17 settembre 2019

Le parole della neopolitica - Interlocuzione

«“È in corso un’interlocuzione con Bruxelles…”, si è letto e sentito dire, mesi fa, in sedi ufficiali a proposito di trattative tra il governo italiano e le istituzioni europee. E con la crisi in atto, tra le forze politiche impegnate a dare alla cosa pubblica italiana una nuova guida, sarà tutto un fiorire di interlocuzioni». A scrivere queste parole è stato un linguista, Nunzio La Fauci, su “Micromega”, il 23 agosto 2019. E difatti, il Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nel discorso tenuto al Senato il 20 agosto, in occasione della crisi di governo, aveva detto: «Questa crisi interviene in un momento delicato dell'interlocuzione con le istituzioni europee». Il 22 agosto è stata la volta di Luigi Di Maio, al termine delle consultazioni con il Presidente della repubblica: «Sono state avviate tutte le interlocuzioni per avere una maggioranza solida che voglia convergere sui punti indicati». Lo ha seguito, il 23 agosto, il vicesegretario del Pd Andrea Orlando al termine dell'incontro con la delegazione del Movimento Cinque stelle: «Perché si possa iniziare a parlare del merito in modo definitivo ci deve essere una risposta chiara sul fatto che questa è l'unica interlocuzione possibile per il prosieguo della legislatura».

 

Un eufemismo per dialogo

 

La Fauci ha notato che così interlocuzione è diventata espressione eufemistica: «capita talvolta ai tecnicismi, specialmente se apparenti». E, nota sempre La Fauci, «se c’è eufemismo, c’è sotto un tabù». La parola tabù, la parola innominabile è dialogo.

Questo comportamento linguistico non è recentissimo. Da qualche anno parole come accordo, patto, compromesso tendono a essere escluse dal linguaggio politico, in quanto appaiono designare pratiche di cui vergognarsi.

La tabuizzazione delle parole che indicano questa attività fondamentale nella politica, cioè il tentativo di trovare un punto di incontro tra opinioni diverse o interessi diversi, è una costante nella storia politica del dopoguerra. Su compromesso si è discusso nell’Assemblea costituente, nel marzo del 1943, dopo che Togliatti aveva distinto da una parte un compromesso deteriore, che intorbida le acque e la comprensione, perché lavora sulle parole e consiste «nel togliere una parola e metterne un’altra, la quale direbbe approssimativamente lo stesso, ma fa meno paura, oppure può essere interpretata in altro modo», dall’altra un compromesso positivo, che è lo strumento per trovare alle diverse idee e ideologie una base comune, sufficientemente solida e condivisa, che permetta agli accordi tra parti politiche diverse di durare nel tempo. Meuccio Ruini, qualche giorno dopo, tornando proprio sulle discussioni relative alla parola compromesso, proprio per evitare gli equivoci che può ingenerare, aveva proposto: «cambiamola; parleremo di patto, parleremo di accordo, parleremo di convergenza di pensiero e di forze sovra punti determinati». Ma se oggi compromesso è parola tabù, o, meglio, parola bruciata, lo è soprattutto perché negli anni Settanta si è specializzata a indicare un preciso compromesso, quello tra le forze cattoliche, socialiste e comuniste, proposto da Enrico Berlinguer con il nome di compromesso storico.

 

Non un patto ma un contratto

 

Ma se compromesso è parola che non viene usata volentieri in politica, anche quando si fanno i compromessi, anche le alternative proposte da Ruini (patto o accordo) non sono ben viste in politica. E così alla base del governo da poco caduto non si poteva dire che c’era stato un patto ma un contratto; alla base del governo attuale non si può dire che ci sono trattative ma interlocuzioni.

Le parole tabù non vengono sostituite solo da eufemismi, ma anche da disfemismi, cioè da parole che hanno una connotazione sgradevole e offensiva. Sempre più spesso i patti tra forze politiche sono definite dagli oppositori non come patti o accordi, ma come inciucio: parola introdotta da Massimo D’Alema nel 1995, in un significato ancora vicino a quello originario nei dialetti campani dai quali la parola è stata tratta (‘intrigo, maneggio, trama’), ma ben presto trasferita a indicare ‘compromesso poco trasparente, soluzione pasticciata’ e spesso, qualsiasi accordo fra parti politiche della parte avversa. Gli esempi più recenti provengono dai discorsi di Salvini («Se dalle denunce passano all'inciucio anche in Emilia-Romagna io rido e vinciamo lo stesso»: 8 settembre a Caorso), di Giorgia Meloni («I cittadini li hanno cacciati dalla porta con le elezioni, il M5S li fa rientrare dalla finestra con l'inciucio», in una dichiarazione del 5 settembre), di esponenti di Forza Italia (Renato Brunetta, in un’intervista rilasciata a Cernobbio il 7 settembre: «Lo dico a Salvini: ha poco da gridare all’inciucio, alle poltrone. Hanno fatto esattamente quello che ha fatto lui, un anno e sei mesi fa»).

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revengeporn, radical chic, salvo intese, professoroni, rosiconi, gufo, sbruffoncella, rosicare

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma 

 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0