14 giugno 2019

Le parole della neopolitica - Rosiconi

di Michele A. Cortelazzo

Potrebbe sembrare che ai professoroni, giornaloni, intellettualoni, vescovoni, di cui abbiamo scritto nella puntata precedente, si possa aggiungere un altro nome in -one, frequente nelle polemiche politiche degli ultimi anni: rosiconi. Nei messaggi social di Salvini la parola compare spesso. Per citare alcune delle occorrenze più recenti, possiamo portare un esempio da Facebook (8 maggio 2019), «A certi rosiconi radical-chic della sinistra “caviale & champagne” questa piazza di Ascoli darà molto fastidio» e uno da Twitter (22 maggio 2019): «Guardate che accoglienza ieri sera a Bari. Minacce, invidie e insulti? Li lascio volentieri a rosiconi e sinistri vari. Io mi tengo stretto l'affetto degli italiani e vado spedito come un treno». Ma possiamo anche risalire all’8 agosto 2018, ad Arcore: quella volta Salvini, mentre un’ambulanza a sirene spiegate passava accanto al luogo in cui stava tenendo un comizio, aveva commentato: «un attimo che c'è l'ennesimo rosicone di sinistra che non riesce a digerire».

 

Due -oni differenti

 

Naturalmente, c’è una fondamentale differenza tra professoroni (e compagni) da una parte e rosiconi dall’altra: in professoroni il suffisso -one forma un alterato (un accrescitivo), in rosiconi il suffisso -one permette di formare un derivato, precisamente un deverbale (cioè un nome derivato da un verbo) da rosicare. Di rosicare dobbiamo ricordare che, nel significato di ‘provare invidia rabbiosa e impotente’, è una voce dell’Italia centrale, particolarmente romanesca. E già questo è un altro segnale della grande capacità del leghista Matteo Salvini di assorbire parole e significati che provengono da varietà regionali diverse dalla sua.

Non si tratta però di un’innovazione salviniana, anche se oggi rosicone (usato prevalentemente al plurale) è una parola ricorrente nelle esternazioni salviniane e sentita come un’espressione tipica di Salvini: il primo di gennaio di quest’anno il «Fatto quotidiano» titolava, nella versione on line: «Il 2018 di Salvini sui social prima del contratto di governo: dai ‘bacioni ai rosiconi’ ai moniti al M5s». Nel corpo dell’articolo, l’autrice, Gisella Ruccia, spiegava più dettagliatamente che «altrettanto ricorsiva è la profusione di “bacioni” con tanto di schiocco fragoroso, mandati indiscriminatamente agli amati seguaci e alla vituperata fazione composta da “rosiconi”, “radical chic”, “sinistri”, Fazio, Lerner, Balotelli, Saviano, i 99 Posse, Boldrini, Saverio Tommasi».

 

Venne prima l'altro Matteo

 

Non si tratta di un’innovazione di Salvini, perché l’espressione l’aveva diffusa, in politica, l’altro Matteo, Renzi, che il 28 marzo 2014, nella trasmissione «Bersaglio mobile», aveva dichiarato che «c’è un esercito di gufi e rosiconi che spera che l'Italia vada male. Io invece appartengo alla categoria di chi fa il tifo per il Paese». E poi, il 18 aprile 2014, in una conferenza stampa, aveva ribadito: «abbiamo smentito gufi e rosiconi, sono felice, avremo un'Italia più semplice, andiamo avanti come treni». A un giornalista attento come Pierluigi Battista non era sfuggita la novità lessicale e in un articolo intitolato Se Renzi innova anche il lessico ma è ossessionato da gufi e rosiconi aveva scritto: «C’è poi l’orribile predominio di una nuova parola, un tempo adoperata nella suburra romana e oggi assurta a sublime categoria politica: «rosicone». (…) Ecco, un fiorentino orgoglioso, perché chi parla un buon italiano dovrebbe manzonianamente immergersi nell’Arno, non dovrebbe cedere al plebeismo del “rosicone”».

 

Gattuso nello sport

 

Ma Renzi non è stato, con rosicone, un innovatore linguistico a pieno titolo. Sì, a quello che appare, è stato lui a portare rosicone nel lessico politico (in un processo evidentemente coronato da successo, come dimostra l’assunzione della parola da parte dell’avversario Salvini). Ma a far transitare rosicone dalla «suburra romana» all’italiano dei giornali era stato, prima della politica, lo sport. Già nel 2006, come ci informa, sulla versione on line di «Repubblica» Alessandra Vitali, a usare la parola era stato Rino Gattuso. La giornalista aveva notato una bizzaria, perché a pronunciare la parola rosiconi era stato «un calabrese come Rino Gattuso, che gioca in una squadra del Nord come il Milan, visto che l'aggettivo sembra essere un'invenzione, brillante, tutta romana, al massimo dell'area laziale. E chissà se i destinatari del messaggio, ossia la Nazionale francese, saranno in grado di comprendere il senso più profondo di un termine che è qualcosa di simile a "invidiosi" ma molto, molto di più». Negli anni successivi rosicone lo troviamo prevalentemente nelle cronache sportive, sulla bocca di calciatori (come De Rossi) o sulla penna dei giornalisti.

Insomma la trafila pare essere questa: Renzi, che ha non ha mai disdegnato le espressioni pop, si è impadronito, lui fiorentino, di un’espressione romana transitata attraverso le cronache calcistiche. Salvini gli è poi andato dietro.

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revenge porn, radical chic, salvo intese, professoroni

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma 

 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 

 


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