16 luglio 2019

Le parole della neopolitica - Sbruffoncella

«Chi se ne frega delle regole ne risponde, lo dico anche a quella sbruffoncella della comandante della Sea Watch che fa politica sulla pelle degli immigrati pagata non si sa da chi», ha affermato il 26 giugno 2019 Matteo Salvini a proposito della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete.

Sbruffoncella si è rivelata una scelta coerente all’interno della propaganda salviniana. È un’espressione irridente, come molte delle designazioni polemiche degli avversari da parte di Salvini, e con una possibile connotazione sessista (è dubbio che il ministro dell’Interno avrebbe rivolto il corrispondente appellativo maschile a un uomo che avesse comandato la stessa nave e si fosse comportato nello stesso modo). Proprio per questo è un’espressione molto più sottilmente ingiuriosa dei più espliciti e forti epiteti indirizzati nei giorni successivi alla comandante (fuorilegge, delinquente, criminale).

 

Pimpinella

 

Ma come è venuta in mente a Salvini (o al suo staff comunicativo) questa parola? Difficile pensare a un’eco di Pimpinella la Sbruffoncella, protagonista di un fumetto che appariva su «Gran Hotel» negli anni Cinquanta e Sessanta. Fisicamente (alta, magra e bionda) non corrisponde certo all’immagine della comandante; ma la sua smania di protagonismo avrebbe anche potuto permettere un’identificazione; e il fatto che se ne inventasse di tutti i colori, ma poi ne uscisse sempre perdente poteva essere un auspicio per Salvini, in un momento nel quale il conflitto con la Sea Watch 3 era in pieno corso e gli esiti erano del tutto incerti. Ma epoca e ambiente di diffusione sono poco compatibili con la biografia del Ministro dell’Interno e con i riferimenti culturali del suo staff. È ancor meno probabile che ci possa essere un richiamo, più o meno conscio, al nome delle pattinatrici della Polisportiva San Giacomo di Novara, che, con mirabile autoironia, si fanno chiamare proprio le sbruffoncelle.

 

Quando sbruffoncello lo disse Berlusconi

 

Si può, invece, far riferimento a un precedente (febbraio 2017) uso in politica del maschile sbruffoncello. La fonte è Silvio Berlusconi: «In privato Matteo mi abbraccia, dice che ho ragione io. Poi in pubblico fa un po’ lo sbruffoncello. Ma ormai lo conosco. Lui lo sa che non può essere il candidato premier». Il Matteo sbruffoncello non è Renzi, anche se il diminutivo è stato più volte rivolto all’ex Presidente del Consiglio e gli è stato appioppato, proprio dagli oppositori di centro-destra, anche l’appellativo di sbruffone (soprattutto da Renato Brunetta: «Berlusconi e Renzi? Un nuovo incontro con il giovane sbruffone non è una cosa di grande rilievo»: 2014; «Renzi è uno sbruffone, nel Pd c'è una guerra civile», 2015; «E lui come reagisce? Facendo lo sbruffone. E dimostrando tutta la sua incompetenza», 2016). No, Renzi non c’entra. Berlusconi, come si può capire anche dal contesto, ce l’aveva proprio con Salvini.

La parola era rimasta in testa a quest’ultimo, dopo questo affondo, un po’ paternalista, ma tutto sommato benevolo, di Berlusconi? La scelta di sbruffoncella da parte di Salvini riflette il riemergere di un ricordo autobiografico mal digerito, o è stata, invece, una scelta immediata e spontanea, oppure il frutto di una studiata strategia linguistica? Difficile stabilirlo.

 

Detrattori a specchio

 

Restano due fatti. Il primo che, dopo l’esplosione del 26 giugno, Salvini ha rinunciato a questo epiteto. Solo tra qualche mese potremo dire se l’uso di sbruffoncella è stato un’effimera sortita retorica o il preannuncio di un più stabile insediamento della parola nel nostro lessico politico, sempre più aggressivo e ingiurioso. In questo momento possiamo però affermare che il successo immediato è stato altissimo. Nel giro di poche ore, le pagine web che contenevano la parola sbrufoncella sono passate dalle 14.300 del mattino alle 17.300 della mezzanotte del 26 giugno (per poi schizzare in dieci giorni alle oltre 100.000).

Il secondo fatto è che i detrattori di Salvini lo hanno presto etichettato come sbruffoncello, al punto che, nei primi giorni di luglio, l’hashtag #salvinisbruffoncello era tra i trendingtopics di Twitter. Chi l’ha fatto, non si è accorto della subalternità linguistica del suo atteggiamento: non solo ha preso l’epiteto direttamente da Salvini, sia pure rivoltandoglielo contro; ma tutto ciò è accaduto quando il primo propagatore l’aveva già abbandonato. Questo ritardo è rilevante in un periodo in cui, nella polemica politica, i giorni hanno il valore che un tempo avevano i mesi, se non gli anni.

È confermato, quindi, che è Salvini a dominare il panorama comunicativo della politica italiana e a stabilirne anche le mode lessicali. Può non piacere, ma è sempre più così.

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revengeporn, radical chic, salvo intese, professoroni, rosiconi, gufo

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0