10 ottobre 2019

Le parole della neopolitica - Rottamazione

di Michele A. Cortelazzo

Questa pazza estate politica 2019 è stata caratterizzata da due colpi di teatro, non del tutto inattesi, ma sorprendenti per il momento in cui si sono realizzati: la sfiducia espressa, in forme non sempre lineari, dalla Lega di Salvini al governo Conte di cui la Lega stessa faceva parte e l’uscita di Renzi dal PD, subito dopo aver spinto il partito verso l’alleanza con il Movimento Cinque Stelle. Questi due colpi di teatro, dei quali, ancora una volta, sono stati protagonisti i due Matteo, hanno dato particolare forza a un’analisi proposta dall’«Espresso» nel numero di Ferragosto. Il settimanale ha segnalato la similarità dei comportamenti politici di Matteo Renzi e Matteo Salvini, portando anche una prova lessicale della loro affinità: le due parole chiave delle rispettive propagande, la rottamazione renziana e la ruspa salviniana, appaiono come «metafore di una stessa distruzione nel culto della fretta, della rapidità di esecuzione».

 

Grillo, Renzi, Salvini

 

Ma già il 17 gennaio, in un post (link) del suo blog, Enrico Letta aveva accomunato le parole chiave dei tre maggiori innovatori della scena politica degli ultimi anni, notando che la politica italiana «negli ultimi anni ha imposto tre formule potenti: vaffa, rottamazione, ruspa. Tre parole, tre progetti politici a declinarle, tre leader forti a incarnarle: Beppe Grillo, Matteo Renzi, Matteo Salvini». Si tratta, secondo quanto commenta Letta, di messaggi elementari, ma di successo, che distruggono una regola fondamentale del confronto politico democratico: il riconoscimento reciproco delle forze politiche. «Rivolgersi all’avversario, quale che sia, evocando il vaffa, volendone fare rottami o minacciando di usare la ruspa, sottintende, nemmeno troppo indirettamente, l’intento opposto: la piena delegittimazione. È, dicevo, un fenomeno inedito nella storia repubblicana».

Queste tre parole chiave sono, dunque, alla base del neopolitichese di questi anni e meritano una scheda ciascuna. Cominciamo da rottamazione, che è stata definita più che una «parola chiave» di Renzi, una sua «parola clava».

 

Una «parola clava»

 

Come ci conferma il Renziario, uscito nel 2018 da Castelvecchi per le cure di Massimo Arcangeli, l’uso di Renzi della parola rottamazione (ed affini), risale almeno al 2010, quando l’allora sindaco di Firenze la utilizza in un’intervista (link) a Umberto Rosso apparsa il 29 agosto nelle pagine fiorentine di «Repubblica»: «Dobbiamo liberarci di un'intera generazione di dirigenti del mio partito. (…) Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi». In quei mesi, Renzi utilizza tutta la famiglia lessicale legata al verbo rottamare: per esempio, pochi mesi dopo (5 novembre 2010), dice a Marco Odorisio del «Corriere della sera»: «Capisco che i tacchini non manifestino grande entusiasmo per il Natale, e che qualche rottamando si sia risentito. Ma io parlavo di rottamazione delle carriere politiche, mica delle persone».

Quando Renzi prese in mano questa famiglia di parole (al punto da diventare lui stesso noto come il rottamatore), rottamare e derivati non erano certo neologismi in senso stretto: erano in uso già da qualche decennio (dagli anni Sessanta), nel senso primario di ‘raccogliere rottami di metallo per riutilizzarli in fonderia’ e poi, nel senso più particolare di ‘portare a demolire un’auto vecchia e inquinante’; mentre è degli anni Novanta la diffusione del significato, ancora più specifico, di ‘favorire la demolizione di auto vecchie e inquinanti, concedendo un incentivo economico, pubblico o privato, per l’acquisto di auto nuove’ (e da qui ulteriori estensioni nell’ultimo ventennio, in riferimento a diversi tipi di sanatorie a pagamento, come la rottamazione delle cartelle esattoriali, per quella che ufficialmente si chiama «definizione agevolata delle pendenze fiscali»).

Risale agli anni Novanta anche un’altra estensione semantica, quella che ha portato rottamazione a prendere il valore di ‘superamento di un contesto politico o sociale ritenuto obsoleto’: si incontrano, così espressioni come «Impedire la rottamazione del capitalismo italiano» (in un titolo del «Giornale» del 9 febbraio 1998) e «Bossi rappresenta l’incentivo alla rottamazione del centralismo» («Repubblica», 6 marzo 1997).

 

Dalle automobili alle persone

 

Insomma, quando nel 2010 Renzi ha iniziato a usare la famiglia lessicale di rottamare per indicare uno dei suoi obiettivi politici, l’insieme di parole che stiamo analizzando aveva già consolidato un’ampia gamma di significati. Il salto semantico fatto fare da Renzi è stato quello di attribuire rottamare e rottamazione non più a cose o entità astratte e collettive, ma a persone. Certo, come abbiamo visto, con l’esplicita sottolineatura del fatto che intendeva parlare delle carriere politiche e non delle persone. Ma ben presto, soprattutto nei giornali, rottamare è stato proprio riferito alle persone. Michele Brambilla, nella versione online della «Stampa» (link), un paio di anni dopo (18 novembre 2012) poteva ricostruire, con le parole di Renzi, un aspetto del processo di risemantizzazione di rottamare e usare il verbo in riferimento a una persona specifica: «“Forse avevamo bevuto troppo”, commenta [Renzi] con il pluralis maiestatis, “ma quell’espressione è passata”. Adesso è venuto il momento di rottamare Bersani».

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revengeporn, radical chic, salvo intese, professoroni, rosiconi, gufo, sbruffoncella, rosicare, interlocuzione

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma 

 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0