19 giugno 2017

Trump rivede le aperture di Obama verso Cuba

«Un’altra promessa elettorale di cui non mi sono dimenticato».

Twitta così il presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritorno da Miami, dove – nella giornata di venerdì – ha firmato un memorandum presidenziale di sicurezza nazionale sul rafforzamento della politica degli Stati Uniti verso Cuba, ridisegnando gli orientamenti di Washington verso L’Avana dopo lo storico disgelo promosso da Barack Obama.

Per il presidente, nessun dubbio: l’intesa raggiunta dal suo predecessore con il regime castrista era «a senso unico», totalmente inefficace per la tutela degli interessi americani, improduttiva per il popolo cubano e utile solo ad arricchire i tentacoli economici dell’apparato militare dell’isola. Per questo dunque, con la firma del memorandum, si pone fine «con effetto immediato» a un accordo iniquo, in vista di un possibile nuovo negoziato da intraprendere su basi diverse. L’annuncio di Trump è arrivato da una cornice scelta accuratamente: non solo la Florida, lingua di terra protesa verso Cuba e naturale punto di approdo di esuli e migranti, ma il quartiere di Little Havana a Miami, e più precisamente il teatro intitolato a Manuel Artime, unitosi alle forze castriste pochi giorni prima della vittoria della revolución e poi diventato uno dei leader della brigata 2506 nella fallita invasione della Baia dei porci. Ovviamente, importante è stata la partecipazione all’evento della comunità cubano-americana, che ha dato un contributo non secondario all’approdo del tycoon newyorkese alla Casa bianca.

Il cambio di direzione rispetto al recente passato è evidente, e l’impostazione delineata dal nuovo presidente pare distante – nella sua filosofia – da quel «todos somos americanos» con cui, nel dicembre del 2014, Obama rese noto l’avvio del processo di normalizzazione delle relazioni con Cuba. Ciò premesso, un’analisi più approfondita consente comunque di rilevare come la rottura non sia totale e come, anzi, alcune delle decisioni chiave della precedente amministrazione rispetto ai rapporti con l’isola rimangano in vigore. Gli interventi restrittivi più incisivi riguardano i viaggi e l’ambito commerciale: ai sensi delle nuove posizioni espresse, i cittadini statunitensi non potranno più organizzare autonomamente il loro soggiorno a Cuba e anche chi prenderà parte a viaggi organizzati in gruppo sarà sottoposto a controlli più stringenti. Sotto l’amministrazione di Barack Obama, le visite sull’isola con finalità esclusivamente turistiche erano rimaste formalmente vietate, ma l’allentamento di una serie di vincoli aveva di fatto consentito ai cittadini statunitensi di autodichiarare le motivazioni del viaggio scegliendo da una serie di opzioni. Adesso, con la presa di posizione di Trump, si tornerà sostanzialmente al regime precedentemente vigente, in forza del quale i viaggi erano possibili soltanto con compagnie dotate di specifica licenza o previa apposita autorizzazione del dipartimento del Tesoro, ad esempio, per viaggi con scopi religiosi.

Ancora, i cittadini e le compagnie statunitensi non potranno concludere affari con società che siano direttamente riconducibili agli apparati militari, di sicurezza o di intelligence cubani: una rete evidentemente piuttosto estesa, considerando che la holding GAESA – braccio ‘economico’ delle forze armate rivoluzionarie – controlla ampie porzioni dell’economia dell’isola ed è particolarmente presente anche nel settore turistico.

Fonti dell’amministrazione avrebbero comunque precisato che le restrizioni stabilite non riguarderanno i rapporti economici già in essere, così come i vincoli sui viaggi non saranno applicati per le visite già organizzate.

Quanto alla cancellazione del «one-sided deal», ossia dell’‘accordo a senso unico’, essa non avverrà con effetto immediato come dichiarato da Trump a Little Havana: perché le nuove direttive divengano operative, sarà infatti necessario che l’amministrazione si attivi e adotti in concreto gli orientamenti stabiliti. A tal proposito, il memorandum prevede che il segretario al Tesoro e quello al Commercio – coordinandosi con il segretario di Stato e con quello ai Trasporti – avviino entro 30 giorni la revisione delle disposizioni vigenti in materia di transazioni con Cuba, e gli stessi tempi sono previsti per iniziare a intervenire sul turismo.

L’ambasciata statunitense a L’Avana resterà comunque aperta nella speranza – ha precisato Trump nel suo discorso – che «i nostri Paesi possano intraprendere un cammino più forte e migliore». Inoltre, i voli diretti e le crociere non saranno colpiti dalle restrizioni e i limiti sui viaggi non si applicheranno ai cubani-americani, che potranno anche continuare a inviare le loro rimesse sull’isola. Ancora, non sono stati reintrodotti limiti sui beni che i cittadini americani potranno portare via con sé da Cuba.

Ecco, dunque, che l’iniziativa di Trump, pur con il suo non secondario significato politico, assume contorni meno netti rispetto a quanto prima facie si potrebbe pensare. Davanti ai presenti al teatro Manuel Artime, l’inquilino della Casa bianca ha voluto segnare la sua distanza rispetto a Obama, assicurando che il denaro americano non alimenterà le casse del regime castrista e che Washington non rimuoverà le sue sanzioni finché tutti i prigionieri politici non saranno liberati, la libertà di assemblea e di espressione non sarà rispettata, i partiti non potranno operare nell’arena politica ed elezioni libere e monitorate a livello internazionale non saranno organizzate.

Come ha osservato il New York Times in un suo approfondimento, a essere colpite dalle restrizioni potrebbero però essere innanzitutto – più che le società collegate al potere militare – quelle piccole attività che con l’afflusso sull’isola di turisti americani – e soprattutto dei loro dollari – stavano  cominciando a consolidarsi, dalle residenze private su Airbnb, ai pizza-shop, ai ristoranti di proprietà privata. La convinzione che il regime – economicamente messo alle strette – avrebbe finito per cedere, è stata del resto già coltivata da diverse amministrazioni americane senza sortire alcun effetto: riproporla, pur in forma evidentemente attenuata, non pare dunque la soluzione.

D’altro canto, se alcuni ambienti hanno criticato i nuovi orientamenti, le forze di più rigida opposizione al castrismo hanno al contrario contestato a Trump un approccio ritenuto troppo blando, quando invece la deviazione dal percorso inaugurato dal presidente Obama doveva essere decisa e inequivocabile.

Quanto al governo cubano, in una nota ha sottolineato che l’iniziativa dell’inquilino della Casa bianca rappresenta un passo indietro nelle relazioni fra i due Paesi, ribadendo che «qualunque strategia che pretenda di cambiare il sistema politico, economico e sociale di Cuba attraverso pressioni o metodi più sottili, è destinata al fallimento». Tuttavia, L’Avana conferma la propria volontà di proseguire il dialogo e la cooperazione in ambiti di reciproco interesse, promuovendo ciò che è utile ai rispettivi Paesi e ai loro popoli.

Trump, dunque, ha cambiato direzione, ma diverse aperture di Obama restano, anche perché secondo gli ultimi sondaggi il 65% degli americani si è detto d’accordo con le politiche verso Cuba inaugurate dal precedente presidente. Intanto, però, Trump, in difficoltà per il caso Russiagate, può twittare la propria soddisfazione per aver mantenuto un’altra promessa elettorale.

 

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