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I nostri lettori cacciatori di parole nuove/8

Un sole di prima primavera s'avanza, meno pallido, più effusivo. Sotto pelle, scorrono vibrazioni nuove: le cicliche sentinelle del benessere avvertono che il colore pallido – il nostro – potrà cambiare, anche quest'anno. Così succede al lessico nelle lingue, dunque anche nella lingua italiana. Ecco che cosa scrive Luca Serianni, nel suo densissimo, affascinante lavoro da poco in libreria, Prima lezione di storia della lingua italiana (Laterza): «Il lessico è l'elemento più dinamico e insieme più superficiale della lingua. Più superficiale, perché rappresenta uno strato esterno, come l'epidermide rispetto al derma; e come la comune tintarella si perde in pochi giorni, una volta interrotta l'esposizione ai raggi solari, così molti neologismi si affacciano nel nostro orizzonte linguistico, ma non resistono a lungo» (p. 16).

Avide di sole, desiderose di primavere e di estati non caduche, escono alla luce anche le parole nuove che si impongono all'attenzione dei nostri lettori, che ce ne fanno dono dall'ottobre del 2013. Questa è l'ottava puntata della nostra (vostra) “caccia alle parole nuove” (qui trovate la puntata di apertura, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima).
 
Diamo ora spazio a cinque nuove proposte. Come al solito, precisiamo che, nei casi controversi, le parole pervenute saranno collocate in una speciale quarantena, tenute sotto controllo e monitorate. Non è detto che quanto oggi sembra occasionale o effimero non possa, nel corso del tempo, imporsi nell'uso ed essere perfino promosso a neologismo vero e proprio, per poi approdare agli onori dell'opera lessicografica.
 
Lombrosario
 
Graffiante per sarcasmo, questo neologismo, che ha, tra i suoi propugnatori, il giornalista e scrittore Marco Travaglio, e trova presso di noi un intercessore in C. E., che certifica inequivocabilmente l'esistenza in lingua di lombrosario. Scrive C. E.: «Segnalo la parola LOMBROSARIO, ad indicare un gruppo di persone (o il luogo che contiene dette persone) spiccatamente negative, come i criminali catalogati dal Lombroso in base alla fisionomia. Molto spesso riferito al nostro Parlamento. Da una conferenza del giornalista Travaglio: “Il Governo Monti appare migliore di quello precedente perché Berlusconi in tutti questi anni si è circondato di persone impresentabili, un lombrosario!”». Il suffisso -ario crea per l'appunto (riprendendo parole latine o formandole modernamente) anche sostantivi che designano luoghi che contengono un insieme di cose o persone (lebbrosario,ossario, rimario, schedario, sillabario, stradario, vocabolario). Qui il gioco verbale si spinge fino a trasformare il cognome del medico e criminologo Cesare Lombroso (1835-1909) in un deonimico che vale 'persona degna di un tipico giudizio di Lombroso', vale a dire, grosso modo, 'criminale per aspetto e dunque per atavismo'. Qui riportiamo un'attestazione reperita in un articolo scritto nel 2011 per «La Repubblica» dallo scrittore Mario Desiati: «Tra gli autori i pugliesi Livio Romano, Omar di Monopoli, Elisabetta Liguori che compiono un inventario (ma in certi casi potrebbe parlarsi di lombrosario) delle loro esperienze pubbliche più "compromettenti"» (l'autore si riferisce agli incontri pubblici cui hanno partecipato alcuni suoi colleghi per presentare le proprie opere).  
Da monitorare.
 
Mulinello
 
Segnala G. L. che nostro Vocabolario Treccani.it «tra le accezioni del termine "mulinello" non vi è quella che designa, nel gioco (o sport) del tennis, il movimento compiuto dalle braccia del battitore subito dopo il lancio della palla verso l'alto, sì da poter imprimere alla palla, una volta colpita, la massima forza possibile». Non abbiamo davvero nulla da obiettare. Semplicemente, dobbiamo ammettere che la terminologia settoriale degli sport è vastissima e non tutta trova né può trovare rappresentazione in un dizionario generale della lingua dell'uso. Ma, certo, le denominazioni delle principali tecniche, azioni, regole, movimenti, ecc. vanno prese in considerazione. In genere, i lessicografi italiani devono guardarsi dal rischio di lemmatizzare con troppa larghezza la nomenclatura calcistica, magari a discapito di quella di altri sport meno popolari.
Ma mulinello studieremo di introdurlo, come anche top spin, un tipico gesto tecnico proprio degli sport “da polso”, come tennis, ping pong e golf.
 
Rollatore
 
Un sostantivo per definire «coloro, sempre più diffusi che comprano tabacco sfuso e arrotolandolo in una cartina si fanno sigarette da soli», propone R. D. N. Perché no? Rollatore è un nomen agentis formato ricorrendo al produttivissimo suffisso -tore, che da secoli fa onestamente il suo mestiere in italiano (come il suo antecedente -torem aveva fatto in latino), sfornando, a partire da verbi, dei nomi di persone 'che fanno qualcosa' (intonacare > intonacatore, mangiare > mangiatore, ecc.).
Potenzialmente, a partire da tutti i verbi indicanti attività umane potremmo formare un sostantivo in -tore (femminile -trice): talvolta questa potenzialità non si esprime, talaltra lo fa a sprazzi, oppure, viceversa, si invera in un vocabolo che, una volta comparso, mette radici nel lessico e ha tenuta plurisecolare. Ora, rollatore, riferito a chi confeziona a mano una sigaretta, è una voce che deriverebbe da un verbo, rollare (dal francese rouler 'arrotolare') usato in questa accezione gergale da una manciata di anni, su sinergico influsso dell’inglese to roll. Nel Treccani.it, ecco la definizione: «2. gerg. Arrotolare a mano la cartina per confezionare una sigaretta di tabacco o di marijuana: r. uno spinello».
Quindi rollatore è creazione legittima e adoperabile in registri non formali, anche se ha bisogno di qualche po' di tempo e di attestazioni scritte per approdare alla lemmatizzazione in un dizionario. Forse vi arriverà prima l'ingegnosa e diffusa macchinetta tascabile che in parte si sostituisce alle dita nel confezionamento della sigaretta, nominata rollatore dalle stesse aziende produttrici e dunque dai fedeli utilizzatori dell'aggeggio.
 
Taccata
 
Propone L. S. d. T. (bisogna ammettere che questa faccenda di siglare nomi e cognomi alle volte dà esiti insoddisfacenti, come in questo caso: vi assicuriamo che non si tratta della sigla di un nuovo allucinogeno) un sostantivato taccata per «donna dotata di tacchi, normalmente alti», che – aggiungiamo noi – presupporrebbe comunque un uso aggettivale (donna taccata). In rete, in qualche blog o forum, questa neoformazione si trova, ma usata sempre in funzione aggettivale, vagamente connotata in senso malizioso o, come direbbero gli inglesi, glamorous, e riferita a una donnache porti scarpe con tacchi alti (di solito a spillo) e che magari sia anche – come taluno o taluna scrive - calzata, nel senso che indossi calze lunghe e nere. A spanne e senza grandi sforzi di fantasia, siamo dunque dentro lo stereotipo della donna sexy e ammaliatrice.
Sotto il profilo dei meccanismi formativi, non convince tanto l'uscita in -ata, che più facilmente presuppone una base verbale, tipicamente della prima coniugazione (l'unica produttiva). Infatti calzare > calzata (anche se, per esempio, esiste topato 'color grigio topo', detto di manto equino, derivato da topo). In genere da un nome, per es. forza > forzuta, ecco l'uso del suffisso -uta. In -uta escono aggettivi riferiti a caratteristiche di una parte del corpo (panciuto/a, polpacciuto/a), come anche i grossier tettuta e popputa (ma popputa viene registrato nei dizionari perché ha ampia letteratura alle spalle, dal Settecento in poi, specie con scherzoso e condiscendente riferimento alle care e vecchie balie di una volta, considerate mansuete erogatrici di latte, più che persone).
«Molto alta, molto taccuta, molto appariscente e determinata»: così appariva a Filippo Ceccarelli la deputata e donna di spettacolo Gabriella Carlucci («La Repubblica», 7 dicembre 2011). Come si noterà, la terminazione in -uta tende a imprimere una connotazione ironica, non proprio apprezzativa. Tra -ata e -uta non è che, sotto questo aspetto, le cose cambino molto.
Aspettiamo a vedere se aumenteranno attestazioni fededegne. Intanto, accantoniamo nel magazzino.
 
Vanveriere
 
Scrive F. R., che da tempo tiene un seguìto blog su fatti di lingua: «invitiamo i lessicografi a prendere nella dovuta considerazione il termine, da noi proposto, "vanveriere", e metterlo a lemma nei dizionari. Non esiste, infatti, un vocabolo atto a indicare una persona che parla a vanvera». Bè, sì, da vanvera sicuramente non si ha un *vanveratore. Spostandoci dal campo dei segni a quello dei significati, esiste un cianciatore – ma semanticamente sembra più tenue –; sproloquiatore ha le sue brave attestazioni moderne e contemporanee – anche nel nobel Dario Fo – e, tutto sommato, non dispiacerebbe, perché, anche se non registrato nei dizionari, è un virtualmente possibile e naturale nomen agentis, ricavabile senza sforzo da sproloquiare. Da vaniloquio, molto bello perché, a differenza di vanvera, è trasparente, abbiamo l'ottimo vaniloquente (attestato dal 1790). Diciamo dunque che il campo onomasiologico riferito a 'colui che straparla, parla a vanvera, a casaccio, senza costrutto, senza senno', non è sterile, né deserto. Diamo però per certo che vanveriere è creazione arguta e ben formata. Il suffisso -iere è radicato ed efficace nella nostra lingua. Un'assonanza per contrasto rimanda a vivandiere, evocando un mondo capovolto in cui v'è chi nutre i suoi simili di parole inutili e pure, volendo, moleste (ma sarebbe tanto capovolto, questo mondo? Secondo F. R. no, saremmo proprio nella viva normalità del nostro mondo all’impiedi).
Notiamo, in margine, che il GRADIT accoglie i neologismi verbali vanverare -onomaturgo agli inizi degli anni Ottanta lo scrittore Pier Vittorio Tondelli – e vanvereggiare (datato 1990). Dunque, volendo, si potrebbe promuovere anche l'uso di *vanveratore e *vanvereggiatore, carichi, come vanveriere, di una bella energia espressiva e forti del potente suffisso -tore. Ma chi scrive resta dell'opinione che a decidere saranno l'uso, la quantità e la qualità delle attestazioni. Ogni cosa, anzi, ogni parola, a suo tempo.
 
Per voi, cacciatrici e cacciatori di parole, è sempre tempo di inviarci le vostre segnalazioni. Alla prossima puntata e, mi raccomando, orecchie e occhi sempre aperti.
 
Silverio Novelli
 
 

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