02 novembre 2018

Libertà di parole

Undici domande a Federico Moccia, tra lingua e vita

 

Autobiografia in un tweet

Centoquaranta non è il mio numero. Non è la mia altezza, non sono i miei anni e per fortuna nemmeno il mio peso. Io non entro in un tweet.

 

1. La parola al centro della sua vita: quando lo ha capito?

Amare e le sue sfumature. Me ne sono accorto alle elementari, quando la maestra ci chiese di scrivere un pensiero su un luogo che ci piaceva e dove andavamo spesso. Io pensai subito mare. È lì che ho sempre trascorso le mie vacanze fin da piccolissimo. Lo amo e amo nuotare. Mi misi a scrivere e dopo qualche riga mi fermai. Mi accorsi che la parola mare era contenuta in un'altra, amare. L'amare conteneva il mare? Ma era fantastico. Fu una specie di illuminazione. Mentre guardavo il foglio, stava diventando una specie di filastrocca, «mare amare...». Allora decisi che il tema sarebbe stato dedicato alla parola amare, proprio come fosse una geografia. E lo descrissi fatto di onde, correnti, tempeste, calma e colori. Non ne sapevo certo molto allora. Ma paradossalmente non sono mai riuscito a farlo meglio di quella volta. Nemmeno da grande e dopo molti libri.

2. Un modo di dire, una frase, un proverbio, il verso di una poesia o di una canzone che le ritorna in mente.

«La felicità non è il punto d'arrivo, ma uno stile di vita». Me la ripeto da anni, soprattutto nei momenti più complicati. Mi ricorda che la felicità è una specie di allenamento quotidiano. A questa aggiungo praticamente tutte le canzoni di Battisti, le cui parole mi accompagnano da sempre. Trovo che siano senza tempo perché si adattano a quasi tutte le situazioni della vita che più o meno tutti noi viviamo.

3. Una parola o espressione, anche dialettale, del suo lessico familiare.

Non è una parola o un'espressione, è un tono, quello con cui rispondo ad alcune telefonate. Mi piace che sia la voce a dire qualcosa che non voglio definire. Dico: «Pronto!» in quel particolare modo se a cercarmi è una persona che amo, a cui tengo molto o un carissimo amico. E così quella persona sa che sono felice. Somiglia un po' a uno scherzo, a una piccola presa di giro, ma dentro ci sono moltissimo affetto e sorpresa. Perché sono felice di quella chiamata. Poi quando quelle stesse persone mi chiedono: «Come va?», dico sempre: «Bene ora che ti sento».

4. La parola che la fa volare.

Coraggio. Ovvero l'aprirsi all'incerto. Quante volte pensiamo di aver raggiunto quelli che pensavamo essere i nostri orizzonti e obiettivi? Quante volte ci sentivamo al sicuro e definitivi? Poi invece arriva la vita e ti dice: «No, aspetta, c'è tutto un altro mondo da vivere». E la sfida sta lì. Felicità è un lampo fortissimo, un balzo in avanti, qualcosa di preciso che arriva e ti sconvolge. Si tratta di un puntino, non di una linea intera. La serenità somiglia più a uno stato duraturo. Puoi lavorare al tuo approccio alla vita per trasformare ogni giorno in una serie di puntini felici che andranno a formare la linea della tua esistenza. Ma essere felici sempre significherebbe vivere solo gli estremi, sarebbe come dire che il dolore è una costante che si smorza mai. Sono proprio i fatti che ti costringono a questo, a crescere, e crescere significa saper ridimensionare quello che ci accade e che lì per lì ci sembra impossibile da sopportare. Bisogna continuare a vivere perché domani, guardandoci indietro, molto di ciò che ci sembrava tragedia sarà tornato normalità, e le vere tragedie avranno il sapore (anche se amaro) dell'esperienza. Dato che la vita spesso non ci risparmia il dolore, è importante saperlo riconoscere per quello che è, né troppo né poco, senza amplificarlo o minimizzarlo. Conoscerlo nella sua reale dimensione. Sapendo che poi, andando avanti, ogni elemento negativo della nostra esistenza somiglierà a un punto sempre più lontano dell'orizzonte. Come sfilare via a gran velocità in moto e, guardando indietro, vedere tutto che si rimpicciolisce.

5. La parola che la amareggia.

Razzismo. Mi spaventa e mi ferisce. Siamo tutti espressione di umanità e bellezza e nessuno può arrogarsi il diritto di discriminare qualcuno perché lo ritiene diverso (e dunque peggiore). A questa ne aggiungo un'altra, altrettanto pericolosa: tolleranza. Tollerare è la faccia buonista di chi finge di non essere razzista, ma è sinonimo di sopportare. Non c'entra nulla con l'accogliere. Accoglienza è conoscenza, mettersi in gioco, provare a capirsi mischiando mondi. Sopportare non è accettare, è trascinarsi dietro un peso, è fingere per apparenza e comodo. La vita non addita, non esclude, non etichetta. Perché dovremmo farlo noi? La diversità è ricchezza. Non livella, non accorpa, non snatura. Ci insegna la complicità.

6. Il dizionario: pesante o leggero?

Enorme, direi. E per fortuna. È un contenitore che non ha a che vedere coi chili. Non è scomodo. Non va portato in giro, perché è lui a portare te ovunque vuoi. Dentro le radici di una parola, in una connessione tra due termini che pensavi lontani, attraverso un significato che ti accende all'improvviso. Il dizionario è una mongolfiera. Il suo pallone in nylon contiene mille possibilità. L'aria calda che lo gonfia e lo solleva è la nostra curiosità. Senza quella il pallone resta a terra, raggrinzito e inutile.  Tramite le parole noi viaggiamo. E sappiamo che la mongolfiera per volare deve lasciare a terra le zavorre. Quelle che per me sono pregiudizi e cattive convinzioni. Di questa mongolfiera, che è ogni dizionario che sfoglieremo nella vita, noi siamo anche i piloti. E non c'è timone per scegliere la direzione. I bravi piloti per viaggiare si basano sulla direzione del vento alle diverse quote. Le parole sono quel vento. Noi possiamo essere bravi piloti se impariamo a riconoscerle.

7. Tre lemmi che eliminerebbe dal dizionario e perché.

Nessuno. Perché ogni parola, anche quella che richiama i significati più odiosi e terribili, deve essere conosciuta a fondo. E oggi, per la situazione che viviamo, violenza, vigliaccheria e irresponsabilità sono tre dinamiche per le quali non dobbiamo mai abbassare la guardia. E per farlo dobbiamo comprendere bene il loro significato. Perché nessuno possa mai usare la nostra ignoranza come scusa per farci credere quel che non è.

8. Chi sono i padroni della lingua?

Coloro che la tradiscono e la manomettono per i loro scopi personali. Chi non la rispetta e la svilisce. La lingua non vuole padroni. Vuole genitori e figli. Chi la genera e chi la eredita. E lo fa con rispetto, amandola e  dedicandosi a lei in ogni occasione e momento della giornata.

9. L’aggettivo che più le si addice.

Curioso. Perché deriva da cura. E rimanda a tutto ciò che va curato, coltivato e chiede la nostra attenzione costante. Chi si prende cura di qualcosa lo protegge, ma non lo soffoca. Lo aiuta a crescere ed essere autonomo. È una tensione positiva verso quello che accade, il nuovo e  anche ciò che è stato. È un'attitudine che mi spinge continuamente a pensare, fare, tentare, a dimenticarmi l'età intesa come ostacolo per viverla come esperienza. Sono curioso dei miei figli, di ciò che vorranno e potranno essere, curioso di ciò che sanno già insegnarmi adesso, nella riscoperta di aspetti di me bambino che avevo dimenticato e nello sguardo che hanno verso ciò che li circonda. Informarsi, conoscere, capire i nessi, alimentare dubbi perché così nasceranno nuove domande e si arriverà ad altre informazioni, chiedere sempre agli altri, confrontare, mai pensare di avere in tasca la verità assoluta. Esiste forse un senso più grande per la vita dell'uomo? E mi ritrovo a pensarla come Einstein: «Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente curioso».

10. Quello al quale non vorrebbe mai essere associato.

Irresponsabile. La responsabilità per me è fondamentale. Mi piace il suo etimo, respònsus, participio passato del verbo respòndere, ‘rispondere’. Chi non risponde di ciò che fa o dice non è degno di stima. Specialmente quando rispondere è davvero difficile. Vorrei che questa attitudine mi venisse sempre riconosciuta. Non parlo di risposte forzate o ironiche, date quasi come colpi da infliggere all'avversario. Parlo di risposte profonde, reazioni ragionate a quello che accade, senza vigliaccheria.

11. L’emoji con cui si identifica.

Mi fa sorridere quella che penso si trascriva così: smiling face with smiling eyes, il sorriso con gli occhietti chiusi che mi dà il senso di positività e serenità.

 

a cura di Margherita Sermonti

 

Illustrazione di Stefano Navarrini

 

Le interviste già pubblicate

Marino Sinibaldi

Frediana Biasutti

Pietro Sermonti

Maurizio Ruggeri

Gaia Manzini

Giulio Marcon

Eraldo Affinati

Domenico Iannacone

Emanuele Giovannini

Giorgio Moretti

 


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