05 agosto 2019

Le parole della neopolitica - Rosicare

di Michele A. Cortelazzo

Un post che mi è capitato di leggere in Facebook mi induce a ritornare su una famiglia lessicale che avevo già trattato, quella di rosicare (link), per (ri)affrontare una questione generale. L’autrice è Federica Sgaggio, giornalista veronese, già protagonista involontaria delle cronache linguistiche, dal momento che una delle prime attestazioni di retino (nel senso di ‘aderente al movimento politico degli anni Novanta denominato La Rete’), tratta dal «Manifesto» del 24 novembre 1991 e riportata negli Annali del lessico contemporaneo italiano (ALCI). Neologismi 1993-94 (Padova, Esedra Editrice, 1995), faceva riferimento proprio a lei: «Federica Sgaggio di Verona continua a sentirsi “una di sinistra” e dice chiaramente di “non voler morire retina”».

 

Federica Sgaggio, Fratoianni e il rosicate

 

Nel suo post di qualche settimana fa tratta del question time del 3 luglio 2019, quando si è verificato un burrascoso scambio di battute tra il ministro Matteo Salvini e il deputato di Liberi e uguali Nicola Fratoianni, il cui intervento è stato definito dalla stampa durissimo, violento, oppure sgangherato. Nella replica alla risposta del ministro sulla vicenda della nave Sea Watch, Fratoianni, in un momento di bagarre con frequenti interruzioni da parte degli avversari, ha detto: «No, no, Presidente, guardi, io lo capisco, perché quando si rosica, come si dice a Roma, quando si rosica così tanto (Applausi ironici dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier), capisco la reazione, quindi rosicate, continuate a rosicare e mettetevi l'anima in pace, mettetevi l'anima in pace (Applausi dei deputati dei gruppi Liberi e Uguali e Partito Democratico). Avete subito una clamorosa sconfitta nel nome della legge, dello Stato di diritto (Proteste dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier), della dignità e dell'umanità (Applausi dei deputati dei gruppi Liberi e Uguali e Partito Democratico), vi dovete vergognare!».

Questo il commento di Federica Sgaggio, depurato di alcune considerazioni troppo legate alla sua storia familiare per essere oggetto di una diffusione pubblica: «quando anche noi – e mi sono messa dalla parte dell’onorevole Fratoianni – siamo deprivati di ogni facoltà di intervento urbano, all’altezza delle istituzioni di un Paese nato dal sacrificio dei Resistenti, e dobbiamo ricorrere, in Parlamento, in un’aula sacra, a espressioni come “voi rosicate”, allora vuol dire che la grandezza della nostra sconfitta è enorme, smisurata e irrecuperabile. Ci hanno tolto le nostre parole, il nostro senso, le nostre istituzioni, il nostro rispetto».

 

Il monopolio comunicativo

 

Cito questo intervento perché mette in luce, con la passione di chi non nasconde la propria appartenenza politica, una questione che sto cercando di delineare in questa rubrica puntata dopo puntata, e non perché ne avessi una chiara coscienza prima di affrontare, una parola alla volta, il neopolitichese, ma perché è una realtà che sta emergendo davanti ai miei occhi (ma anche davanti agli occhi di qualsiasi osservatore dell’attuale comunicazione politica e della politica tout court): l’egemonia linguistica, il vero e proprio monopolio comunicativo che ormai si è affermato intorno a Matteo Salvini e alla sua potente macchina comunicativa.

L’episodio dell’intervento in Parlamento di Nicola Fratoianni è uno dei momenti significativi di questo processo, tanto più che i click e le condivisioni dei filmati del suo intervento alla Camera sono stati spropositatamente più numerosi di quanto normalmente i video di quella parte politica riescono a raggiungere. Ma per avere questo risultato, Fratoianni si è dovuto appropriare del lessico salviniano (e poco importa che, come ho documentato nell’intervento del 14 giugno 2019 su rosiconi, si tratti di una famiglia lessicale che ha una storia più lunga e che ha visto il suo primo successo politico nei discorsi di Matteo Renzi: oggi la voce è, senza alcun dubbio, tipicamente salviniana).

 

La mancanza di modelli alternativi

 

E allora, ha ragione Federica Sgaggio. Il dato saliente nella lingua politica d’oggi non è tanto la natura e la qualità dell’eloquio salviniano, quanto la mancanza di modelli alternativi. Ormai il suo alleato, il Movimento Cinque Stelle, sembra avere esaurito la spinta propulsiva che, soprattutto per l’azione di Beppe Grillo, lo aveva resi protagonista di un sensibile mutamento dei modelli lessicali e retorici del discorso politico italiano; a loro volta, gli oppositori, a cominciare dal Partito Democratico, sono affetti da una sostanziale afasia politica, che è il segno di una enorme debolezza, se è vero che in politica la presenza comunicativa è evidenziata anche dall’uso di parole ben riconoscibili come parole di parte, come parole, cioè, che creano appartenenza e segnalano differenza rispetto agli avversari.

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revengeporn, radical chic, salvo intese, professoroni, rosiconi, gufo, sbruffoncella

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 


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