07 giugno 2019

Le parole della politica - Professoroni

di Michele A. Cortelazzo

Tra i circa centomila risultati che Google ci restituisce se cerchiamo la parola professoroni, i primi ad apparire sono un articolo del «Corriere della sera» del 17 agosto 2014 e uno del «Giornale» del 17 ottobre 2018. Nel primo testo, dal titolo Quell’insofferenza per i Professoroni (nell’era dei 140 Caratteri), l’autore, Pierluigi Battista, ricorda che il Presidente del Consiglio (allora era Matteo Renzi) «invoca una resa dei conti con questa palla al piede di un’Italia che vorrebbe ripartire di slancio se non fosse frenata dai “professoroni” maestri di conservazione e di immobilismo»; nel secondo (titolo: Salvini contro i "professoroni": "Io sono ignorante, ma voi dove eravate?", autrice Giovanna Stella) il riferimento è all’altro Matteo, Salvini, che «risponde a tutti quei "professoroni" - come li chiama lui - che lo attaccano ormai da mesi».

Professoroni è dunque una parola bipartisan e rappresenta l’insofferenza dei politici di qualsiasi parte politica per i professori che commentano criticamente le scelte dello schieramento di volta in volta al governo.

 

Una prima fase bipartisan

 

Oggi, probabilmente, riconosciamo professoroni come una parola della Lega, perché l’ultimo a usarla con frequenza è stato proprio Matteo Salvini, che ne ha fatto uno dei tormentoni della sua propaganda. Non è solo una questione di frequenza; la questione è anche che Salvini ricorre all’accrescitivo, con valore palesemente irridente, se non proprio dispregiativo, per varie categorie di critici della sua politica. Per esempio, in un post pubblicato su Facebook il 9 maggio per pubblicizzare la nuova edizione del «VinciSalvini», i ghost writer salviniani scrivono: «Anche questo video avrà tutti contro? Giornaloni, intellettualoni, professoroni, analisti, sociologi... Pazienza! Ai rosiconi diciamo: finché ce la lasciano LIBERA, la rete la useremo il più possibile». In un intervento video in Facebook dello scorso dicembre, alla lista più usuale degli -oni (professoroni, giornaloni, intellettualoni) ha aggiunto i vescovoni: «le parole di qualche vescovone, o di ‘Famiglia cristiana’ o del quotidiano dei vescovi, non rappresentano l’animo dei cristiani e dei cattolici»).

 

Da Maria Elena Boschi a Matteo Salvini

 

Ma i primi a rilanciare la parola professoroni (chissà se per influsso di una nota scena del film Tre uomini e una gamba di Aldo Giovanni e Giacomo) sono stati Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, quando hanno iniziato a polemizzare con i costituzionalisti che criticavano la loro riforma costituzionale (anche se professoroni aveva un uso precedente, prima meno irridente, poi sempre più polemico, soprattutto in riferimento ai professori di economia transitati in politica, soprattutto all’interno del governo Monti). Lo ha ricordato, qualche mese fa, il sito Blastingnews, in un articolo del 27 settembre 2018, dedicato al primo Decreto Sicurezza dell’attuale governo: «I ‘professoroni’, termine coniato da Maria Elena Boschi nel 2014, tornano a far sentire la loro voce nell’agone politico italiano». L’attribuzione a Maria Elena Boschi è ribadita, in modo più ampio, in un’altra parte dell’articolo: «Era l’aprile del 2014, il governo Renzi si era insidiato da pochi mesi e Maria Elena Boschi ricopriva il ruolo di ministro delle Riforme. In quell’occasione proprio la Boschi, inviperita per le durissime critiche portate alle cosiddette ‘riforme renziane’ da parte di alcuni intellettuali come Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà (poi scomparso), aveva coniato il termine ‘professoroni’, utilizzato naturalmente in senso dispregiativo. Ebbene, a distanza di qualche anno, questa definizione potrebbe ancora piacere a qualcuno, soprattutto dalle parti della Lega». Una ricostruzione che trova conferma in un articolo di «Repubblica» del 28 aprile 2014, che testimonia uno dei primi usi di professorone nella accezione di cui stiamo discutendo: «Ultimo passaggio chiave, il seminario sulle riforme a cui saranno invitati anche quei “professoroni” contro cui polemizzò il ministro Boschi. Fra tutti Rodotà e Zagrebelsky».

 

C’erano una volta i professorini

 

Non è la prima volta che la politica usa diffusamente un alterato della parola professore. È facile ricordare che negli anni della Costituente, un gruppo interno alla Democrazia Cristiana era costituito da quelli che furono chiamati i professorini (il nucleo della successiva corrente dossettiana): Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, provenienti dall’Università Cattolica, e anche Giorgio La Pira o Aldo Moro. Anche in quel caso, furono i detrattori a coniare il nomignolo; ma lo fecero quasi affettuosamente, ricorrendo al diminutivo. Certo, il diminutivo è sminuente, ma è meno aggressivo e spregiativo dell’attuale accrescitivo.

Tornando a professorone, mi chiedo se Matteo Salvini, quando usa questa parola, si rende conto che sta seguendo la lezione di una maestrina (permettete anche a me di usare un alterato) da lui certamente non molto amata, Maria Elena Boschi.

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revenge porn, radical chic, salvo intese

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma 

 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0