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I nostri lettori cacciatori di parole nuove/11

Sarà diversa dalle precedenti, l'undicesima puntata della consueta “caccia alle parole nuove”. Lettrici e lettori del nostro portale (qui trovate la puntata di apertura, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l'ottava, la nona e la decima) hanno inviato molto materiale, nel corso del tempo, e la disamina di cinque vocaboli per volta non è sufficiente. Pertanto, darò conto, in due tornate, degli aspiranti lemmi a un ipotetico treccanico (< Treccani) neologismario 2.0 che sono in archivio. E adopero qui – sembra il luogo più opportuno – quel 2.0 o due punto zero, segno degli interattivi tempi moderni, che si sta affermando come locuzione usata in funzione aggettivale sempre posposta, anche in accezioni estensive. Per limiti di spazio, la rassegna sarà cursoria, i commenti ridotti all'osso (qual è l'osso delle parole?).

 

Alocalità: F. P. getta il sasso di alocalità, senza aggiungere altro. Ipotizzo che dovrebbe valere 'proprietà di ciò che non si trova in nessun luogo', con a- privativo/negativo. Per ora, la parola resta alocale, appunto, priva com'è di pur minimi riscontri, anche se è virtualmente compatibile con i meccanismi tradizionali di formazione delle parole.

 

Brossolino: l'utente lucernaardente segnalò questo vocabolo pescato nel romanzo Il viaggio degli inganni del narratore barbaricino Salvatore Niffoi. La parola significa 'culla' e deve molto, evidentemente, al dialetto o a un italiano subregionale di area nuorese – come molte altre volte in Niffoi (cfr. Dalla Sardegna all'Europa. Lingue e letterature regionali, a cura di Francesca Dettori, Franco Angeli, 2014). Bello, ma che facciamo? Ogni regionalismo o voce dialettale italianizzata la mettiamo in un dizionario della lingua italiana?

 

Cattotalebano: R. R. segnala in questo modo: «presente in rete col significato di cattolico fondamentalista-integralista con modi di fare e pensare assolutistici e intransigenti come i talebani». Trattasi di parola di forte intonazione polemica. In un Paese di profonda tradizione cattolica come l'Italia, cattotalebano deve essere sentito come troppo fortemente marcato, tanto che racimola poche attestazioni scritte, fuori dalla rete. Con il primo elemento compositivo catto- (da cattolico), nel linguaggio giornalistico e della polemica politica, si è formata una manciata di neologismi a partire dal celebre cattocomunismo (1978). Alcuni di questi neologismi sono stati lemmatizzati da più di un dizionario (cattoleghista, cattoliberista).

 

Fanfarista: Lascio la parola all'esperto propositore F. R.: «Come si chiama colui che suona in una fanfara? Non c'è un termine che fa alla bisogna. Potremmo chiamarlo, per tanto, "fanfarista". Il suffisso “-ista”, sin dall'antichità, si affigge in italiano a basi lessicali verbali e nominali per formare sostantivi che designano attività, mestieri, professioni. Da arte abbiamo ‘artista’; da violino si ha ‘violinista’; da fanfara possiamo avere, benissimo, “fanfarista”». In questo caso, però, si tratta di una battaglia per una causa vinta, almeno per quanto riguarda il Vocabolario Treccani.it.

 

Felatura: scrive F. P. che si ha felatura «quando per esempio un vaso, o il vetrino di un orologio, si rompono senza che le parti si stacchino. Rimane in questo modo evidente il "filo" di rottura». Non è registrato nei dizionari. Non lo trovo altrove. Qualcuno tra i lettori ne sa qualcosa?

 

Gazebare: S. Z. avverte che il verbo è molto diffuso in Veneto nel parlato dei giovani che, per gazebare, intendono «montare il gazebo nelle piazze e compiere volantinaggio o altre azioni a contatto con la cittadinanza», in occasione di manifestazioni politiche. In rete - come suggerisce S. Z. -, qualche attestazione si trova (proveniente da utenti del Triveneto, in effetti), ma, per ora, siamo di fronte a una parola usata nell'italiano parlato di un'area definita (Nordest), da uno spicchio di parlanti, in occasioni particolari, e con un tono tra il colloquiale e lo scherzoso. Sul piano della forma, peraltro, il derivato gazebare è virtualmente ammissibile.

 

Masterclass: M. C. V. segnala come neologismo una parola che, in realtà, è già presente nel Vocabolario Treccani.it (e in altri dizionari). Ha ragione M. C. V. quando scrive: «Sarebbe utile anche precisare il genere, perché il termine viene utilizzato a volte come maschile, altre volte come femminile». Come molte parole ricevute dall'inglese in forma non adattata, vi sono oscillazioni nella determinazione del genere in italiano. Per esempio, per Treccani.it è femminile (forse si “sente” classe < class o si traduce mentalmente class con lezione), per Garzanti è maschile (si sente master, già maschile in italiano; o si pensa alla traduzione corso). Vediamo come si stabilizzerà il genere, col passare del tempo.

 

Osteomorfo: P. I. Z. definisce correttamente così questo greco-latinismo composto: «che ha forma di osso». Osteo- rimanda al primo elemento osteo- già in greco, a sua volta ricavato dal sostantivo ostéon 'osso', mentre l'altro elemento, -morfo 'a forma di', ricalca l'equivalente greco -morphos, a sua volta dal sostantivo morphé 'forma'. Per ora, c'è un significato tecnico in architettura, fedele all'etimo ('detto di un elemento architettonico, che ricorda la forma di osso, con due nodi rilevati alle estremità'), e un altro più allegrotto in alcuni giochi di ruolo virtuali di fantasy, dove osteomorfo, sostantivo, è detto di uno specialissimo cuore dalle proprietà magiche.

 

Pulmantista: segnalato da D. D. B., sul modello di aut(o) + -ista. Per ora vi sono tracce inconsistenti nel sangue della lingua viva, nonostante il meccanismo soggiacente di formazione della parola sia normale.

 

Qualcosatore: M. T. segnala che «la parola "qualcosatore" è stata coniata per indicare una figura professionale legata alla creazione delle cosiddette "start up", allo sviluppo dell'imprenditorialità: progetti, idee imprenditoriali». Sì, anche il «Corriere della sera» citò la parola, evidentemente coniata tra il faceto e il serio, in occasione dell'Expo delle Startup dell'anno scorso. Poi, però, della parola si è persa traccia. Peccato, perché qualcosatore è simpatico, anche se – a mio avviso – ambiguo: al meglio, siamo dalle parti del genio arruffato di Archimede pitagorico (Walt Disney); al peggio, siamo nei pressi del “vedo gente, faccio cose” satireggiato anni fa da Nanni Moretti.

 

Salvadata: Scrive A. N.: «vorrei segnalare il neologismo “Salvadata”, dall’espressione inglese “Save the date”, con cui, nella tradizione americana, si indica un avviso col quale una coppia, anticipando le partecipazioni di nozze, informa parenti e amici che ha deciso di sposarsi. Il "Salvadata" indicherebbe quindi un avviso che precede, in genere, un invito ufficiale, utilizzato per ricordare una determinata data (un anniversario, un evento speciale ecc.)». Il salva di salvaladata  o salvadata è probabilmente un prestito camuffato, come scrive nel suo blog Licia Corbolante. La locuzione, molto presente in rete attraverso e-mail, post, ecc. che fungono da avvisi, non si è ancora stabilizzata: esistono anche le forme analitiche e perfino quelle non lessicalizzate come salvate la data, se l'accezione di 'invito a appuntarsi la data di un evento (e dunque a non mancare)' è rivolto a più persone, conservando dunque non poco del valore verbale originario. Non è facile capire se prevarrà invece la formula originale save the date, già più adoperata. Da monitorare.

 

Salvate la data (quale non so: appiccicate il post-it sulle nuvole autunnali) per il prossimo rotolone di farfalle lessicali.

 

Silverio Novelli

 


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