30 ottobre 2018

Le parole della neopolitica - Contratto di governo

di Michele A. Cortelazzo*

Contratto di governo è un’espressione diventata quest’anno corrente nel linguaggio politico e giornalistico italiano, per designare un «accordo sottoscritto da formazioni politiche di diverso orientamento sulla base di punti programmatici condivisi, come premessa vincolante di un’alleanza di governo» (la definizione è quella del documentatissimo vocabolario dei neologismi di questo sito ).

 

Rinuncia al lessico dello Stato?

 

La prima attestazione di quest’anno proviene da un post di Luigi De Maio , pubblicato il 4 aprile 2018, nel «Blog delle stelle»: «Per questo proponiamo un contratto di governo come quello che viene sottoscritto dalle principali forze politiche in Germania dal 1961. È un contratto in cui scriviamo nero su bianco, punto per punto, quello che vogliamo fare, dove si spiega per filo e per segno come si vogliono fare le cose e in quanto tempo. Dentro si inseriscono tutti i dettagli delle cose che si devono fare, si firma davanti agli italiani e poi si realizza. Quello che c’è scritto è ciò che il governo si impegna a fare. Non è un accordo, né un’alleanza, è un impegno che forze politiche alternative, e anche distanti, assumono davanti ai cittadini, prendendosi la responsabilità di lavorare insieme per il bene degli italiani. Proponiamo di scrivere insieme questo contratto di governo alla Lega o al Partito Democratico».

La scelta del termine contratto (invece di accordo, e in contrapposizione a inciucio, con le sue connotazioni dispregiative) ha suscitato molte perplessità. Come ha scritto Omar Chessa, professore di Diritto costituzionale all’Università di Sassari, in un intervento nel sito lacostituzione.info : «dobbiamo chiederci perché la sfera pubblica avverta il bisogno di mutuare la terminologia dalla sfera privata, preferendo al lessico dello Stato quello della società civile (così come al government si preferisce la governance); e perché la logica giusprivatistica del contratto si sovrapponga alla logica giuspubblicistica dell’accordo di coalizione».

 

Da Berlusconi al Koalitionsvertrag

 

Sul piano della storia del lessico, la situazione è, però, più complessa. Innanzi tutto, l’introduzione dell’istituto del contratto nella sfera politica ha importanti precedenti: negli ultimi anni, il contratto firmato con la Casaleggio e Associati dagli eletti del Movimento 5 Stelle negli organi degli Enti locali (contestato, anche con un ricorso legale, che è stato rigettato dal Tribunale di Roma); ma, soprattutto, andando un po’ indietro nel tempo, il «Contratto con gli italiani» firmato unilateralmente da Silvio Berlusconi l'8 maggio 2001, cinque giorni prima delle elezioni politiche, nel corso della trasmissione televisiva Porta a Porta: un accordo contrattuale proposto direttamente dal leader al popolo, senza la mediazione di partiti o di organismi istituzionali ed espressione, quindi, di una forte azione di stampo populista.

Poi, i precedenti internazionali. Il richiamo di Di Maio alla prassi tedesca è indiscutibile, ma con un’importante variazione proprio sul piano lessicale: come si ricava dalla stampa tedesca, il nome con cui ci si riferisce all’accordo tedesco tra CDU-CSU e SPD è Koalitionsvertrag, “contratto di coalizione”, che non è proprio la stessa cosa di contratto di governo. L’esatto corrispondente di contratto di governo (Regierungsvertag) compare, invece, quasi esclusivamente in riferimento all’accordo italiano tra Movimento Cinquestelle e Lega.

 

In Francia, prima del Sessantotto

 

Ma c’è una questione di fondo. L’introduzione del concetto di contratto nel discorso politico non è una novità dell’attuale fase politica, che possiamo forse denominare Terza Repubblica, né della precedente cosiddetta Seconda Repubblica, ma risale già alla Prima Repubblica. Si riesce a risalire al 1967, in un articolo di Giorgio Sansa apparso nella prima pagina del «Corriere della sera» del 5 marzo: «Oggi il direttore del Figaro, dopo aver elogiato Mendès-France come “unico e vero leader della sinistra”, ricorda ch’ebbe il coraggio di ammettere che, senza un “contratto di governo” solido e funzionante, l’opposizione non verrebbe a capo dei problemi nazionali». L’espressione, dunque, ha una certa storia e un riferimento internazionale diverso da quello enfatizzato nella fase attuale  (il richiamo alla Francia è presente anche un ventennio dopo, in un articolo apparso su «Repubblica» del 7 luglio 1987, p. 14: «Continuerà a farlo liberamente. Il contratto di governo deve essere rispettato. L’ho fatto fino ad ora scrupolosamente e totalmente dice Leotard lo abbiamo firmato in due, bisognerebbe essere due per romperlo»). Il ricorso all’espressione contratto di governo si è ben presto trasferita all’ambito italiano, sia negli anni Sessanta (subito dopo, quindi, la prima attestazione: «Il contratto stipulato tra federazione e comunisti, o meglio la piattaforma comune per un eventuale contratto di governo delle sinistre ha, se non altro, ridato vita a dibattiti a lungo e breve termine in seno alla sinistra francese»: Angelo Quattrocchi, Avanti!, 2 marzo 1968, p. 7), sia negli anni Ottanta, e poi nei decenni successivi («L'onorevole Craxi chiese un contratto di governo di tre anni, come farebbe ogni onesto professionista: così disse nel momento di assumere la carica di presidente del Consiglio»: Eugenio Scalfari, «Repubblica» 7 maggio 1989, p. 2).

Anche a proposito di contratto di governo, bisogna sottolineare che i percorsi delle parole politiche sono più lunghi, tortuosi e intermittenti di quanto si possa credere.

 

 

*Università degli studi di Padova

 

Immagine: Presidenza della Repubblica [Attribution], via Wikimedia Commons


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