicite parole di Peterkin, e di reazioni interlocutorie da parte di alcuni altri membri, il silenzio dei vertici del Cio certifica l’imbarazzo in vista di una scelta che rischia di essere la più complicata di sempre per il massimo organismo sportivo. Se è vero che di qui al 2024 tutto può cambiare, è vero anche che il particolare contesto attuale in cui si tratterà di decidere vede almeno due candidature, quelle di Los Angeles e Budapest, gravate dalla presenza, al vertice dei rispettivi Paesi, di figure le cui politiche conservatrici, marcatamente anti-migranti e ben più che vagamente nazionaliste, a tutti gli effetti cozzano con l’assiologia olimpica nella quale, al punto 6 della sezione riguardante i principi fondamentali dell'olimpismo, è scritto che «il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente carta deve essere assicurato senza discriminazioni di alcun tipo in termini di razza, colore, genere, orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche o di altro tipo, origine nazionale o sociale, ricchezza, nascita».

Le politiche di Trump e Orbán, che peraltro ha definito i richiedenti asilo «un veleno per l'Europa», perdendo poi il referendum sulle quote perché il quorum non è stato raggiunto, non vanno esattamente in quella direzione, e verrebbe da pensare che, in fondo, certe situazioni possano avvantaggiare la terza candidata, Parigi, peraltro la favorita un po' per ragioni geografiche (la logica dell'alternanza vorrebbe i Giochi 2024 in Europa), un po' per questioni organizzative. Tuttavia, la Francia andrà alle elezioni pochi mesi prima della designazione della città olimpica - primo turno il 23 aprile, ballottaggio il 7 maggio - e ad oggi non si può escludere una vittoria del Front National, già primo partito alle regionali del dicembre 2015 e accreditato da tutti i sondaggisti, con la candidatura all'Eliseo di Marine Le Pen, quantomeno della presenza al ballottaggio. La destra lepenista è stata tra le prime ad applaudire il muslim ban e, rispetto alle politiche del governo ungherese, manifesta una certa sintonia. Ecco allora che, se infine a maggio il Front National dovesse imporsi (o affermarsi comunque in maniera significativa, magari perdendo un eventuale ballottaggio con la destra gollista), la corsa a tre tra Budapest, Los Angeles e Parigi potrebbe essere anche letta come una scelta anti-olimpica tra Orbán, Trump e Le Pen. E chi dovesse ottenere la designazione, potrebbe paradossalmente sfruttarla a proprio vantaggio in termini propagandistici per ripulire un'immagine tutt'altro che solidaristica. Curiosamente, tutto ciò accade dopo le Olimpiadi di Rio, le prime che hanno visto in pedana anche una rappresentativa di atleti rifugiati, e certifica quanto certe politiche rappresentino un visione distopica rispetto agli ideali a cinque cerchi.

Il resto lo diranno il tempo e la storia perché la sede verrà scelta a settembre, ma di qui al 2024 mancano sette anni e, per quanto possibile, non è affatto scontato che chi festeggerà a breve l'assegnazione dei Giochi sarà lo stesso che in futuro li aprirà. Pertanto, l'unica previsione possibile è il senso di disagio che potrebbe cogliere i delegati più idealisti chiamati a presenziare al congresso di Lima.

Intanto lo sport, storicamente utilizzato quale di veicolo di diverse istanze di protesta e rivendicazione - si pensi al boicottaggio statunitense alle Olimpiadi di Mosca nel 1980, a quello dei paesi del blocco sovietico ai Giochi di Los Angeles o a quelli, più complessi e articolati, e con comportamenti non sempre coerenti tra federazione e federazione, nei confronti del Sudafrica ai tempi dell'apartheid - continua in questo senso ad adeguarsi al mutamento degli equilibri politici. Che certe drastiche decisioni non siano un mero retaggio del passato lo dimostra il governo dell'Iran il quale, immediatamente dopo il muslim ban, aveva vietato l'iscrizione degli atleti statunitensi alla coppa del mondo di lotta libera in programma a Kermanshah il 16 e il 17 febbraio, secondo il più classico schema di azione-reazione. Allo stesso modo, il divieto è stato revocato a seguito alla sospensione del blocco deciso dalla Corte d'appello Usa. Perché se c'è una scelta politica che fa discutere, lo sport ha, come pochi, il potere di sottolinearla.

 

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