05 aprile 2019

Le parole della neopolitica - Buonista

di Michele A. Cortelazzo

«Meglio buonista e puttana che fascista e salviniana». Ha fatto discutere il cartello inalberato da una manifestante (Giulia Viola Pacilli) nella manifestazione del 2 marzo a Milano, come hanno dato luogo a furibonde discussioni la ripresa fattane dal vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e le violente reazioni dei supporter di quest’ultimo.

Ma circolano nei social network anche messaggi come questo: «C’erano due piccoli eroi: Riccardo (italiano), Rami (egiziano). Riccardo scompare dall’informazione di giornali e tv perché non funzionale alla propaganda buonista». Buonista, dunque, è parola sulla quale convergono, in questi mesi, gli interessi sia degli esponenti della maggioranza, a cominciare da quelli della Lega e dei suoi sostenitori (che la utilizzano come insulto politico, come nel confronto tra Riccardo e Rahmi), sia degli esponenti della minoranza, che difendono il valore positivo del concetto di buono, base di partenza della parola, o la assumono polemicamente come titolo di vanto, come è stato il caso della ragazza alla manifestazione di Milano.

In questa rubrica non ci interessano i meccanismi mediatici attraverso i quali un messaggio esposto in una manifestazione trasmigra sui social (e in particolare sull’account di un ministro) e da qui dà la stura alle reazioni aggressive e virali dei sostenitori di chi ha rilanciato polemicamente il messaggio; oppure la fondatezza dell’accusa al sistema mediatico di privilegiare le azioni positive degli stranieri, a scapito di quelle degli italiani. Ci interessano, invece, la storia e la semantica di buonista.

 

Rinfacciare un eccesso di bontà

 

Buonista, con l’astratto buonismo, è un bel caso di neologismo di successo, anzi di pieno successo. Nato nel 1995, è tuttora in auge e anche oggi, come si è visto, è parola chiave, in positivo o in negativo, della comunicazione politica italiana. Buonismo, nel significato di ‘ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari’ è nato per rappresentare, in chiave ironica o apertamente polemica, l’atteggiamento politico del Partito Democratico della Sinistra e dell’Ulivo, rappresentati allora soprattutto da Walter Veltroni e Romano Prodi: «Adesso siamo alla terza fase, detta anche del buonismo o delle belle maniere, la fase dominata dai sorrisi benevoli di Prodi e di Veltroni», si leggeva sulla «Stampa» del 14 maggio 1995.

Ma perché buonista? Non basta buono? No, perché buono difficilmente assume la connotazione sprezzante e caustica (rubo gli aggettivi a Claudio Magris, in un articolo del «Corriere della sera» del 13 luglio 1995) che gli vogliono dare i sostenitori di un modo rude e aggressivo di fare politica. Ma buono, ricordava già allora Magris, «non è una parola zuccherosa, ma è una parola forte, da usare con pudore ma senza eccesso di pudore, che è sempre bacchettone». E che sia così, è dimostrato proprio dalla creazione di buonista, che serve a rinfacciare un eccesso di bontà, visto come segnale di debolezza o di dabbenaggine. Per scopi denigratori, o quanto meno critici, buono funziona meno bene (anche se «La Verità» di qualche giorno fa ha così attaccato, in un sottotitolo, Banca Etica: «L’istituto “dei buoni” diede 460.000 euro alla Ong per l’imbarcazione»).

Da parte sua, buonista e buonismo, a differenza di altri neologismi che nascono improvvisamente ma scompaiono anche in fretta, ha consolidato in un ventennio, o poco più, il suo uso, al punto che l’ha usato senza timori lo stesso Magris, in un articolo sul «Corriere della sera» del 15 novembre 2015 dal titolo, redazionale fin che si vuole, ma molto significativo «Quel complesso di colpa che ispira l’equivoco buonista». Nell’articolo si trovano, queste sì di penna dell’autore, queste parole: «le pudibonde cautele rivelano un represso disprezzo razzista ossia la negazione della pari dignità e responsabilità delle culture camuffata da buonismo».

 

Cattivo e cattivista

 

Un’ulteriore riprova della generale inutilizzabilità di buono a fini polemici (eccezioni come quella della «Verità» a parte) è data dalla ben minore fortuna del suo contrario cattivista, anch’esso in uso dal 1995, ma con una frequenza enormemente minore di buonista: per attaccare un avversario è sufficiente l’aggettivo base, cattivo: così Andrea Costa, di Baobab, ha dichiarato a Dimartedì il 6 marzo 2019: «Salvini volgare e cattivo, il peggio che possa offrire la politica italiana». A sua volta, in più occasioni, Matteo Salvini ha assunto e rilanciato l’accusa contro sé stesso, ovviamente per sminuirne il valore ingiurioso (per esempio si può citare una dichiarazione del 19 gennaio 2019: «Una riflessione: tornano in mare davanti alla Libia le navi delle ONG, gli scafisti ricominciano i loro sporchi traffici, le persone tornano a morire. Ma il ‘cattivo’ sono io. Mah..»). Più o meno come ha fatto Giulia Viola Pacilli con buonista. E senza bisogno di ricorrere a cattivista.

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma

 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 


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