13 maggio 2019

Le parole della neopolitica - Salvo intese

di Michele A. Cortelazzo*

Come altre volte, inizio da una citazione: «il Consiglio dei Ministri ha approvato dopo tre ore di discussione il dl crescita con la formula “salvo intese”, già usata per il dl Genova e lo sblocca cantieri, e che consente al governo di ritoccare il testo anche dopo il via libera». La fonte è il «Fatto quotidiano» del 4 aprile 2019. È uno dei tanti articoli che hanno contribuito a dare una certa notorietà a un’espressione di puro stampo burocratico, questo salvo intese che accompagna, come conferma l’articolo appena citato, molti provvedimenti deliberati dal Consiglio dei Ministri.

Salvo intese fa il paio con la formula usata per indicare l’unico punto all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri n. 57, del 30 aprile 2019: «Il Consiglio dei Ministri è convocato in data odierna alle ore 21,00 a Palazzo Chigi, per l’esame del seguente ordine del giorno: - VARIE ED EVENTUALI».

 

Un alto tasso di vaghezza

 

Salvo intese e varie (ed) eventuali sono due espressioni che, soprattutto quando sono riferite ad atti ufficiali del governo, hanno molte caratteristiche in comune. Innanzi tutto, sono caratterizzate da un alto tasso di vaghezza. Scrivere varie ed eventuali nell’ordine del giorno del governo è in contrasto con il bisogno, e il diritto, di trasparenza che i cittadini hanno di fronte alle attività delle istituzioni. Nel momento in cui la Presidenza del Consiglio dei ministri inserisce in rete l’ordine del giorno delle riunioni del Consiglio, dovrebbe rendere edotti i cittadini non solo del fatto che il Consiglio si riunisce, ma anche degli argomenti che discute. Questo obiettivo non è soddisfatto dalla locuzione varie ed eventuali. Ugualmente, se il Consiglio dei ministri approva un provvedimento, ci si aspetterebbe che l’oggetto dell’atto fosse stato approfondito in tutti i suoi particolari, che il testo discusso dai ministri fosse quello definitivo, che i cittadini potessero conoscerne subito tutti i contenuti. Invece non è così.

Il secondo tratto in comune è che queste espressioni, presenti in documenti ufficiali del governo, sono diventate oggetto di polemica politica, naturalmente per iniziativa della minoranza e dei cittadini che si oppongono all’attuale maggioranza. Così, queste due espressioni, tipicamente burocratiche, hanno avuto ampia diffusione.

 

Prima di Conte, Mario Monti

 

Il terzo tratto in comune è che si tratta di espressioni, e di prassi, che sono venute in auge proprio a causa delle recenti polemiche politiche alle quali ho appena accennato, ma che non sono una novità degli ultimi giorni. Per esempio, un Consiglio dei ministri convocato con all’ordine del giorno le sole varie ed eventuali si era già tenuto il 13 novembre 2018 (Convocazione del Consiglio dei ministri n. 27). Poco male, si dirà: si tratta sempre di una riunione dell’attuale governo. D’accordo.

Ma non possiamo dire la stessa cosa della formula salvo intese, usata per indicare che un decreto legge è stato approvato nelle sue linee generali, ma il governo si è preso altro tempo per definirne i dettagli. La paternità dell’espressione non va attribuita all’attuale Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Formula e procedura vengono da più lontano. Il 23 marzo 2012 la Presidenza del Consiglio aveva emesso un comunicato che iniziava così: «il Consiglio dei Ministri ha approvato oggi, salvo intese, il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro». Il Presidente del Consiglio era Mario Monti. Come spiegò a suo tempo il «Post»: «questo vuol dire che il governo si riserva di modificare il disegno di legge prima di sottoporlo al Parlamento (che poi naturalmente potrà a sua volta emendarlo). Questo permetterà al presidente Mario Monti di mostrare ai mercati e alla comunità internazionale lo stato di avanzamento del progetto di riforma senza per questo rinunciare a ritoccare le norme che oggi non sembrano essere gradite a vari pezzi della maggioranza parlamentare che sostiene il suo governo».

Insomma, il salvo intese che sembrava un’innovazione dell’attuale Governo non è un’espressione inventata dall’attuale Presidente del Consiglio (e magari, come si sarebbe potuto pensare, originata dalla sua esperienza di avvocato privatista), ma risale indietro nel tempo e proviene, con tutta probabilità, da qualche ufficio di Palazzo Chigi (sarebbe interessante sapere se il governo Renzi o quello Gentiloni hanno mai approvato provvedimenti salvo intese). Resta il fatto che si tratta di un’espressione che designa una procedura che non brilla per trasparenza e che richiama certamente le vaghezze del politichese della cosiddetta Prima Repubblica.

 

*Università degli Studi di Padova

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revenge porn, radical chic

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma 

 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 


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