11 febbraio 2019

Diniegato: una parola di troppo

di Fiorenzo Toso*

Per ‘negare qualcosa, non accettarlo’, esiste in italiano un non comune verbo denegare che conosce l’ancor meno frequente variante dinegare con l’antiquato diniegare. Da quest’ultima forma deriva per retroformazione il ben più comune diniego ‘negazione, rifiuto, ripulsa’, che capita di sentire soprattutto nel linguaggio burocratico o giuridico, in espressioni quali opporre un fermo diniego a una domanda, gli è stato risposto con un deciso diniego, e così via.

Confesso che la relativa familiarità col sostantivo non mi aveva mai fatto riflettere sull’esistenza del verbo che lo implica, che è raro incontrare in testi non specialistici e ancor più, come dicevo, nella conversazione corrente.

 

Prince Jerry

 

Anche per questo motivo, alcuni giorni fa, quando mi ci sono imbattuto, leggendo un post su facebook, l’impressione che ne ho tratto è stata particolarmente sgradevole. Nell’asciutta prosa di un sacerdote genovese riportata in quel testo, il participio passato mi è suonato lì per lì incongruo rispetto alla drammatica notizia che stavo leggendo: "Uno dei nostri ragazzi di Multedo, Prince Jerry, dopo essere stato diniegato prima di Natale e scoprendo che non avrebbe potuto contare neppure sul permesso umanitario che è stato annullato dal recente Decreto, si è tolto la vita buttandosi sotto un treno".

Sono, per quanto indegnamente, un professionista di studi sul linguaggio, e nel bene o nel male le parole sono il mio pane quotidiano. Al di là del senso di tristezza che la notizia mi provocava, mi sono messo dunque a riflettere su quel diniegato e sul suo significato. Lì per lì, confesso che ho pensato a una creazione estemporanea rifatta su diniego, dettata dalla fretta o dall’emozione dello scrivente; dopo di che, l’automatica associazione al caso dell’aggettivo esodato mi ha indotto ad approfondire e, come tutti ormai facciamo, prima ancora che sui libri e sui vocabolari sono andato a cercare in rete.

 

Il progetto di Parlare Civile

 

Qui ho scoperto che l’informatissimo sito parlarecivile.it redatto da Raffaella Cosentino, Federica Dolente e Giorgia Serughetti dedica a “diniegato” un’intera pagina. Parlare civile è un progetto “volto a fornire un aiuto pratico a giornalisti e comunicatori per trattare con linguaggio corretto temi sensibili e a rischio di discriminazione”: nasce dal libro omonimo curato da Redattore sociale e, avvalendosi della consulenza scientifica di Francesco Carchedi, Giovanni Mottura e Enrico Pugliese, fornisce un ausilio veramente prezioso a quanti intendono liberamente fruirne.

Riguardo a diniegato ho imparato proprio qui come il termine si riferisca “alla persona a cui è stato negato lo status di rifugiato. Si tratta di un cittadino straniero che ha ricevuto il rigetto della sua domanda di asilo dopo l’audizione presso la Commissione Territoriale in quanto ritenuto non in possesso dei requisiti per il riconoscimento dello status, previsti dall’articolo 1 della Convenzione di Ginevra. Il diniegato è tenuto a lasciare il territorio nazionale, salvo che gli sia stato concesso un permesso di soggiorno per motivi umanitari o che non faccia ricorso contro la decisione”.

Citando la ricerca “Presenze trasparenti” Ricerca sulle condizioni e i bisogni delle persone a cui è stato negato la status di rifugiato, promossa dai centri di volontariato Cesv e Spes (2007), la scheda relativa al termine chiarisce come “non si tratti di rifugiati e non più di richiedenti asilo, né di immigrati economici o per altre cause, ma di persone che temendo per la propria incolumità hanno lasciato il paese di origine ed hanno chiesto asilo in Italia, trovandosi ora a vivere una situazione di precarietà o di vera e propria irregolarità rispetto al permesso di soggiorno”.

Ho appreso anche, dalla documentazione messa a disposizione nel sito, come “tra il 21 aprile 2005 e il 2 novembre 2007 su un totale di 27.295 domande presentate sono stati riconosciuti 2.203 rifugiati, 11.634 persone hanno ricevuto il diniego dello status di rifugiato, ma hanno avuto la protezione umanitaria e ben 10.020 richiedenti hanno ricevuto diniego senza protezione umanitaria”.

In sostanza quindi, migliaia di persone vivono in Italia la condizione di “diniegati”, circostanza che li rende di fatto invisibili, in uno status ancor più precario di quello di rifugiati e richiedenti asilo, alla mercè delle più inumane condizioni di sfruttamento e con tutti i rischi di marginalizzazione che ne possono derivare. Nel mondo di paria che sta crescendo inesorabilmente all’interno della nostra società, essere “diniegati” significa in pratica scendere al gradino più basso di una scala il cui punto di arrivo sprofonda in un inferno senza via d’uscita.

 

Vergogna collettiva

 

Ho letto poi, nelle ore e nei giorni successivi, vari tentativi di motivare il suicidio di Prince Jerry come conseguenza di un malessere più generico, come se la presunta “goccia” che ha fatto traboccare il vaso della sua angoscia non dovesse essere una ragione più che sufficiente per portarlo all’estremo del suo gesto. Mi sono convinto che non sia stato così. Le testimonianze concordano nel dire che Prince Jerry era un ragazzo in gamba, con un buon titolo di studio, bene integrato nel centro in cui era ospitato, disponibile verso gli altri e sinceramente animato dalla volontà di inserirsi nel paese che lo stava accogliendo.

Al termine di sofferenze indicibili, Prince Jerry aveva avuto qualcosa, non molto, pochissimo in realtà, ma era qualcosa, un barlume di futuro. Gli è stato tolto anche questo. “Il diniegato è tenuto a lasciare il territorio nazionale”, e lui lo ha fatto, per nostra vergogna collettiva.

 

Il linguista, la parola, il mondo

 

Ora, si dice che il linguista debba mantenere un atteggiamento di asettica indifferenza nel momento in cui registra (scopre) il nuovo – almeno per lui – valore semantico di una parola. Sarà. Io debbo ammettere invece che la frase “dopo essere stato diniegato prima di Natale” è stata per me contundente. Forse, anche perché erano i giorni in cui ferveva l’inutile polemica sull’uso di sedere, uscire, entrare e così via, che ha fatto spendere alquante chiacchiere a vuoto non soltanto al “pubblico” ampio, ma anche all’interno del più ristretto ambito della categoria di studiosi ai quali umilmente appartengo: sarà per questo che la circostanza secondo la quale un ragazzo abbia potuto “essere diniegato” mi è suonata particolarmente oscena, mi ha fatto trovare ridicole e, sì, inopportune, le disquisizioni sul valore transitivo o intransitivo di questo o quel verbo.

Infatti, anche interrogarsi sul peso delle parole fa, o dovrebbe far parte, di questo mestiere. Parlare civile sostiene, e con ragione, che “l’uso di questo termine tecnico è troppo poco diffuso sui media”. E io mi chiedo, ma dovremmo, ma potremmo davvero abituarci a questo termine osceno? Nella discussione nata sui social, la collega e amica Piera Molinelli mi ha fatto osservare, giustamente, come “senza scomodare ipotesi di determinismo linguistico, dobbiamo però sapere che la lingua passa messaggi che diventano ‘normali’ proprio perché denominati”. Ovviamente, ha ragione. Ma allora la domanda che ho formulato or ora si allarga: in che misura possiamo, dobbiamo abituarci a questa normalità? Non abbiamo forse il diritto, e il dovere, di opporci civilmente a questa normalità?

 

Al servizio dell’uomo

 

Il linguista può davvero limitarsi a registrare asetticamente questa nuova accezione per l’edizione aggiornata di un vocabolario? A riflettere su come un termine obsoleto quale diniegare generi una retroformazione che si riverbera su di esso attualizzandolo col nuovo valore di ‘escludere da ogni forma di riconoscimento giuridico un profugo’? Deve davvero limitarsi a dissertare dottamente sul conflitto tra “antilingua” e “politicamente corretto”, accontentandosi al più di stigmatizzare un termine così crudo, o di criticare l’ipocrisia che cela dietro questo poco comprensibile e al tempo stesso tremendo diniegato, termini espliciti come rifiutato, umiliato, calpestato?

Ne nasce un senso di frustrazione e di impotenza, perché, è vero, il linguista non ha neppure la prerogativa di incidere sull’uso di ciò che studia, tanto potente è invece la Parola. Ma altrettanto vero è che la Parola è al servizio dell’uomo, determinando la sua capacità di proporsi come animale sociale. E anche il linguista è uomo, e animale sociale. Non abdicare mai alla capacità di andare oltre le parole, indignarsi per ciò che significano (ma anche, quando è il caso, gioirne) dà senso compiuto alla ricerca del linguista, caricandola di un valore civile e di una dimensione etica.

 

*Università degli Studi di Sassari


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