12 dicembre 2018

Le parole della neopolitica - Palle

di Michele A. Cortelazzo*

Sembra che ci sia ben poco di bipartisan nel lessico politico attuale. Per questo può far specie la possibilità, che si è affacciata poche settimane fa, di affiancare due dichiarazioni, una del Ministro degli interni, Matteo Salvini, l’altra del sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Il primo, in una conferenza stampa a Napoli, il 15 novembre, rivolgendosi, in assenza, alla commissaria per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, la bosniaca Dunja Mijatović, ha detto, con il tono aspro che caratterizza molte sue enunciazioni: «Se ignori, sei pregiudizialmente ostile, occupati di casa tua, occupati della Turchia, che fa parte del Consiglio d'Europa, dove c'è qualche piccolo problema di sicurezza, di diritti umani e di libertà civili e non rompere le palle al governo italiano». Solo cinque giorni prima il sindaco di Milano aveva a sua volta dichiarato, parlando nella sua città delle chiusure domenicali dei negozi: «Se la vogliono fare in provincia di Avellino la facciano, ma a Milano è contro il senso comune. Pensassero alle grandi questioni politiche, non a rompere le palle a noi che abbiamo un modello che funziona e 9 milioni di turisti»: il suo destinatario, anche in questo caso assente, era il ministro Luigi Di Maio, campano.

 

Volgare eloquenza bipartisan

 

È chiaro qual è il punto di contatto: quel rompere le palle, che per Salvini non è che uno dei tanti esempi di Volgare eloquenza (per riprendere il titolo del libro di Giuseppe Antonelli pubblicato da Laterza nel 2017) che caratterizza la lingua sua e quella di tutti i populisti: basti pensare al vaffa con cui Beppe Grillo ha dato il via all’irresistibile ascesa del Movimento Cinque Stelle. Ma per il manager Sala, espressione della borghesia industriale milanese, sostenuto dal Partito Democratico, si tratta di un modo di espressione molto meno usuale: per avere un chiaro elemento di confronto, posso dire che non mi è mai capitato di incontrare parolacce (neppure contenute come questa) nel linguaggio di Matteo Renzi, per quanto spesso torrentizio e informale.

In sé e per sé il ricorso alla volgarità e all’ingiuria è una costante del linguaggio polemico. Come ha scritto bene Emilio Tiberi, nell’ormai lontano 1972, nel volume La contestazione murale, sulle scritte del Sessantotto (Bologna, Il Mulino, pp. 97-98), l’ingiuria (ma noi possiamo dire la volgarità in generale) «attribuisce subito la vittoria a chi la usa, decide le sorti della lotta, perché assicura l’autonomia che è lo scopo di ogni rivoluzione». È difficile sostenere che Salvini o Sala siano espressione di afflati rivoluzionari; ma il fatto che l’improperio permetta di chiudere il discorso, senza affrontare la fatica della discussione dialettica e, quindi, del riconoscimento della dignità intellettuale dell’avversario, appare indubbio.

 

Abbandono del dialogo, predominio del monologo

 

Ecco perché la frase di Sala, ancor più dell’identica frase di Salvini, è indicativa della fase che il discorso politico sta vivendo ora: non è solo volgare eloquenza (il «io parlo peggio di te, elettore», dopo il «io parlo come te» della cosiddetta Seconda Repubblica e il «io parlo meglio di te» della Prima), ma è l’abbandono del dialogo con chi non la pensa come te, il predominio del monologo e del discorso rivolto prevalentemente ai propri simili. È questa la cifra dell’attuale momento del discorso politico, favorita, se non proprio originata, dal trasferimento sui social network della maggior parte della comunicazione politica. I social network, e in generale Internet, apparentemente sono la forma più avanzata di piazza pubblica, potenzialmente aperta a tutti, senza limiti di spazio e accesso, la piena realizzazione dell’agorà, in cui davvero «uno vale uno» e ognuno può esprimere il proprio libero parere. Ma in realtà è il trionfo della comunicazione interna, del parlare tra simili, nel totale disinteresse di chi, e per chi, ha opinioni e visioni della vita diverse. E per rinsaldare la coesione del gruppo dei simili e troncare ogni discussione con gli altri, non c’è nulla di più facile di un bel non rompete le palle. O peggio.

 

*Università degli studi di Padova

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma

 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]


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