07 aprile 2020

Ciuffetto

Le parole della neopolitica

 

In questa terribile fase di emergenza sanitaria, il neopolitichese ci offre poco materiale di riflessione. Il lessico della politica viene a sovrapporsi al lessico della crisi (con parole come distanziamento sociale o lockdown) e, al più, sarebbe da valutare come questo lessico si integra nel tradizionale politichese. Sono poche le parole, tra quelle che rimbalzano in questi giorni nei discorsi dei politici, che potremmo ascrivere al «neopolitichese». Ci potrebbe essere la coppia antonimica chiudere e (ri)aprire: chiudere, che ha fatto un prepotente ingresso nel lessico politico nei mesi scorsi, nella polemica pro o contro la chiusura dei porti, conosce in queste settimane un ampio utilizzo, legato alle drastiche politiche di confinamento in casa delle persone, ma anche ai prevedibili rischi di grave crisi economica che la chiusura di un’intera società comporta.

 

Il Presidente e «Giovanni»  

 

Temo che avremo ancora molto tempo per affrontare più in dettaglio, nelle prossime puntate, queste parole. C’è però una parola, che non è certamente una parola politica (e difficilmente lo diventerà), che può assurgere a simbolo di un interessante caso di comunicazione politica. La parola è ciuffetto e va collegata al profilo comunicativo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Il caso è noto: il 27 marzo Sergio Mattarella registra un discorso (una «dichiarazione» secondo il lessico ufficiale del Quirinale) sull’emergenza Coronavirus, da diffondere attraverso televisioni, web, social network. Per un errore tecnico, che si rivelerà provvidenziale, il Quirinale diffonde la ripresa integrale della ripresa, prima del taglio delle false partenze, degli errori, delle parti riuscite male e quindi ripetute. Così tutti assistono a un breve dialogo tra il Presidente e «Giovanni» (verosimilmente Giovanni Grasso, il responsabile della comunicazione del Quirinale), che segnala al Presidente che ha (o c’è, non si sente bene) «un ciuffetto» dei suoi capelli fuori posto. La risposta bonaria, e dolcemente dolente, del Presidente è: «Eh Giovanni, non vado dal barbiere neanche io». Il discorso del Presidente, che pure ha un forte contenuto istituzionale, sia nel sostegno alle misure adottate dal governo, sia nell’auspicio di un più forte e coeso atteggiamento dell’Unione Europea, viene diffuso e condiviso più per l’umanissimo scambio di battute tra Presidente e Responsabile della comunicazione, che per il pur importante contenuto. Ne abbiamo un preciso riscontro quantitativo: su circa 600.000 pagine web che contengono la parola ciuffetto, ben 5.300 risalgono ai quattro giorni successivi alla diffusione del discoro.

 

Il rispecchiamento spontaneo

 

Il video diffuso per errore ha avuto, dunque, un successo tanto grande, quanto imprevedibile. Sul piano linguistico, questo successo può essere collegato al paradigma del rispecchiamento che ha caratterizzato il linguaggio politico a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso (e che si è acuito, fino a raggiungere il livello dell’iperrispecchiamento, negli ultimi anni). Rispecchiamento significa che il leader politico non cerca più di presentarsi come una guida del suo elettorato, dotata di una salda e non comune visione di insieme dei problemi della società, che si traduce nell’uso di un lessico astruso, spesso astratto, certamente lontano dal lessico comune. Nell’epoca del rispecchiamento il leader parla come il suo elettorato, del quale mostra di condividere ansie e desideri (o addirittura li anticipa, creando, come è avvenuto negli ultimi anni, una retorica polemica e centrata sull’odio che si è poi trasferita in molti cittadini). Ma il rispecchiamento è sempre apparso come un rispecchiamento ricercato, costruito; non un rispecchiamento caratterizzato dalla spontaneità. È questo, invece, il carattere della reazione del Presidente, che sarebbe dovuta rimanere celata, dietro la versione senza intoppi della dichiarazione ripulita degli errori.

 

La metamorfosi comunicativa

 

Il ciuffetto del Presidente Mattarella è anche il simbolo del difficile percorso dello schivo Sergio Mattarella lungo gli accidentati sentieri della comunicazione. Nei primi anni del suo mandato, Mattarella appariva ai più «un presidente della Repubblica grigio e ingessato, visibilmente a disagio con l’arte oratoria e le tecniche di lettura del gobbo» (secondo le parole di Claudio Cerasa, nel «Foglio» del 2 gennaio 2016). Solo uno storico avveduto come Maurizio Ridolfi aveva subito riconosciuto, negli stessi giorni, che, «nonostante le apparenze, retorica e gesti simbolici interagiscono nel rappresentarne un’immagine tutt’altro che “grigia”».

I fatti hanno dato ragione a Ridolfi, e il ciuffetto è il suggello alla metamorfosi comunicativa di Sergio Mattarella che, pur rimanendo nell’alveo della sua connaturata sobrietà espressiva, ha sempre più accresciuto l’impatto e il successo dei suoi interventi pubblici.

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia, mangiatoia, umanità, pigranza, buonista, revenge porn, radical chic, salvo intese, professoroni, rosiconi, gufo, sbruffoncella, rosicare, interlocuzione, rottamazione, ruspa, vaffa, sardine, Italia viva, Germanicum, spallata, non mollare, pieni poteri, zona protetta

 

Immagine: Screenshot tratto da https://www.youtube.com/watch?v=uHMaE1Lm6fc

 

 

 


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